Zamboanga di Luigi Antioco Tuveri

Non gli era rimasto neppure un amico. Intendo uno di quelli con cui poteva essere se stesso senza indossare maschere. Era vedovo da tanto tempo, vecchio e non c’era niente di strano, anzi, sarebbe stato inaudito il contrario. A volte, di questa mancanza, si vantava, ma non aveva più il pungiball contro cui sferrare i colpi e di solito indugiava davanti alla tv, accovacciato sul divano, alzando la testa per spiare oltre la finestra le mille guerre del mondo.
– Signor Gino, cosa mangi a pranzo?
La voce gli arriva gracchiante, stonata, fastidiosa. Si domanda se il tono di Alma è davvero come lui lo percepisce ma in casa non c’è nessuno a cui domandarlo.
– Signore, orata va bene? Poi faccio verdura, zucchine?
Gino Terni alza il volume della tv, prende la coperta e se la butta addosso, fin sopra gli occhi: svanisce in un suo buio, nel silenzio delle pareti, in un improvviso nulla simile a una morte da vivi. È qui che incontra il suo passato, ed è un pozzo di parole e carezze, di corse e mare, di vette e viaggi interstellari; è qui che incrocia il futuro, ed è l’incavo di un imbuto, un calice sbeccato, un collo soffocato da grandi mani uncinate. Il presente non riesce ad afferrarlo, c’è solo il pozzo lucente della memoria e la strettoia del domani.
– Signore, ha bevuto medicina?
Per ritrovare il telecomando, Gino serpeggia sul divano, poi lo sente cadere. Si allunga, lo agguanta, spegne la tv. Resta catapultato sul pavimento, incapace di ritrovare il verso giusto: è finalmente lo scarafaggio a pancia in su che agita le zampe.
– Alma, la smetti d’infastidirmi?
– Signore, è ora di medicina…
– Cosa vuoi che m’importi?
– Allora chiamo la sua figlia, signore!
– Te l’ho detto mille volte, chiamami Gino, cristosanto!
– Non si dice.
– Embè? Ho detto santo, Cristo! Non è una bestemmia.
– Bravo signore.
– Gino, cazzo, mi chiamo Gino Terni. Come la città.
– Terni – ride Alma.
– Sei mai stata a Terni? In Umbria, ci sei mai stata?
– Alzi ora da lì…
– Tu non sai niente di geografia.
– Gino è stato a Zamboanga?
– Dove sarebbe? In Papuasia?
– Mia città. Io torno a Natale.
– Brava Alma, nelle filippiche… a Zambo cosa?
– Zamboanga.
– Così la smetti di rompermi le scatole.
– Mio lavoro, la sua figlia dice che…
– Ah! Buona quella.
– Lei brava, tu no, signore… Gino.
Lui tace. A fatica si gira, punta le mani sulle piastrelle per sradicarsi dal pavimento e ricomporsi in una posizione normale.
Alma lo aiuta a rialzarsi.
– Sarei cattivo? – chiede Gino.
– Poco, sì – risponde Alma.
Allora vengo con te a Zambo…
…Anga. Lei non viene, sig… Gino.
Invece sì.
Viaggio lungo, troppo. Stanco.
E chissenefrega!
La sua figlia non vuole.
E chissenefrega!
Suo posto è qui, non a Zamboanga.
Io non ho un posto.
Qui! Sua casa.
Non è mai stato il mio posto questa città.
Sempre stato qui, non a Zamboanga.
E com’è Zamb… Zitta Alma! Ho imparato: Zamboanga.
È a sud, sul mare, c’è caldo.
Molto?
Sì, piove anche però.
Uhm! Non so, preferisco un posto freddo. Orsi e pinguini.
Allora Zamboanga no.
Ma c’è caldo anche a Natale?
Sì.
Partiamo oggi, domani, settimana prossima.
Alma ride. Prende l’orata, la sviscera, la riempie di rosmarino. La pizzica con il sale, la chiude nella carta d’argento. Accende il forno. Prende le zucchine dal frigorifero, le lava, inizia a tagliarle a dadi. Mette il pesce sulla teglia e la spinge tra le fauci del gas. Gino raggiunge la finestra: una giovane cammina verso la fermata della metropolitana, il suo incedere è zeppo d’ansia, le evapora dalla pelle, è veleno. È il dolore che ha colpito una generazione che dovrebbe essere felice e che invece procede trasportando sulle spalle le mille e una malattie del mondo, allattando i nemici, senza più un altrove, una nuova India in cui fuggire. La giovane pare una farfalla inquieta alla ricerca d’un rifugio. Poi Gino Terni sente gli abbai che arrivano dall’area cani e la giovane svanisce dietro l’angolo del palazzo; sente le urla dei ragazzi che giocano a pallacanestro e lei è un trasferello rimasto sulla velina; ascolta il rombo delle bici a pedalata assistita e lei sta passeggiando oltre il sistema solare.
Non li chiamo quei poveracci a portarmi il pranzo.
Chi?
I negri che corrono in bici per portare sushi a noi merde.
Negri non si dice.
Merde però sì.
Brutta parola.
Fanno i discorsi alti, tirano la vernice sulla Venere del Botticelli, si sdraiano sulla tangenziale per bloccare il traffico e poi mettono le loro chiappe grasse sul divano e con il cellulare ordinano, aspettano il negro con la bici elettrica – applaude – bravi, ma che bravi coglioni! – urla – nutrono chi li imprigiona e non lo capiscono.
Signore, poi sta male, non urla.
Gino, cazzo! Mi chiamo Gino, non c’è nessun signore – apre la finestra e urla alla strada – andate tutti a fanculo!
Un tizio che sta camminando sotto, alza la testa e ride.
Perché tu arrabbi così? – dice Alma andando a chiudere la finestra – accende la tv signore, Gino, c’è la casa nella prateria che piace.
Alma, portami a Zamboanga.
Non porto Gino là!
Pago tutto io.
La sua figlia…
Alma, andiamo in agenzia a fare i biglietti.
In camera poi, la sera, vorrebbe dormire ma non trova la posizione. Si tocca, pensa alle cose più truci, torbide, maledette… e niente. Lo agita ma l’erezione è gelatinosa: socchiude gli occhi, stringe le labbra, s’immagina sul lettino dei massaggi. Riprova, lo comprime nel pugno, insiste fino a farsi male: si arrende… no! Riprende. Vuole sentire lo sperma gorgogliare, la scarica elettrica, non capire più niente. Sfuggire alla morte e soprattutto alla vita, perdersi in un limbo di piacere appartenendo alla non esistenza o, meglio ancora, all’esistenza dentro la pancia gravida di una madre. Essere vivi ma non esistere nel nefasto mondo degli uomini, restare ibernati nella navicella spaziale in viaggio in una galassia diversa, in un futuro infinito e bellissimo.
Niente.
Toglie la mano, guarda il buio, la tenda è un fantasma: cosa sono, cosa ero, cosa ci sarà? Si agita, spinge via le lenzuola. Si alza, cerca il deambulatore, barcolla, alza la tapparella, non ha il coraggio di farla finita. Il selciato è lontano, duro, pieno di bitorzoli di cemento, di macchie d’olio, di merde di cane. Di notte è ancora più solo. Alma arriva la mattina e prima di cena va via. Fa la badante notturna da un’altra parte, per un vecchio più malconcio di lui. Alma non ha una casa in Italia, ce l’ha a Zamboanga, è lì che è nata. Tutti i soldi che guadagna li manda a Zamboanga oppure al figlio che lavora in un hotel 5 stelle di Napoli. O magari a Capri: al Quisisana.
Chiude la finestra, non ci sono i faraglioni ma altri palazzi che riflettono il suo, un copia incolla infinito di balconi, veneziane e fiori tristi che penzolano dalle ringhiere. Lo ha salvato l’eredità di una zia lontana, altrimenti non sarebbe più qui ma in qualche ricovero per barboni. Zia Mela, la chiamavano così perché quando avevi fame ti dava sempre una mela. Pensa ai cugini, alla spensieratezza dell’infanzia, della giovinezza, perché di tanto inganni i figli tuoi? ripete tra i denti. Prima di ritentare il sonno vede la giovane camminare, vede lo svolazzo di abiti colorati nel grigio della città, vede le foglie librarsi altrove. Il continuo impollinarsi della natura che potrebbe fare a meno della razza umana.

Le giornate si ripetono uguali. Dopo colazione, Alma lo porta a camminare. Con il deambulatore arrivano fino al parchetto. La cosa più difficile è evitare di calpestare la merda. È una specie di slalom speciale, di quelli che vinceva Alberto Tomba, ma più pericoloso. Sulle piste c’erano bandierine colorate, neve e il panorama di cime aguzze; sull’asfalto, oltre la merda, ci sono gli sputacchi, i vetri, gli avanzi da cucina che molti, invece di portarli nei cassonetti, abbandonano per strada per la gioia di cornacchie e scoiattoli. E la gente che passa si mette pure a fotografarli questi topi con la coda folta. Non capiscono che non siamo in un bosco e che la presenza degli scoiattoli è dovuta soltanto alla sporcizia che divora la città. Questo pensa Gino mentre arranca fino alla panchina davanti ai giochi dei bambini. Di bambini ce ne sono pochi, e non saltano, piuttosto mangiano schifezze e succhi zuccherati, rotolando invece dei palloni. Ci sono bambini di sei anni ancora nei passeggini. Hanno tutti le stesse facce tonde, non riesci a distinguerli, sono orribili e hanno nomi complicati, presi in prestito dalla tv ma scritti in modo diverso, semplificando l’inglese. I cani, invece, si chiamano Luigi, Agostino o Matteo, e corrono come lupi grazie a una alimentazione sana. I bambini grassi moriranno tutti ciechi, succhiati dal diabete, e non ci saranno medici e infermieri a curarli. Oggi ci sono le discoteche abbandonate, domani ci saranno gli ospedali.
Nessuna giovane donna, constata Gino con dispiacere, sta passando nel parco. La immagina volteggiare farcita di dubbi e sogni, di musica e rabbia, padrona di niente e di se stessa, ingenua e generosa, pronta a morire pur di vivere in un’armonia d’atti di fede quotidiani.
Di fianco c’è Alma che sfoglia un giornale di promozioni del supermercato. Lei sorride, non vede il male, è uscita da un cazzo di camino della casa del mulino bianco. Alma non vede la sporcizia, la cattiveria, non vede la merda, i canestri divelti, non vede gli scivoli bruciati, gli occhi dei ragazzi pieni di cocaina e di youtuber. Alma è nata a Zamboanga, la miseria l’ha catapultata in questa città, in questo paese decadente, ed è felice come una scolaretta il primo giorno di scuola, perché in fondo si è liberata d’ogni zavorra e vola a mongolfiera sopra i tetti.
Arrivati dall’altra parte del parchetto, tornano indietro. Sono passate due ore. Erano le dieci, è mezzogiorno. Pranzo, telegiornale, sport. L’Inter ha vinto lo scudetto: ci sarà una festa. Macchine, fumogeni, urla. Da ragazzo, Gino andava allo stadio. Poi ha smesso un po’ come si smette di fumare. Anche il pallone è stato bucato da un demone pigliatutto.
Mangia riso riscaldato, oggi?
Sì, Alma, mangio tutto, va bene.
Aggiungo gamberetti.
Aggiungi quello che vuoi.
Zucchine?
Zucchine, cristosanto!
Forse piove dopo.
Voglio andare alla festa domenica.
Festa? Non so niente, la sua figlia…
Lascia stare mia figlia, alla festa dell’Internazionale!

Dopo due ore i pullman sono ancora davanti all’ippodromo. Alma e Gino aspettano vicino al piazzale della metropolitana, di fronte all’Esselunga. C’è il cielo, ci sono gli alberi con le radici piantate nel cemento armato, i fili elettrici del filobus. E c’è così tanta gente che il respiro inciampa. Agitano le bandiere, cantano, accendono i fumogeni. Attorno ai pullman c’è un mare di carne, niente a che vedere con l’affluenza alle elezioni. Gino è sulla carrozzella, stringe nei pugni le maniglie, vorrebbe muoversi verso i pull­man ma è bloccato. Alma ride, è felice, ama stare in mezzo alla confusione. Non sa nulla di calcio, di stadi da costruire o d’abbattere, di Var, fuorigioco, trasmissioni tv condotte da giornalisti psicopatici, però le piace stare dove la gente esce per strada. Gino, da qualche giorno, s’è messo in testa di vedere i pullman, non l’hanno detto alla figlia, è una tresca con Alma. La gente sui terrazzi applaude i giocatori che ballano e salutano percorrendo la striscia del pullman come un campo. È tutto folle e meraviglioso, atroce e tenero, non ha senso e c’è tutto il senso di stare su questo pianeta. Domani ognuno tornerà alle proprie miserie o alle proprie ricchezze, alla guerra, ma oggi nulla unisce di più dell’amore per una squadra, è una follia che travalica ogni logica. Caos e stelle, croci e violenza, pornografia e dolcezza. Un impasto di muscoli e sudore, di scarpe e mani, Alma e Gino mescolati tra persone estranee improvvisamente amiche di sangue. Ridono, parlano, si abbracciano; domani s’incroceranno nel cortile d’un condominio senza salutarsi. Alma e Gino seguono i pullman per un chilometro, poi riprendono la strada di casa e rientrano. Lui è felice e affranto. Ricorda se stesso ragazzino andare allo stadio e si guarda il viso flaccido, riflesso nel vetro della finestra: è assurdo, pensa, questo paese perde i pezzi e la gente festeggia per la vittoria di ricchi atleti avvezzi a baciar lo stemma sulla maglia.
Non passa giorno che non pensi di farla finita.
Signore no, perché dice così? … Gino.
Non mi è mai piaciuto stare al mondo.
Gino…
Cosa?
Tante cose belle, la sua figlia e…
Bah! E sono fortunato, pure l’eredità di zia Mela.
Non dici questo, tu fai lavorare me e io ho bisogno.
Ti pago abbastanza?
Va bene.
Sai una cosa?
Cosa?
A Natale, manca troppo, partiamo.
Non si può.
Subito, settimana prossima. Non resisto fino a Natale.
Anche a Zamboanga non è solo luce.
Allora le vedi anche tu le schifezze?
Le vedo.
È che ridi sempre.
Si respira bene con aria tra i denti.
E che succede a Zamboanga?
Balliamo sotto la pioggia, il solito.
Cazzo, Alma! Sei saggia, un filosofo greco.
No, è il dolore, solo il dolore.
Si abbracciano, piangono, posando le lacrime dell’uno sulla camicia dell’altra. E viceversa.
Andiamo?
Dove?
A Zamboanga.
Va bene.

Il giorno che partono, Alma spinge la sedia a rotelle verso i binari del treno per l’aeroporto. Più avanti c’è una giovane. Avrà venticinque anni. Cammina verso di loro. Più si avvicina e più Gino Terni distingue ogni dettaglio, ogni piega del volto. L’incedere della giovane trasmette angoscia. È un moto frenetico e indeciso allo stesso tempo. Indossa stivali e gonna corta, una canottiera scolorita, sfrangiata sui bordi. Ha un tatuaggio sul collo, è una farfalla, un altro sulla spalla, dei fiori. Gino s’impegna per osservarla pienamente nel poco tempo che scorre mentre la incrocia. Il piercing sul naso brilla: attaccato all’anello che le scompare in una narice c’è un piccolo gioiello, uno zircone, immagina lui. I capelli le cinturano il collo, davanti sono mossi, castani. Sta pensando a qualcosa, ha fretta, non è serena. Alla cinghia dello zainetto è legato un foulard che sventola i colori della pace. Oltrepassa Alma e Gino senza vederli, sfiorandoli, lasciando un buon profumo attorno. Lui si volta un istante, sente i tacchi e le suole degli stivali pestare il selciato come fosse una guerriera in marcia verso il fronte. E probabilmente è così, o forse è che in questo paese devastato non è possibile essere liberi, pensa Gino. C’è sempre qualcosa o qualcuno che lancia l’amo per incatenarti. Ecco cosa rivela quel passo infilzato dagli aghi del tormento, ciò che la luce degli occhi è costretta eternamente a combattere.

Arriviamo a Zamboanga che sta piovendo, scrive, la prima cosa diversa da dove siamo partiti è l’odore. L’aria è aspra, sa di spezie, curcuma e paprika; poi la luce. È tanta, di più, tutto è più luminoso, più aperto. Le strade, le case, le insegne dei negozi, bagnate dal sole tiepido che la pioggia non riesce a contenere. Quasi due giorni per arrivarci. Aerei, scali, bagagli. Mi sembra un paradiso. Un profumo di mare assurdo s’insinua nella via, l’attraversa senza aspettare il verde. Alma parla con il taxista. Passano motorini smarmittati, il rumore di fondo è costante. Mi aiutano a salire sul taxi, sono stanco, vivo. Arriviamo in quella che è la vera casa di Alma, quella dove è nata. Lei si è fatta più bella. Era sparita nel bagno dell’ultimo aeroporto e poi è uscita truccata. Il taxista guida e parla, si gira verso di noi, è pazzo. C’è un mare di gente, in casa, in giardino, attorno a noi. Anziani, giovani, bambini. Tutti sorridono. Parenti di Alma, amici, non so. Mi guardano, mi danno la mano. Una bimba piccolissima mi si siede sulle ginocchia. Mi tocca le guance, me le alza. E poi ancora tanta luce e un profumo di cucina, di pentole sul fuoco e tutta la sapienza del mondo dentro lo stesso piatto. La Spagna, l’America, la Cina. Il maiale, la salsa di gamberetti, l’alloro, l’aglio, lo zenzero. La Russia, l’Asia, il Medio Oriente, l’Occidente. È tutto cotto, tutto colorato, tutto buono. Ora, a Zamboanga, posso anche morire, domani però se possibile.

Domani mare – dice Alma – barca a vela.
Tutti ridono. Abbracciano Gino. Lui si muove sulla carrozzella e le ruote stridono, incespicando sul pavimento del patio. I giovani stanno apparecchiando la tavola.
Waka, outrigger – dice Alma – la vela colorata e la canoa, e stiamo dentro il mare. Bello.
Tutti ascoltano Alma che parla quella lingua strana che conosce solo Gino. Poi lei traduce in creolo. E tutti fanno sì. L’anziano si avvicina a Gino e muove la carrozzella. Scuote la testa.
Ce la faccio – dice Gino.
Gino, kaya ko ito – dice Alma rivolgendosi a tutti.
Sono sempre stato qua – dice Gino – sono tornato.
Masaya si Gino – dice Alma agli altri.
È bello respirare con l’aria tra i denti. La cena è pronta e le forchette suonano la musica dei pranzi domenicali di Gino ragazzetto. Gli torna addosso il passo della giovane alla stazione. Alza gli occhi al cielo come potesse col pensiero guidarla in un posto dove il desiderio d’essere libera potrà trovare lo spazio adeguato. Sono le maledette radici a impedirci di volare, siamo uccelli migratori, non alberi. Guarda la stella nel cielo di Zamboanga come se la stella potesse accompagnare la giovane in una strada ad andatura lieve, nella pace, nella musica, nello spirito. Ricorda i suoi tatuaggi: la farfalla sul collo e, a un respiro di distanza, sulla spalla, i fiori sopra i quali la farfalla in eterno cercherà di posarsi.