Uterus di Emanuele Altissimo

Non aiuta a dormire né a combattere la depressione. È inutile contro l’ansia, funziona ancora meno con le crisi psicotiche. Non cura niente.

– Ma allora a cosa serve?

Era sul divano, con le gambe allungate. Le portefinestre davano su un prato di erbe alte. Il cielo era basso, presto avrebbe cominciato a piovere.

Mi sedetti accanto a lui.

– L’altra sera me ne stavo qui a pensare ai tempi andati – disse dal nulla. – Sai, quando eravamo alle medie.

– Ogni tanto succede anche a me.

– A me non così spesso.

Prese dalla tasca la custodia di un rullino e cominciò a giocarci. Se la passava da una mano all’altra. Solo allora mi accorsi che sul tavolo di fronte al divano c’era un iPad appoggiato al piedistallo. Un video su YouTube trasmetteva una sequenza ininterrotta. Un feto, forse ricostruito al computer, stava sospeso nella luce rosacea del suo utero.

Non c’era volume, eppure mi sembrava di sentire il battito di un cuore.

– Ti ricordi quella volta negli spogliatoi della palestra? Ci eravamo nascosti per bere un paio di birre.

– Mi ricordo che ci hanno quasi espulso.

Si alzò in piedi. Fece qualche passo nel salotto. Portava una camicia a righe, pantaloni a coste su misura.

– Ti ricordi cosa mi hai detto?

Eravamo ragazzini spaventati, pieni di confusione. Orfani di madre, gli unici in tutta la scuola.

– Che avrei rinunciato a tutto pur di sentire la voce di mia mamma.

Tornò a sedersi e mi porse la custodia del rullino. Era nera, intorno ci aveva avvolto del nastro di carta. Sopra c’era una scritta a matita: Uterus.

Mi stava fissando, lo vedevo con la coda dell’occhio.

– Come hai fatto a trovarmi?

– Stai scherzando? Cristo, sei famoso. Si alzò, uscì dalla stanza e tornò con una copia del «New York Times». La sfogliò fino alla pagina che cercava e me la mise sulle gambe. C’era una mia fotografia, un brutto scatto di un’esibizione alla Carnegie Hall.

– Ho una playlist Spotify col tuo nome, se può farti piacere – aggiunse.

– È roba vecchia. – Misi da parte il giornale. – Comunque anche tu ti sei dato da fare – dissi. – Non eri candidato al Nobel?

Scoppiò a ridere.

– In questi anni non ho fatto altro che fallire. Un fallimento dopo l’altro. – Diede un’occhiata al rullino. – Anche questo è un fallimento, il più grande, se vogliamo.

Si guardò intorno come in cerca di un pensiero, poi uscì dal salotto.

Un attimo dopo la sua voce arrivò dalla cucina. – Lavoravo a un farmaco per l’Alzheimer – disse. – Qualcosa di rivoluzionario che doveva migliorare la memoria a lungo termine.

Aprì la portiera del frigo.

– Ci ho sbattuto la testa per anni – continuò. – Finché un giorno l’ho trovata.

Tornò con due bicchieri e una bottiglia. Versò il vino e mi porse un calice. Vuotò il suo e se ne riempì un altro.

Non dissi niente, perciò lui continuò.

– Una molecola bizzarra, molto aggressiva. Agiva sulla corteccia cerebrale, in poche settimane ha restituito la memoria ai soggetti della sperimentazione. Non avevo mai visto niente di simile. Alla Pfizer erano pronti a stappare le bottiglie.

Bevve un altro sorso di vino.

– E qui entra in gioco il mio grande fallimento.

– Hai detto che funzionava. I soggetti hanno riacquistato la memoria.

Mi rivolse un sorriso indecifrabile. – Se il tizio del «New York Times» ti avesse chiesto di descrivergli la tua vita, che cosa gli avresti detto?

– Il poco che so.

– Il collegio, le prime composizioni, il successo improvviso, gli inevitabili alti e bassi.

– Soprattutto bassi.

– Ma questo è un pezzo della storia. Dei due momenti fondamentali, l’inizio di tutto e la sua fine, non sappiamo niente. Il primo non lo ricordiamo, il secondo non avremo il tempo di farlo.

– Saremo morti.

Alzò il calice, lo toccai con il mio.

– Non so niente sul momento in cui tutto finirà – disse. Ma posso dirti come è cominciata.

Agitò la custodia del rullino. Dal rumore che fece, dovevano esserci poche pillole.

– Che intendi dire?

– Chiamalo effetto collaterale, se vuoi. Mi hanno costretto a interrompere la sperimentazione – rispose. – Erano tutti spaventati.

All’improvviso ci fu un rumore, veniva dall’iPad. Un cuore che martellava nel silenzio del salotto, sempre più forte. Mi voltai. Il feto si girava nell’utero, lottava per districarsi dal cordone ombelicale.

– A cosa serve quel farmaco?

Ci fu un silenzio, rotto da quel battito primordiale.

– Vuoi ancora sentire la voce di tua madre?

Non l’ho conosciuta. È morta perché nascessi io. Sono stato un assassino ancora prima di imparare il mio nome.

Da piccolo mio padre mi leggeva delle storie. Una mi è rimasta in mente. C’era un uomo, alle origini del mondo, un essere immenso che reggeva sulle spalle il peso dell’intero pianeta. Punito dal padre degli dei, sconta la sua pena quotidiana, la sua schiena sopporta il peso di tutti noi.

Elia mi aveva dato due pillole. Le avevo messe sul ripiano del pianoforte che occupava buona parte del salotto. Malgrado la pioggia, dai finestroni del mio appartamento entrava molta luce.

Non so quanto rimasi a fissare quelle pastiglie verde smeraldo. Pensavo agli effetti collaterali, all’idea di assumere il farmaco sperimentale di qualcuno che non vedevo da anni.

Non mi aveva dato altre spiegazioni, a un certo punto era scivolato in una pesante ubriacatura e mi aveva messo alla porta.

– Mi chiamerai presto – aveva detto.

Feci su e giù per la stanza, considerai l’ipotesi di buttare via l’Uterus. Ma sentivo il battito del feto aggrovigliato al cordone ombelicale.

Fu allora che squillò il telefono.

– È stato di nuovo male?

– No, però mi ha chiesto di chiamarti lo stesso – disse Natalia, la badante di mio padre. – Adesso è qui con me.

Fissai le pillole che brillavano sullo smalto del piano.

– Passamelo.

Ci fu il rumore di qualcuno che trafficava con il telefono, uno scambio di insulti. Infine, la voce di Natalia: – Ha fatto cadere tutto. – Era furiosa. – Vuole sapere quando passi a trovarlo.

– Presto – risposi. – Molto presto.

Silenzio, altro scambio di battute.

– Vuole sapere cosa significa presto.

– Tra un paio di giorni, il tempo di finire una cosa a cui sto lavorando.

– Ha detto che l’hai già detto l’altra volta. – Riattaccò.

Tornai al piano, presi una pillola e mi fermai davanti ai finestroni. Blocchi di cemento in stile brutalista, la strada vuota, un semaforo che lampeggiava, cavi della luce contro il cielo di gesso. Sul tetto del palazzo vicino, una rondine guardava di sotto. A un certo punto si staccò dal cornicione, tagliò il cielo in due e sparì dalla mia vista.

Attraversai la sala fino alla cucina. Riempii un bicchiere nel lavandino, passai nella mia stanza. Mi sdraiai sul letto, posai l’Uterus sulla punta della lingua. Non aveva sapore. La buttai giù con un sorso d’acqua.

Trascorsero alcuni minuti, durante i quali mi sembrò di percepire ogni rumore della casa. Le lancette dell’orologio in cucina, l’acqua che scorreva nei tubi, il battito di un cuore, un battito forte, robusto come il mio non era mai stato.

E poi il mondo scomparve.

Al suo posto, quella pulsazione sconosciuta. Era dappertutto, dentro e fuori di me. Per molto tempo non ci fu altro. Non riuscivo a muovermi, avevo la testa schiacciata sullo stomaco, le gambe rattrappite, le mani chissà dove. Non volevo aprire gli occhi. C’era quella pulsazione, nient’altro importava.

– Vieni qui un momento, vieni a sentirlo.

La voce arrivò da una distanza remota. La voce di una donna.

– Non sento niente. – Questa volta fu un uomo a parlare.

Ci fu una risata, la più bella che avessi mai sentito. Come se una bambina avesse scoperto una scatola piena di farfalle.

– Forse sta dormendo – disse.

Fu allora che sentii il mio cuore. Batteva a una velocità impossibile, in attesa che lei parlasse ancora. Ma non accadde.

Mi concentrai sull’altro cuore, era mio e suo allo stesso tempo. E seppi che niente importava più della sua voce.

Furono questi pensieri a farmi scalciare.

– Si muove – disse lei. – Vieni a sentire.

Ma non ci fu risposta da mio padre. Allora scalciai ancora, lei rideva, diceva che le facevo il solletico.

– Non avrei mai pensato che un calcio potesse essere bello.

All’improvviso il suo battito scomparve. Ci fu il rumore di una vasca che si svuota e un suono sempre più forte, simile al canto di molte balene. Il cordone ombelicale mi stava strozzando. Spalancai gli occhi. Non c’era niente, eppure quel niente accelerò fino a diventare un vortice di petrolio.

Mi svegliai in posizione fetale, con uno strano sapore in bocca. Il cuscino era inzuppato di sangue, avevo mal di testa. Mi raddrizzai a fatica, scesi dal letto e raggiunsi il bagno.

Non riconobbi l’uomo allo specchio. La faccia bianca, il naso sporco di sangue. Gli occhi arrossati, faticavo a tenerli aperti. Aprii l’acqua, mi aggrappai al lavabo.

In quel momento, il telefono squillò. Tornai in salotto.

– Dov’eri finito? Stavo per chiamare i carabinieri.

Il mio agente si mangiava le parole per l’agitazione. Attesi che si calmasse. La batteria era in fin di vita, il telefono me lo fece sapere con una vibrazione.

– Devi fare qualcosa per la tua ansia – dissi. – Mi ero solo addormentato.

– Certo. Eri stanco e hai fatto un pisolino di due giorni.

Non feci in tempo a rispondere, attaccò la solita tirata sulle scadenze.

– Quelli della Sony mi chiamano anche di notte. Vogliono la traccia finale. Perciò non puoi dormire per due giorni.

Il dolore alla testa era martellante. Mi avvicinai alle finestre del salotto. La città era sempre vuota, nessuno sui balconi.

– Mi hai fatto prendere un colpo, pensavo fossi tornato alla clinica.

– Ho chiuso con quel posto.

– Lo so, ma preferisco saperti lì che – si schiarì la voce – in pericolo.

– Sto bene. Adesso comincio a lavorare.

– Ma ti senti? – Aveva perso di nuovo il controllo. – Ignori le chiamate per giorni e mi rifili la scusa del sonnellino pomeridiano. Mi aspettavo di meglio.

Restai senza dire niente.

Dall’altra parte della linea, il mio agente sospirò.

– Cosa devo dire a quelli della Sony?

– Che avranno il pezzo.

– Tra quanto?

Il telefono si spense.

Mi cambiai, presi una pastiglia per il mal di testa. Dovevo chiamare Elia, lo feci appena il cellulare si riaccese. Squillava a vuoto. E così per l’ora successiva.

Mi sedetti al piano, senza idee. Improvvisai una ninna nanna, un motivetto infantile. Continuavo a sentire la voce di mia madre, la sua risata. Allora non immaginava ciò che sarebbe successo, era ancora una donna: non sarebbe mai stata madre.

E io non avrei mai smesso di essere figlio.

Osservavo l’ultima pillola, ipnotizzato dal colore smeraldino. Feci un calcolo delle conseguenze: due giorni di stato vegetativo in posizione fetale, cefalea, epistassi incontrollata, disidratazione.

Si muove. Vieni a sentire.

Il battito accelerò mentre tornavo nella mia stanza. Mi sedetti sul letto, ero pronto a tornare laggiù quando il telefonò squillò.

– L’hai già presa? – Elia aveva il fiatone, tirava su con il naso.

– Sì.

– Anche l’altra?

Restai in silenzio, la pillola stretta tra indice e pollice.

– Sì.

Ci fu un rumore di vetri in frantumi.

– Adesso ascoltami – disse. – Di questa cosa non dovrai mai parlare. È troppo pericoloso.

– Pericoloso?

– Hai visto cosa succede, dopo?

Risposi che lo sapevo.

– Immagina se questo farmaco raggiungesse la distribuzione mondiale. Ci sarebbe un’estinzione di massa. Miliardi di esseri umani in posizione fetale, che muoiono mentre sognano l’utero materno. – Tirò su con il naso. – Riesci a vederli?

Ci riuscivo.

Una distesa di corpi vicini, rannicchiati, indifferenti al ciclo solare. E poi gli stessi corpi in decomposizione, interi palazzi svuotati, grosse crepe nell’asfalto. Miliardi di scheletri in posizione fetale.

– Invece è una scoperta storica – dissi. – Devi perfezionarla, trova il modo di contenere gli effetti secondari. Il Nobel sarà tuo.

– Non avrei mai dovuto cercarti.

Riagganciò prima che potessi rispondere.

Il battito era più debole, riuscivo a sentire tutto quello che stavano dicendo.

– Tronco arterioso – disse una voce sconosciuta. – Una malformazione rara.

– Aveva detto che l’ultima ecografia era perfetta.

– Siamo fortunati ad averlo visto – riprese il medico. – C’è ancora tempo per correre ai ripari.

Per qualche istante nessuno parlò. Il cuore di mia madre cominciò a battere con forza.

– Va tutto bene – aggiunse il medico.

La voce di mia madre montò come un’onda dalle sue profondità.

– Allora mi spieghi cosa intende per correre ai ripari.

– Piccola – disse mio padre. – Cerca di calmarti.

– Suo figlio potrebbe perdere la vita in questi mesi e lei rischierebbe la sua. – Insisté il medico. – O morire dopo il parto, potrebbe avere una vita difficile. Altrimenti non consiglierei di interrompere la gravidanza.

L’avevo sentita ridere, ora la sentivo piangere.

Volevo rompere la placenta, allungare le mani e afferrarle il cuore. Volevo accarezzarlo. Massaggiarlo fino a cancellare il dolore.

E poi smise di piangere.

– Adesso parlo io – disse. – E lei ascolta.

All’improvviso ci fu di nuovo quel richiamo, la voce di tante balene. Il battito non c’era più, al suo posto quel canto nevrastenico, sempre più forte. Tutto cominciò ad accelerare. Mi aggrappai al cordone, non potevo andare via, non adesso, non così presto.

Mi svegliai in lacrime. C’era sangue dappertutto, avevo i capelli inzuppati. Scesi dal letto, persi l’equilibrio e caddi per terra. Mi trascinai fino al bagno, accesi l’acqua della doccia, scivolai sotto il getto senza svestirmi. Non so quanto tempo rimasi così.

La luce solare mi bruciava gli occhi, l’emorragia non si fermava. Guidavo con una mano premuta sul naso, il cruscotto era pieno di fazzoletti sporchi. Più volte rischiai di perdere il controllo dell’auto, ma non c’era nessuno, raggiunsi il posto in meno di un’ora.

Elia stava fuori città, in un residence dentro un parco. L’avevo chiamato più volte, il telefono era staccato.

Risalii il viale e mi fermai davanti al cancelletto. Qualcuno aveva tagliato l’erba del giardino. Il muso di una macchina spuntava dal garage.

Citofonai, ma nessuno rispose. Lo feci ancora. Alla fine scavalcai il cancello. Mi avvicinai alle finestre: la cucina era vuota, anche il salotto. Se era uscito a piedi, lo avrei aspettato davanti all’ingresso.

Fu allora che notai le formiche. Correvano in fila indiana, si tuffavano sotto la porta. Formavano una catena che partiva dal prato.

Girai la maniglia, la porta si aprì. Le formiche si dispersero, poi ripresero a marciare verso una pizza nella confezione di cartone. Era per terra, accanto a un mucchio di vestiti in corridoio. Lo attraversai fino in salotto. Sul tavolino c’erano delle bottiglie e mozziconi di sigaretta dappertutto.

Trattenni il fiato.

Elia era rannicchiato in posizione fetale, con la testa in una pozza di sangue. Mi avvicinai. Non aveva polso, il corpo era freddo.

Sorrideva, sembrava dentro un sogno. Ma aveva gli occhi rossi e sporgenti, come se l’avessero strozzato. Quando glieli chiusi mi accorsi che stringeva la custodia del rullino. Il cuore accelerò. La sfilai, dentro c’era un’ultima pillola.

Presi il cellulare per chiamare l’ambulanza. Raccontai loro di come l’avevo trovato e aspettai sul divano.

La polizia raccolse la mia deposizione e mi lasciò andare. Attraversai la città in fretta. Dovevo prendere l’Uterus, sentire ancora mia madre. Un’ultima volta, pensavo, e sarà finita. Quante pillole aveva preso Elia? Cinque, dieci? Intanto pensavo a mia madre. Aveva rinunciato all’aborto, aveva rinunciato a tutto. Mio padre non ne aveva mai parlato, aveva detto che c’era stata un’emorragia. Mai un accenno alle parole del medico.

Il cellulare cominciò a squillare. Era Natalia.

– Devi venire adesso – disse. – L’ambulanza è già qui.

Buttò giù prima che potessi rispondere.

Feci inversione di marcia, schiacciai l’acceleratore come non avevo mai fatto. Passai con il rosso, suonai il clacson per tutto il tragitto e alla fine fermai l’auto in mezzo a una rotonda. Corsi a perdifiato lungo la strada privata dove mio padre viveva da oltre dieci anni. Era un quartiere fuori città, con villette a schiera separate da siepi di lauro.

Non c’era traccia dell’ambulanza. Natalia non aveva richiamato, impossibile che l’avessero già portato via. In casa, le luci erano accese.

Spinsi il cancelletto e quasi sfondai la porta d’ingresso.

Erano sul divano, uno accanto all’altra, guardavano un quiz alla televisione.

– Guarda che sorpresa. – Mio padre era in ciabatte. – Non ti aspettavo così presto, ragazzo.

– Cosa succede qui? – domandai. – E dov’è l’ambulanza?

Si scambiarono un’occhiata, mio padre sorrise.

– Con Nat abbiamo scommesso – prese di tasca il portafoglio. – Per lei una questione di vita o di morte ti avrebbe portato qui. – Sfilò una banconota e la diede a Natalia. Poi raggiunse la portafinestra e uscì. Lo seguii nel piccolo giardino davanti casa, ci sedemmo su due poltroncine di vimini.

– Sono nuove?

– Le ha prese Natalia sei mesi fa.

– Papà – cominciai, ma lui scacciò quella parola con un gesto della mano. Accese una sigaretta, per qualche minuto fissò il cielo. Le stelle si vedevano bene, non c’era foschia. Poi tornò a guardarmi.

– Stai invecchiando – disse. – Hai una faccia tremenda.

– Ho avuto una settimana difficile.

– Lo dicevi già a sei anni.

Restammo in silenzio.

– Ti trovo bene, papà.

– È Natalia. – Soffiò via il fumo. – Ringrazia lei, se sono ancora vivo.

Attesi che andasse avanti.

– Dopo l’ictus ho pensato Adesso le hai viste tutte, non può che migliorare. Invece quei bastardi mi hanno tolto la patente e ancora non riesco a farmi la doccia come si deve. Poi c’eri tu che entravi e uscivi da quella clinica.

Spense la sigaretta, ne accese un’altra.

– Una volta ho anche pensato di farla finita. Avevo pianificato tutto per bene, ma poi non è successo.

– Natalia?

– E chi, sennò.

La luce di casa gli illuminava il profilo.

– Cosa significa, papà?

– Non so dirlo a parole. Credo che c’entri il futuro. E la voglia di vederlo.

Affondai le mani in tasca e mi ricordai dell’Uterus. Lui fumava, perso in qualche pensiero.

– Se ti dicessi che ho una pillola capace di riportarti nell’utero di tua madre, la prenderesti?

– Tua nonna? Dio me ne scampi.

Per un istante sentii la voce di mia madre, il battito del suo cuore.

– C’è una cosa che mi chiedo spesso – continuai. – Se lei avesse scelto di non avermi, pensi che sarebbe andata in un altro modo?

Si girò a guardarmi. – Non ne abbiamo mai parlato.

Cercai di ignorare il dolore alla gola, ricacciai dentro le lacrime. Sorrisi a mio padre. – Scommetto che era testarda.

– Diciamo che dopo di lei hanno buttato lo stampino.

Si alzò e gettò la sigaretta oltre la siepe, nel prato accanto.

– Non aspettare che sia tardi, per venire qui.

Restai seduto, con lo sguardo perso in lontananza. Dal salotto arrivò la risata di mio padre, poi quella di Natalia. Tirai fuori la custodia del rullino, tenni la pillola sul palmo della mano.

Cominciai a piangere senza rumore.

Mi alzai, presi la rincorsa e la lanciai verso il buio da cui era venuta.

La crisi arrivò tre settimane più tardi. Ero al pianoforte, lavoravo alle ultime battute della traccia finale. Preso dalla musica, non mi accorsi di quel fischio insistente finché non mi entrò come un cuneo nella testa, diede una scarica alla spina dorsale e spense ogni cosa. All’improvviso non respiravo, ero sott’acqua, grosse bolle d’aria mi uscivano dalla bocca e dal naso. Annaspai sul pavimento del salotto, raggiunsi la parete a tutto vetro e mi raddrizzai. Appoggiai le mani sulle finestre, senza fiato. Fu allora che sentii la sua voce.

– Lo porto fuori, forse lì si addormenta.

– Vuoi andare in giardino a quest’ora?

– Voglio stare da sola con lui.

Mio padre non rispose. Mi rivoltai nell’utero mentre lei si alzava, contai dodici colpi per dodici gradini. Poi arrivò il fruscio di una porta scorrevole, lei che adesso camminava senza rumore, la sua mano dove c’era la mia testa.

– Da piccola, quando il cielo era così bello, pensavo agli uomini di una volta – disse. – Quelli vissuti migliaia di anni fa.

Una contrazione, la stretta del cordone intorno al collo.

– Avevo anche chiesto a mia madre cosa facevano se erano giù – continuò. – Cioè, quando le cose andavano storte.

All’improvviso tornai a sentire il canto delle balene, prima piano, poi sempre più forte.

– E lei aveva detto che si chiudevano nelle caverne a dipingere il sole. – Rise. – E a cantare Che cosa lo tiene lassù, lassù, lassù?

A quel punto cominciò a mormorare una canzone. Non c’erano parole, solo una melodia che per qualche istante coprì gli altri rumori. Ma non c’era più tempo. Presto lei avrebbe smesso di cantare, io sarei tornato a guardare fuori dalla finestra di casa. Sarei rimasto solo con il mio battito cardiaco accelerato, una melodia in testa e il sole alto sulla città.

A chiedermi per sempre cosa lo teneva lassù.