Mi chiamo Théa e faccio una vita strana.
Mamma ci ha svegliato all’alba, stamattina. Fa il muso anche oggi e non mi ha nemmeno degnata d’un gesto affettuoso. Anche mio fratello, Max, mugugna, ancora mezzo addormentato. Dobbiamo spostarci di nuovo. Si lamenta che non ne può più, è bagnato, è stanco. Anch’io lo sono, devo ammetterlo, ma evito di fare osservazioni che rischierebbero di peggiorare l’umore di mamma.
Sono diverse settimane che cambiamo posto quasi ogni giorno. Camminiamo, camminiamo e ancora camminiamo, fino ad arrivare lì dove la mamma riterrà adatto farci passare la notte successiva. Non abbiamo scelta, non siamo al sicuro da nessuna parte. Non vogliamo abbandonare le nostre terre, ma neanche vogliamo lasciarci morire.
Mamma ci ripete spesso che siamo in guerra. Ma non dice mai il nome del nemico. Come se temesse che il semplice fatto di pronunciarne il nome possa metterci ancor di più in pericolo. Mi ci è voluto del tempo per capire che questo nemico è più forte di noi. Come Max, anch’io all’inizio pensavo che fosse sufficiente battersi per ritrovare la pace. Fuggire non avrebbe risolto il problema. Ma le regole del gioco sono più complicate di quanto sembri, ci ripete spesso mamma. Lottare non servirebbe a nulla, è troppo tardi. La fuga è l’unica soluzione.
Fa caldo, oggi, e camminare sotto al sole è davvero sfiancante. Siamo troppo coperti per questa calura. Ma faccio lo sforzo d’affrettare il passo per non perdere le tracce di mamma e Max. Sono la più piccola dei tre e a volte mi risulta difficile tenere il ritmo.
È da tanto che mamma non ci porta più sulla schiena, adesso dobbiamo camminare come degli adulti.
La guerra fa schifo, mi ripeto ogni volta. Faccio fatica a capire perché esista. Mamma ci racconta spesso che negli ultimi anni le cose sono peggiorate, che erano diverse quando era più giovane. Mi sarebbe piaciuto vedere com’era la vita prima. Mi dico che poteva essere solo meglio di quella che viviamo oggi. Questa vita in perpetua fuga non è vera vita.
Il cammino che aveva scelto mamma è impraticabile. Troppa acqua. Acqua a perdita d’occhio. Dobbiamo trovare un’alternativa. Un ennesimo colpo del nemico. I nostri territori, se possiamo ancora chiamarli nostri, hanno subito danni terribili e spostarsi da un punto all’altro ci mette a dura prova. Ma se non ti muovi, muori, ci ricorda mamma. Lo so bene. Vorrei che le cose fossero diverse ma è questa la triste realtà in cui viviamo, io e la mia famiglia. Mi chiedo se è così dappertutto. Non sono mai uscita dalle nostre terre. Eppure, non sono poi così immense. Anzi, diventano sempre più piccole. Così piccole che forse un giorno non esisteranno proprio più.
Mi chiamo Théa e faccio una vita strana: la vita di un orso polare nell’Artico nel 2024.
Racconto originale: Une drôle de vie di Philippine M. Michel