Un brivido lungo la schiena di Francesca Gallo

Spingo pigramente il batacchio della porta. Sono esausto. Ho avuto di nuovo una giornata piena. Di solito non mi pesa, eppure oggi mi sento distrutto.

Come sempre, ho iniziato la giornata facendo colazione con Charlotte e Alex, abbastanza presto. Charlotte ci sveglia sistematicamente all’alba per non essere in ritardo. Anche se ogni mattina finisco per imprecare, so già che potrò compensare le ore di sonno di cui mi priva con un pisolino più avanti nella giornata. Una volta finito di mangiare, Charlotte mi ha abbracciato come piace fare a lei, e se n’è andata. Oggi l’ho lasciata fare. Insomma, mi ha un po’ colto di sorpresa, perciò non ho avuto il tempo di protestare. Una volta rimasto solo con Alex, mi sono eclissato fuori, perché volevo evitarlo, a qualunque costo. So che non mi seguirà.

Oggi fa bello. Sarà piacevole passeggiare fuori. Mi piace molto andare a spasso per il nostro quartiere, perché c’è sempre qualcosa con cui divertirsi. Credo che i vicini amino dare spettacolo. Io osservo e ascolto tutto. Non mi sfugge niente. La cosa divertente in tutto questo è che nessuno di loro fa il minimo sforzo per essere più discreto, anche quando si accorgono di me. Dal momento che io non lascio trasparire nulla, pensano che io non stia prestando attenzione. Si fidano della mia calma. Ma sbagliano, anche se, comunque, io me ne infischio delle loro miserabili, piccole esistenze. Ciononostante, non sospettano che io registri tutto nella mia mente, e che li giudichi tutti quanti.

Sono contento di avere l’opportunità di uscire senza restrizioni. Sono sicuro che Charlotte mi invidia per questo. È una cosa che lei non può permettersi. Troppo occupata. A volte mi fa venire il capogiro perché non può fare a meno di muoversi senza sosta. Io non so bene in che cosa consista il suo lavoro. Non le ho mai posto questa domanda e devo dire che non me ne importa un granché.

Credo che persino quell’ebete di Alex sia geloso. Lui deve rimanere a casa. Non so in che modo occupi le sue giornate, faccio sempre in modo di sgattaiolare via per non dover sopportare la sua compagnia. Riesco a tollerarlo finché c’è Charlotte, o almeno ci provo. So che lei vorrebbe che andassimo d’accordo, ma io, a lui, ho fatto capire che non saremo mai amici. Una volta mi ha detto che lui lavora per Charlotte in sua assenza, ma io non lo stavo ascoltando, perciò non ho la minima idea di cosa faccia per lei. Non m’importa. È un completo imbecille e basta un nonnulla per deconcentrarlo. Sono sicuro che quello che fa sia completamente inutile. Che idiota…

So che certe persone non sopportano di non avere un modo preciso di impiegare il proprio tempo. Charlotte è una di queste. Invece a me piace vivere così. Improvviso, vivo alla giornata. Charlotte non mi ha mai davvero rimproverato quello che alcuni definiscono “pigrizia”, e gliene sono riconoscente. Per quanto, in fondo, so che anche se lo facesse, non modificherei comunque le mie abitudini.

Come dicevo, ho cominciato la giornata stiracchiandomi, a lungo. Poi mi sono lavato e sono uscito.

Quel che mi piace di questa zona è che tutti mi conoscono a forza di vedermi passare, tutti i giorni. Le donne, sulla soglia di casa, mi chiamano e mi sorridono, mi stimano. I bambini si precipitano a salutarmi quando si accorgono di me, mi adorano. Devo ammettere che, anche se ho un’avversione particolare per le relazioni umane in generale, il mio ego non è insensibile alla mia capacità di piacere. Fino a che non mi si avvicinano più del dovuto o non mi stanno addosso troppo a lungo, risulto piacevole. Sono troppo sciocchi per percepire il disprezzo che provo per loro.

Quando siamo arrivati qui, Charlotte e io, qualche anno fa, nutrivo qualche dubbio sul potenziale del vicinato. Charlotte mi aveva costretto a presentarmi a tutti i vicini – peraltro, l’avevo detestata parecchio per questo – ma, contrariamente a quanto accadeva quando vivevamo nel nostro vecchio appartamento, la gente non mi dava fastidio. Alla nostra residenza precedente, i nostri vicini erano o dei ragazzini ingrati che mi infastidivano costantemente, o delle comari inacidite che cicalavano per tutto il giorno, impedendomi senza sosta di dormire.

– Staremo bene qui, mio Paul – mi aveva assicurato.

Ed era stato così.

La amo, Charlotte. Insomma, credo. Non sono sicuro di amare qualcuno, in realtà, ma Charlotte è la persona che detesto meno. Ci siamo incontrati un po’ per caso, ma lei mi ha subito accolto nella sua vita e siamo andati a vivere insieme molto presto. Non credo ci siano molte ragazze pronte ad aprire la propria porta a qualcuno che hanno appena incontrato, come ha fatto lei. Penso che ciascuno di noi dia all’altro molte cose, e che sia per questo che tra noi funziona. La nostra non è una relazione amorosa, tutt’altro. Ma penso che noi due ci amiamo – o, perlomeno, ci stimiamo molto. È gentile Charlotte, un po’ ingenua a mio avviso, ma è gentile. Mi prepara da mangiare mattino e sera, e finisce sempre per sorridermi anche quando faccio delle cose che non sopporta. È anche carina, Charlotte. Cioè, credo. In realtà non è il genere di dettaglio a cui presto attenzione. Ho già sentito le donne del quartiere invidiarle i suoi lunghi capelli biondi e i suoi grandi occhi blu. Ho anche sorpreso degli uomini a studiare la sua delicata silhouette attraverso i vetri quando passano davanti a casa nostra. Sono sicuro che mi invidiano perché vivo con lei. Ma io li capisco. Che banda di coglioni…

Poi, dopo circa due anni dal nostro arrivo, Alex è piombato nelle nostre vite. Ho percepito subito che non era molto astuto. Ha poche idee e ben confuse, potremmo dire. Io mi domando che cosa Charlotte trovi in lui. È goffo, maldestro, un sempliciotto. Ed emana sempre un odore nauseabondo. Ciò di cui fatico di più a comprendere il senso è che, malgrado tutto il mio disprezzo nei suoi confronti, sembra che io continui a piacergli. Quando dico che è un completo coglione! Secondo me, Charlotte l’ha accolto a casa nostra perché ha avuto pietà di lui. Charlotte non è una ragazza stupida. O, almeno, è meno stupida delle altre. Perciò, non vedo altre ragioni se non questa. Noi formiamo dunque un curioso trio, di cui Charlotte è il pilastro.

Come sono solito fare, ho pranzato con la Signora Granier, la vecchietta che vive in fondo alla strada. È sorda come una campana, questa Signora Granier, ma siccome io non sono un tipo molto loquace, questo non crea problemi né all’uno né all’altra. Perciò lei mi invita a casa sua ogni mezzogiorno. E, da gentiluomo quale sono, io non rifiuto mai. È uno scambio di favori, mi direte voi. Sola com’è, con un piede nella fossa, io so che apprezza le mie visite. Tutti i giorni, spia i miei passi nel viale, nascosta dietro le tende, e appena mi vede sorride. Poi mi apre la porta.

– Eccola qui, dunque, signor Paul – inizia lei con quella sua vocina, – la stavo aspettando.

So che lei vorrebbe che io restassi più a lungo ogni volta, ma la sua gentilezza mi stanca in fretta. Allora rimango un’ora o due, sul divano con lei, con gli occhi semichiusi ad ascoltare il suono del televisore che lei alza sempre al massimo e, una volta che la sua trasmissione preferita finisce, mi stiracchio, la saluto e mi congedo. – A domani, signor Paul – mi dice sempre lei per darmi l’arrivederci, come se temesse che il giorno seguente io potessi non tornare.

Credo che la signora Granier sia la persona migliore, dopo Charlotte. In questo quartiere, perlomeno. Non ho mai cercato veramente di incontrare molta gente. La gente mi irrita. Preferisco limitarmi allo stretto indispensabile.

Sul finire del pomeriggio sono andato al parco che si trova al fondo della nostra via. Mi piace molto quel posto, è perfetto per passeggiare, sognare, o anche dormicchiare su una delle sue panchine. Ci sono dei bambini che vengono a giocarci regolarmente, ma faccio sempre in modo di tenermi a debita distanza da loro. Sono troppo chiassosi, troppo vivaci. Una volta, uno di loro è venuto a svegliarmi mentre stavo tranquillamente schiacciando un pisolino su una panchina. Mi ha mandato su tutte le furie. Gli ho fatto paura, credo, perché adesso i bambini non vengono più a infastidirmi. E quelli che sono troppo idioti per ricordare che a me non piacciono, vengono rimproverati dalle mamme, che spiegano loro che non devono venire a disturbarmi. Così mi sono messo su una panca accanto a degli alberi che mi piace molto, e ho approfittato, col naso per aria, degli ultimi raggi di luce che mi riscaldavano il viso.

Quando il sole ha cominciato a scomparire dietro i rami, ho fatto marcia indietro e sono rientrato.

Ed eccomi di ritorno a casa. Il salone è silenzioso. È insolito. Ma dov’è Charlotte? A quest’ora dovrebbe già essere rientrata. La chiamo. Niente. Sembra che non ci sia nemmeno Alex. Se fosse stato in casa, sarebbe già venuto a rompermi le palle raccontandomi la sua noiosa giornata. Ma dove sono? Non oso pensare che siano potuti andare via senza avvertirmi. Li distruggerebbe lasciarmi in pace per qualche ora. No, dev’essere qualcos’altro, di sicuro.

Un brivido mi scuote la schiena. Sta succedendo qualcosa di strano. Chiamo ancora una volta. Tendo l’orecchio. Non c’è anima viva in questa casa.

Mi dirigo verso la cucina. Spero almeno che Charlotte mi abbia lasciato da mangiare, comincio ad avere un buchino allo stomaco. Oh. Questo non è normale.

I cocci di una tazza rotta giacciono a terra in un mare castano. Dall’odore, riconosco il caffè a cui Charlotte è tanto affezionata. Mi si gela il sangue nelle vene. Charlotte è una persona maniaca e ordinata. È una delle sue principali qualità, per la verità. La pulizia è una cosa a cui teniamo, io e lei, una cosa troppo sottile per Alex, del resto. Lei non avrebbe mai lasciato una macchia del genere incrostarsi sul legno del parquet. Può essere che si tratti dell’opera di Alex, dopotutto. Charlotte dice che è maldestro. Io credo invece che sia semplicemente troppo tardo per prestare attenzione a quello che fa. Anche se quest’ipotesi è plausibile, non mi rassicura.

Io non sono pauroso, so semplicemente quando il pericolo non è lontano. In questo caso, sento che in questa cucina è successo qualcosa.

Esco piano dalla stanza, avendo cura di non toccare la porta che cigola. A stento avanzo verso il corridoio, e una corrente d’aria mi scompiglia. Un rapido colpo d’occhio mi permette di realizzare che la porta sul retro è aperta. Charlotte non apre questa porta se non per andare insieme ad Alex nel giardino posteriore. Lei sa che io non amo molto quel prato all’inglese. Dunque va lì quando vuole passare del tempo con Alex. Ma non sento nessun rumore provenire da fuori. Non sono lì, è sicuro. Non sanno essere silenziosi quando sono insieme.

Mi dirigo verso le scale. Di nuovo, degli oggetti giacciono per terra nel corridoio, tra cui un telefono, il cui ricevitore emette un bip continuo. Mi si rizzano i peli sulla nuca. Se è opera di Alex spero che Charlotte gli urlerà contro. Adoro quando lo fa. Anche se poi, dopo, lei è di pessimo umore e un po’ scortese anche con me. Ma qualcosa mi dice che quell’idiota non c’entra nulla, per una volta. Comincio a preoccuparmi seriamente. Tendo di nuovo l’orecchio all’ascolto del minimo rumore, ma la casa è particolarmente silente. Il silenzio è come piace a me: assoluto. Ma questa volta mi disturba, mi pesa. Se è uno scherzo di Charlotte, posso garantirvi che se ne pentirà. Lei sa che non amo le prese in giro. Sarò costretto a tenerle il muso, per farle capire che è andata troppo oltre. Ma, dentro di me, sarei felice se si trattasse di uno scherzo. Sarei felice anche se lo scherzo finisse qui. Il più velocemente possibile.

Faccio le scale con passo felpato. Ancora nessun segno di vita, né di Charlotte, né di Alex. Resto radente ai muri senza fare rumore. Da lontano, sento il suono di una sirena. Non devo lasciarmi distrarre, devo concentrarmi sui rumori della casa, anche se non se ne percepisce nessuno per adesso.

Un’idea mi balena in testa e mi rassicura. Charlotte deve aver avuto un imprevisto. Una chiamata urgente che l’ha colta di sorpresa, e, per la fretta, ha rovesciato il suo caffè e si è precipitata fuori di casa. E conoscendo Alex e la sua totale mancanza di impegni, sono convinto che l’abbia accompagnata. Sono contento. Ecco una spiegazione. Non c’è niente di cui preoccuparsi. Ora non mi resta che approfittare della calma della casa. Andrò a sdraiarmi sul letto di Charlotte, che è di gran lunga il più comodo. Mi sfiora l’idea di andare su quello di Alex, giusto per incasinarlo un po’. È un’idea interessante, ma non sopporto il suo odore, e il suo letto è molto meno comodo di quello di Charlotte. Mi dirigo dunque verso la sua stanza. Spero che non l’abbia chiusa a chiave. Ogni tanto o fa. Ma non mi sembra che lo abbia fatto oggi. La porta è socchiusa.

Entro nella camera e sobbalzo. Mi si gela il sangue nelle vene. In quell’istante, uno spettacolo orribile si presenta davanti ai miei occhi, mentre un forte grido riecheggia all’esterno della casa.

– Allister, muoviti, sento una sirena!

Non può essere possibile. Non può essere vero. Di certo sto sognando. Là, ai miei piedi, giace un corpo. Il corpo inerte di Charlotte. Non mi trattengo, mormoro il suo nome. Charlotte.

In quell’istante, sento la porta di sotto aprirsi. Qualcuno entra in casa.

Mi chino su Charlotte. Non sembra respirare. A livello del suo bacino, una grande chiazza viscosa si è estesa sul parquet. Del sangue. Non lascio che il panico prenda il sopravvento e tento di riflettere velocemente.

L’individuo che è penetrato in casa avanza al piano terra. Riconosco la direzione dei passi sul parquet. La sirena che ho sentito prima sta ancora urlando. Un po’ più forte.

Cedo alla curiosità. Tocco Charlotte delicatamente. È ancora tiepida, ma non reagisce. Ha gli occhi chiusi, come se dormisse. Ma non sono stupido, ha perso molto sangue. Una volta ho visto, in un episodio di una serie poliziesca che lei guarda nel week-end, che gli uomini non possono sopravvivere a una perdita di sangue troppo importante. Capisco che non posso più fare niente per lei. È morta.

L’individuo sale le scale. Mi blocco. No, non sono stupido. Sono sicuro che si tratti dell’assassino di Charlotte. E stavolta viene per me. Bisogna che mi nasconda. E in fretta. Quel tizio è rapido, ed è chiaramente saltato da una rampa all’altra scavalcando il corrimano per salire più velocemente. Ma io sono più rapido. Scivolo a tutta velocità sotto il letto. So che non si tratta del miglior nascondiglio del mondo, ma è il solo che mi si presenta in così poco tempo. Ho appena il tempo di dissimulare la totalità del mio corpo sotto il letto che l’uomo piomba nella stanza.

– Allister?

Tento di respirare il più piano possibile. È fondamentale che non mi veda, che non mi senta. Se non voglio essere il prossimo sulla lista. Mi concentro per non guardare il corpo senza vita di Charlotte. L’odore del suo sangue mi sta salendo alle narici. Anche se è un odore che non mi è sconosciuto e che, di solito, non mi dà fastidio, il fatto che si tratti del sangue di Charlotte mi disturba. Mi fa quasi venire la nausea.

L’uomo fa qualche passo nella stanza quando, all’improvviso, compaiono i piedi di un secondo uomo. Non riesco a vedere molto. Non riesco a distinguere i loro volti. Ma io non sono Alex, che pensa che tutti siano gentili. No, al contrario. Io so che sono stati loro a fare del male alla mia Charlotte. Vorrei fargliela pagare. Ma sono loro ad essere armati, e io sono sotto il letto.

– Arrivano gli sbirri, Allister, dobbiamo squagliarcela – dice il primo uomo.

Il secondo gli risponde che ha avuto il tempo di raccogliere tutto quello che ha valore in casa.

– Okay, bene, adesso muoviti – risponde il primo. – È fuori discussione che io mi faccia beccare, tantomeno per omicidio.

– Avrebbe dovuto cooperare, questa stronza – inveisce l’uomo chiamato Allister.

Sento il sangue che mi ribolle nelle vene, ma devo salvarmi la pelle. Charlotte non avrebbe voluto che ci rimettessi anch’io. Charlotte mi amava. Non avrebbe voluto che mi accadesse qualcosa. Fuori, la sirena urla più forte che mai.

I due uomini lasciano la stanza e li sento sfrecciare giù per le scale. Mi domando dove sia Alex. Perché non ha fatto niente per proteggere Charlotte? Potrà anche essere stupido, ma è ben più alto e ben più robusto di me. Certo, gli uomini erano due, ma so bene di che cosa può essere capace Alex quando è in collera. Una volta ho sentito Charlotte che ne parlava con una delle sue amiche. E so anche che Alex ama Charlotte. Con tutto il suo cuore. Anche ai suoi occhi Charlotte è la persona più meravigliosa che ci sia. Ecco qual è il nostro unico punto in comune. Il nostro amore per Charlotte. Allora, perché diavolo non l’ha protetta? Dov’è quel coglione? Non che io mi preoccupi per lui, no. Preferirei cento volte che ci fosse il suo cadavere per terra, accanto a me. Ma voglio chiedergli delle spiegazioni. Ha temuto troppo per la sua vita, quel lurido codardo? Si è salvato senza aiutare Charlotte? Un impeto di odio mi attraversa il cuore.

Adesso gli uomini sono usciti di casa. Almeno, credo. Non oso uscire. Non avevo percepito la presenza del secondo uomo, “Allister”. Tuttavia era salito. Non voglio uscire da sotto il letto prima di essere certo che sono al sicuro.

Improvvisamente, il rumore della sirena si interrompe. Sento dei forti colpi sulla porta. Dei poliziotti si annunciano a voce alta, poi li sento entrare. Che cosa dovrei fare? Rimanere nascosto sotto il letto? Mostrarmi ai poliziotti? Non voglio che pensino che sono stato io a fare del male a Charlotte. Ed è quello che sicuramente penseranno. Mi trovo sulla scena del crimine. Anche questo l’ho visto nelle stupide serie di Charlotte. Li sento salire. Bisogna che mi sbrighi a prendere una decisione.

Troppo tardi, ci siamo, entrano. Sono due, ah no, tre. Uno di loro si avvicina a Charlotte e la tocca nello stesso modo in cui l’ho toccata io poco prima. Emette la sentenza che io già conosco. È morta. Soffro. Più di quanto avrei immaginato. La mia Charlotte è morta. E questo mi rende triste.

Vengono impartiti degli ordini. “Perquisite la casa”, “chiamate il coroner”, “che nessuno tocchi il corpo”. Io non mi sono mosso. I miei muscoli iniziano a paralizzarsi. Un’idea mi attraversa la mente, ma sento che non è molto buona. Vorrei scivolare fuori dalla stanza. Scappare a gambe levate e rifugiarmi da Madame Granier. Non devo fare altro che attendere il momento propizio. Ma i poliziotti non sembrano voler lasciare la casa per adesso.

D’improvviso, sento uno di loro gridare da sotto.

– C’è un cane fuori. L’hanno ammazzato.

Alex. Allora hanno ucciso anche Alex. Ecco perché non l’ha aiutata. La solitudine, che io ho sempre apprezzato, all’improvviso sembra che mi stordisca. È davvero troppo per me. Soffoco sotto questo letto. Devo andarmene. Tutti i miei muscoli si tendono, faccio un balzo da sotto il letto. Una poliziotta, sull’uscio, si lascia scappare un’esclamazione di sorpresa. Devo fare in fretta. Mi lancio nel corridoio a tutta velocità e mi precipito giù dalle scale senza esitare un istante. Sento numerosi poliziotti gridare.

Uno di loro esclama:

– Acchiappatelo!

Accelero ancora.

– Lascia stare, Tom. Chissenefrega, è solo un gatto.

Un ringraziamento speciale a Short édition, “l’editore che promuove la letteratura breve”, per averci concesso di tradurre e pubblicare questo racconto.