Dovrei decidere per entrambi. Abortire la missione o rilanciare oltre l’orbita monotona. Fare una cosa che spezzi il silenzio, smuova il mare di tranquillità, illumini il nulla nel quale ci siamo adagiati da mesi, forse anni.
Stessa scuola, stessa carriera, stessi occhi innamorati. Stesse missioni. Io con la testa tra le nuvole, te con i piedi per terra scritto su magliette uguali. Molti giri vertiginosi in orbita finché le zampe del modulo lunare della nostra vita si posano come un divano di fronte a un televisore che trasmette sempre lo stesso documentario di animali estinti. Il motore ora si è spento.
Moon House to Ground Control, can you hear me?
Non lo so più.
Il display indica che mancano nove giorni al sorgere del sole. Nove giorni di silenzio radio. Nove di buio, nove per pensare a cosa dire quando sentirò di nuovo la tua voce.
L’unico piccolo specchio che c’è in questa base riflette un volto pallido, labbra screpolate, occhi arrossati. I capelli, rasati all’inizio della missione, sono cresciuti come un fungo. Gli angoli della bocca che scendono verso il basso non sono colpa della forza di gravità artificiale. Come sopporterò il tuo sguardo di delusione quando mi verrai a prendere, dopo il rientro? Ti racconterò della voglia quasi dolorosa di lasagne, di vino rosso, di pane caldo. Di girare nuda per casa, di andare a fare la spesa, di fare una corsa. Di qualcuno che mi baci. Dirò così: qualcuno. Ti racconterò dei vividi sogni erotici e dell’imbarazzo al risveglio. Ti racconterò che in assenza di gravità le mie tette erano quelle dei sedici anni, per ridere.
O ti dirò che è andata così, che non ci possiamo fare più niente. Che un giorno sono partita per la Luna e non sono più tornata.
Moon House to Ground Control, can you hear me?
Rileggo le note della missione per vedere cosa è rimasto da fare. La manutenzione più complicata, gli esperimenti, le osservazioni: tutto fatto, tutto finito. Il mio compito quassù si è esaurito. Resta l’incombenza quotidiana della sopravvivenza. Il riscaldamento, l’energia elettrica, i rifiuti, la raccolta della regolite per la produzione di ossigeno, scrivere rapporti con una sintassi noiosa. Mangiare, fare ginnastica, svuotarsi, dormire, cercare di non impazzire divorata dai pensieri in questo sarcofago abbandonato nel nulla.
Gin tonic sulla terrazza sul lago, ecco cosa mi manca.
Devo decidere io, fare qualcosa, qualcosa di improvviso, senza pensare, una cosa che faccia male e poi si vedrà. Rimedieremo insieme. Di fronte alla possibile catastrofe reagiremo insieme. Ancora insieme.
Dovrei andarmene e basta. Raccogliere qualcosa di mio, di essenziale, uscire, sbattere la porta. Quanti minuti potrei resistere fuori di qui, sola e senza niente? Soffoco, il sangue si vaporizza, mi congelo, le radiazioni mi decompongono e un meteorite mi colpisce in mezzo alla fronte.
Esagerata.
Ho conosciuto persone che se ne sono andate di casa e sono sopravvissute.
Moon House to Ground Control, can you hear me?
Il conto alla rovescia sul display indica che mancano tre giorni al sorgere del sole. La rotazione ci sta portando di nuovo faccia a faccia. La testa mi si riempie di istantanee di teneri paesaggi terrestri, di memorie non del tutto vissute, di quando credevamo che ci saremmo bastati per sempre. E usavamo la parola universo come unità di misura di ciò che pensavamo di essere.
Mi nascondo in uno dei rari angoli che le telecamere interne non inquadrano, mi levo la tuta e resto in mutande e canottiera, lontana dagli sguardi dei trentacinque ingegneri, matematici, astrofisici della Sala Controllo. Vorrei avere il coraggio di toccarmi, ma l’aumento del ritmo cardiaco e del respiro metterebbero in allarme i medici. Che cosa sta accadendo? Sto immaginando di scopare. So che non è nell’elenco degli esperimenti di questa missione. Moon House, over and out.
Vorrei aprire una finestra e gridare.
La dispensa è quasi vuota. Ci sono una decina di confezioni sottovuoto di uova strapazzate – disidratate; pollo e riso – disidratato; frutta mista – disidratata; e caffè – anche questo disidratato. Nella riserva sono rimasti meno di dieci litri d’acqua. Non una cosa buona da mangiare, non una doccia calda, niente che mi possa consolare.
Il conto alla rovescia sul display indica che manca un’ora all’alba. Qui il tempo non passa, sfugge. Sono stordita come dopo una lunga dormita nel pomeriggio alla casa sul lago. Cucinavamo insieme, mangiavamo troppo e bevevamo troppo per riuscire a fare l’amore.
Sposto la sedia accanto all’oblò del laboratorio. Non indosso la tuta, se dalla Sala Controllo mi vogliono guardare il culo si accomodino. Presto apparirà il disco bianco del sole nel cielo nero. Nessun tramonto struggente come quello che si vede dalla terrazza affacciata sul lago. È un’alba essenziale, funzionale come ciò che è rimasto del nostro legame. Potrei dire così, usare questa metafora. Capiresti.
Moon House to Ground Control, can you hear me?
Ground Control to Moon House, over.
La tua voce, distorta dalla distanza, è riconoscibile: l’accento, le parole preferite, le incertezze. La tua voce, ancorata a terra, è un suono che mi sfiora, mi risveglia. Vorrei accarezzare qualcosa di morbido come se fossimo ancora accanto. La trasmissione è registrata, la missione è monitorata, le tue frasi sono misurate, cortesi, utili. Over. Eppure sotto le parole necessarie ai nostri compiti scientifici sento risuonare, con lo stesso suono e timbro, le parole che ci scambiavamo: ascoltami, guardami, accarezzami. Nelle pause, nei brevi silenzi, nella dolcezza, credo di percepire un messaggio segreto rivolto solo a me. Se tornassi adesso, se apparissi adesso nella Sala Controllo non riusciresti a trattenere le lacrime. Ci abbracceremmo così forte da perdere il senso e la direzione dei nostri corpi. È questo l’effetto che mi fa sentire la tua voce.
La notizia è che la missione è cancellata. La Moon House, la prima base lunare abitata, non è utile, non è interessante, non è sostenibile. Si è esaurito l’interesse per quello che è stato costruito in una decina d’anni. La notizia è che stanno cercando di convincere l’Ente a finanziare un’ultima missione per portare via le cose utili, chiudere il gas, chiudere la porta a chiave. E riportarmi indietro. Ci vorrà tempo e pazienza.
E se non li convincete? So che farete tutto il possibile, ma se non li convincete? Over. Una scarica statica, il collegamento si interrompe, il silenzio del vuoto cosmico ci separa.
Il contatto radio è ripristinato. Va bene, posso aspettare. No, non ho bisogno di niente. Si, ci risentiamo presto. Com’è il tempo laggiù? Qui sempre lo stesso. Quando vuoi, io sono qui, senza altro da fare. Salutami tutti. Over.
Non ho comunicato che la dispensa è vuota, che nella tazza su cui è inciso il tuo nome bevo gli ultimi sorsi d’acqua. Anche senza il mio rapporto dovrebbero saperlo: hanno fatto la spesa, sanno quanto mangio, ma non sembra importargli. Diranno che è stato un tragico errore, che ho sprecato le provviste negli angoli nascosti alle telecamere interne.
Se pure la missione di soccorso fosse pronta, ci metterebbero tre giorni ad arrivare. La missione non è pronta, avrò il tempo di seccarmi. Nessuno si muove per una donna inaridita, lontana quattrocentomila chilometri. L’ultimo sorso d’acqua ha il sapore delle cose dimenticate.
Avrei dovuto fare qualcosa. Avrei dovuto farlo prima. Tra poche ore scenderà il tramonto e da questa finestra non ci sarà più niente da vedere.
Da qualche parte ci dovrebbero essere delle bustine di gin. Disidratato.
Moon House, over and out.
Livio Milanesio
Inizia come disegnatore di cartoni animati e regista teatrale. Per campare fa comunicazione per grandi aziende. Insegna allo IAAD. Ha insegnato alla Scuola Holden, alla Baskerville, alla Comics. Ha pubblicato racconti su Crack, Narrandom, Carie, Nuovi Argomenti e altri. Il suo primo romanzo, La verità che ricordavo, è finalista al Premio Nazionale Neri Pozza e libro del giorno di Farenheit Rai Radio Tre. Il secondo, L’uomo nel fango, vince il Premio Zeno. Nel 2023 vince il premio FuoriMano. Whisky preferito: The Balvenie Caribbean Cask 14 years.