Tutti i cigni sono bianchidi Elisabetta Ceroni

– Un film francese lo riconosci subito. È pazzesco! Già dalla prima scena… – Non riesce a terminare la frase, il timer suona. Sono passati dieci minuti. Gli dedico uno sguardo ingenuo e pacifico e gli sorrido. Ricambia, si rimette la maschera che gli cela gli occhi, tipo quelle che vendono a Venezia come souvenir del carnevale per i turisti, poi tira fuori un biglietto da visita e me lo allunga sul tavolo.
– Se vuoi… – dice, si alza e lascia la poltrona vuota. Com’è riuscito in soli dieci minuti a finire per parlare di cinema francese? Osservo la sua camicia azzurra alla coreana mentre esce e si chiude la porta alle spalle e penso che quella barba incolta dovrebbe sicuramente rasarla, perché non gli dona. Nel complesso, però, non male come tipo.
Dopo circa un minuto si apre di nuovo la porta e un uomo basso, tarchiato, pelato e dallo sguardo azzurro intenso si siede di fronte a me.
– Sono Antonio, – dice, porgendomi la mano dalle dita corte e un po’ troppo villose per i miei gusti – piacere. – Sorrido anche a lui, sussurrando: – Piacere, Claudia – e fingendo imbarazzo e timidezza. Percepisco subito che questo gli piace. Comincia a parlare di sé, mi fa qualche domanda, rispondo con il numero strettamente necessario di parole e questo lo incoraggia. Elimino le informazioni irrilevanti, conservo quelle utili – età, professione, interessi – poche, ahimè, in questo caso.
Molti sono prevedibili, troppi. In un anno, davvero un numero esiguo di loro mi ha sorpresa. Si capisce subito cosa cercano in una donna dal modo in cui ti rivolgono il primo sguardo e ti stringono la mano: loro stessi, il riflesso nello specchio che vorrebbero contemplare per tutto il giorno, se solo la routine quotidiana glielo concedesse. Si sa bene, però, qual è la fine di Narciso: li vedo annaspare. Ho contato i biglietti da visita ricevuti. Dieci per un incontro a settimana, quaranta in un mese, quattrocentoottanta in un anno – più l’altra decina che infilerò in borsa questa sera. Non uno che non me l’abbia lasciato. Nessuno di loro è sfuggito al rischio di essere ricontattato. Nessuno di loro lo è stato, tranne Francesco.
L’avevo conosciuto sei mesi prima, si è seduto presentandosi con una stretta di mano decisa. Aveva la mia età, ma dimostrava dieci anni di meno. Ci sono uomini per cui i quarant’anni sono una nuova rinascita, ma Francesco superava anche questo cliché, non era mai sembrato vecchio prima e mai lo sarebbe stato. Aveva il taglio di capelli di un ragazzino, corti dietro e ciuffo ribelle che ogni tanto ravviava con la mano, quasi nessun capello bianco, niente barba, occhi scuri e un braccialetto di caucciù legato al polso. Ricordo ancora com’era vestito: pantaloni blu scuro, camicia bianca con i risvolti fino ai gomiti, i primi due bottoni slacciati. Un colpaccio per qualsiasi donna mossa da voglie sessuali e desideri riproduttivi in conflitto con l’orologio biologico.
– Cosa ci fa uno come te qui? – mi era scappato tra le prime battute. Aveva riso e aveva risposto che era stato mollato dalla sua fidanzata qualche mese prima dopo dieci anni di relazione. Dopo aver costruito tutta una vita insieme non era facile ricominciare. Non venendogli in mente un modo migliore, aveva deciso di tentare con gli incontri SwitchME. Avevo sgranato gli occhi con stupore pensando a quella sola donna che l’aveva avuto in tutta la sua eterna giovinezza, che gli aveva probabilmente spezzato il cuore, ma che non gli aveva strappato dal sorriso un certo candore incosciente. Mi fu subito chiaro che non soffriva, a differenza di molti, di vittimismo. Avevo provato una sensazione strana che all’inizio non avevo riconosciuto, poi, una volta a casa, avevo capito che si era trattato di paura. Per questo motivo, l’avevo richiamato.
Ci eravamo frequentati per circa tre mesi, durante i quali lui aveva smesso di andare agli incontri, mentre io no. La prima volta che si era fermato a dormire da me avevo capito che non sospettava nemmeno lontanamente che io avessi continuato, così avevo deciso di lasciare in bella vista sul mio comodino qualche biglietto da visita. Si era infuriato e aveva rifiutato di ragionare quando gli avevo detto che dopo dieci anni di relazione doveva trovare se stesso in maniera diversa, senza attaccarsi a nessuna per un po’. Stai continuando a cercarla, – avevo affermato – ma lui aveva gridato in tutta risposta che ero semplicemente io a non accettare di poter essere quella dopo, quella giusta. Non ho mai voluto scavare a fondo per capire chi avesse ragione, non ne avevo il tempo. Ho lasciato che portasse via le poche cose che aveva lasciato da me, spazzolino, slip di ricambio, calzini, pettine, profumo, e che sparisse.
Se solo avesse saputo che non uno di quegli uomini aveva trovato sul suo cuscino un mio capello, forse sarebbe rimasto. O forse no, non avrebbe capito, oppure ancora tutto ciò avrebbe confermato i suoi sospetti. A ogni modo, avevo deciso che l’avrei considerato un incidente di percorso.
Antonio si alza, i suoi dieci minuti sono scaduti. Prendo il suo biglietto da visita – l’ultimo della serata: quattrocentonovanta – con un accenno di sorriso e il dito ad arricciarmi una ciocca di capelli, e aspetto che la luce del timer sul tavolo di fronte a me diventi verde per poter uscire da quella stanzetta, lontana dalla vista degli uomini e delle altre donne, che come me ricevono in cento minuti tutti e dieci i visitatori.
Ogni serata costa molto più di quel che vale, e mi sono chiesta spesso se non fosse meglio iscriversi a Tinder, ma sono giunta alla conclusione che non è la stessa cosa: ho bisogno di vederli, sentire la loro voce, osservare i loro movimenti. Mi ero data un anno di tempo, però è appena scaduto e ora fatico a pensare di darci un taglio. È come sottoporsi a un rituale. Entro in quella piccola stanza con solo un tavolino e due poltrone, sapendo che accanto ce ne sono altre nove, tutte disposte l’una in fila all’altra. Quando entra il mio ospite, si siede, si sfila la maschera e a me basta uno sguardo, ormai, per capire se quello che dirà sarà di mio interesse, ma soprattutto cosa dovrò dire io per renderlo interessato. Ogni volta sono una lei diversa: sicura di sé, timida, sconsolata, seducente. Devo metterli a loro agio, devo condurli alla trasparenza anche soltanto per un minuto di quei dieci a disposizione. Con alcuni è stato impossibile, con altri fin troppo facile. L’obiettivo è cogliere la loro essenza in pochi gesti, sempre che qualcosa del genere esista davvero. Quando torno a casa, appunto tutto sul mio quaderno. Ne ho già riempiti tre. A ognuno di loro dedico una pagina e ci appiccico sopra il relativo biglietto da visita.
Fino a un anno fa avevo un compagno. Come Francesco, avevo avuto una relazione lunga poco più di una decina d’anni. Solo che, a differenza sua, io mi sentivo ogni giorno più vecchia e risucchiata in un vortice di limitatezza. Non ho mai pensato di lasciarlo finché non mi ha chiesto di sposarmi. Avevamo cenato in uno dei ristoranti migliori della città, ma io avevo mangiato pochissimo, perché avvertivo che quella serata ci avrebbe gettati in una violenta fatalità. Il mio stomaco si era chiuso rivelandomi un estremo senso di disagio e inadeguatezza che non avevo mai provato prima. Arrivati al dolce, mi aveva allungato sul tavolo una scatoletta quadrata nera che aveva aperto rivelando un solitario in oro bianco. Mi aveva sorriso e aveva sussurrato: – Mi vuoi sposare? – Ero rimasta in silenzio per qualche minuto, poi avevo richiuso la scatoletta e avevo detto: – No. – Avevo capito solo in quell’istante cosa significasse scegliere: stare malissimo e poi liberarsi, come vomitare.
Nei giorni successivi avevo provato un gran senso di spaesamento e confusione: lui piangeva mentre impacchettavo le mie cose e mi sentivo in colpa. La sera il letto della nuova casa mi sembrava troppo grande, durante i pasti il tavolo apparecchiato solo per me mi pareva estremamente spoglio, ma non volevo tornare indietro. Ero sempre stata sicura che fosse l’uomo della mia vita, ma di fronte a quel giuramento mi ero paralizzata. Com’è possibile affermare che tutti i cigni sono bianchi, se non abbiamo visto tutti – ma proprio tutti – i cigni del pianeta?
Ho iniziato a fare un sogno, in quei giorni, e non ho più smesso. Sono sulle sponde di un lago. Ci sono tanti cigni bianchi che ci nuotano dentro. Scorgo quello nero. Lo chiamo con un gesto, lui mi raggiunge, ma appena afferra con il becco il tozzo di pane che gli porgo, esplode e si dissolve. La prima volta mi sono svegliata con una sensazione di vertigine e con il sospetto che fosse un segno. Avevo deciso così di avviare la mia indagine falsificazionista: era l’unico modo per placare i fantasmi dei ricordi, i dubbi, il senso di solitudine. Avrei analizzato un campione di uomini sufficientemente ampio e solo dopo, nel caso, sarei tornata sui miei passi. Un anno di tempo in cui avrei cercato di capire se Gabriele e Claudia sono davvero destinati a una vita insieme, finché morte non li separi.
Mentre appiccico il biglietto da visita di Antonio sotto gli appunti che lo riguardano – basso, tozzo, begli occhi azzurri! – quarantacinque anni – agente immobiliare – permaloso – senso di protagonismo – cenni vaghi di maschilismo – interessi mediocri (calcio) – penso che dovrei arrivare a cinquecento e poi smettere. Questo pensiero mi provoca un immediato nodo alla gola. Una sera come ultima chance per il cigno nero. Cinquecento è un buon numero? Questo dubbio mi crea un’inquietudine che supera addirittura l’idea che Gabriele mi abbia dimenticata. Se riesco a ripetere con convinzione a me stessa che un anno non può, per quanto intenso, cancellarne dieci con un colpo di spugna, è difficile scacciare il febbrile desiderio che il prossimo potrebbe essere il cigno nero.
Chiudo il quaderno e mi addormento. Quando apro gli occhi, sono le cinque e mezzo del mattino e un altro cigno nero onirico è esploso davanti al mio naso. Faccio una doccia, vado al lavoro, ci passo otto ore quasi in silenzio, torno a casa, ceno. Decido di uscire per bere qualcosa in un locale a pochi isolati da casa mia. Chiamo un’amica che non mi risponde, così decido di andarci da sola. Esco poco durante la settimana, riservo il martedì agli incontri dei tavolini e il sabato sera agli amici. Oggi è solo mercoledì, e sento l’irrefrenabile bisogno di annaffiare quell’esplosione interna con un cocktail molto freddo.
Ordino un gin tonic, mi siedo al bancone e, mentre butto giù il primo sorso cercando di non trasformarlo in una golata, penso che è proprio arrivato. Quel giorno, il bel giorno in cui tutto quello che abbiamo passato a nascondere come polvere sotto un tappeto viene fuori e non potremo più ignorarlo. Immaginavo che, nel mio caso, quel sogno fosse proprio il morto a galla, ma scatenava solo frustranti domande e nessuna chiara risposta: perché non potevo sognare il cigno nero col volto di Gabriele? Sarebbe stato più chiaro. Mi assaliva, invece, soltanto una domanda biforcuta come un bivio, a cui non riuscivo a dare una risposta: il cigno nero non esiste o sono io che non riesco a vederlo?
Le mie elucubrazioni sono interrotte dall’ingresso di Francesco nel locale, accompagnato da un amico. Non lo vedo da qualche mese. Rimane immobile per qualche istante, poi mi raggiunge, e bacia con le sue labbra eternamente giovani le mie guance incapaci di incresparsi in un vero sorriso. Provo a immaginare come mi vedono i suoi occhi e non riesco ad allontanarmi dal pensiero che la mia presenza solitaria al bancone di un bar sia quantomeno triste, se non da compatire.
Mi chiede come sto.
– Bene, tu?
– Tutto bene.
Soltanto in quel momento realizzo che indossa una camicia nera. Sbatto gli occhi, come se mi fossi ripresa da un momento di silenzio cerebrale. Sembra notare la mia confusione. Sorride.
– Claudia… – dice, e sono grata che abbia pronunciato il mio nome, mi pareva per un attimo di averlo dimenticato.
– Sì?
– Ci vai ancora?
Ci siamo, penso. Prendo tempo attaccando le labbra al bicchiere. Sto quasi per racchiudere gli ultimi eventi – il sogno, Francesco, la camicia, i dieci cigni che mancano all’appello per la cifra tonda – in una conclusione di senso che assomigli a una risposta come “È lui, di’ di no”, oppure “Non è lui, di’ di no”, o ancora “Non esiste nessun cazzo di cigno nero, di’ di no”.
– Immagino di sì – dice, cerca i miei occhi con i suoi, per poi abbassarli subito. Sto per parlare, vedo come se fossi un osservatore esterno la mia bocca schiudersi, ma Francesco è ancora una volta più veloce.
– Buona fortuna, Claudia.
Sì, sono io, mi chiamo proprio così, e questa è l’ultima volta che dirai il mio nome. Con un movimento leggero sollevo di poco il bicchiere per accennare un brindisi. – Alla tua – rispondo, incasso il suo ultimo mezzo sorriso come uno schiaffo e lo osservo allontanarsi con l’amico nella sala adiacente.
Finisco il gin tonic e ne ordino un altro. Quando il barista me lo porge, il senso di spaesamento lascia il posto a un sorriso vero e largo sul mio volto, poi comincio a ridere piano, senza però preoccuparmi di coprirmi la bocca con la mano. No, non può essere arrivato. Né il bel giorno, né il cigno. Me ne sarei sicuramente accorta. Sarei stata malissimo, poi benissimo, avrei dimenticato di mangiare e bere, di lavarmi e vestirmi, sarebbe stato il grande azzeramento della mia identità, il ritorno alla me primordiale, lo sguardo di meraviglia verso ogni dettaglio di mondo. Il cigno nero si dissolve perché non l’ho ancora incontrato! Semplice, no?

Grazie a Marco e alle sue dritte,
per questo e altri racconti.