Tatuaggi, boutique e inglese di Maria Sole Cusumano

Ivan scende intorno alle nove con ancora in bocca il sapore del sonno. Lo sento perché si trascina, scotola le chiavi per isolare quella del locale da quelle di casa, sbatte la porta. Sveglia tutti quanti, ma se glielo facciamo notare si altera, dice io almeno lavoro sul serio, e mentre lo dice i tatuaggi sul suo collo vibrano. In ordine sparso sono: il mio nome, Gaia, proprio sopra il grosso pomo d’Adamo; le scritte virtus e veritas, rispettivamente a sinistra e a destra sotto le orecchie; la rondine trafitta – o come dico io spiedinata – grande abbastanza da coprirlo per metà. Nell’unico punto bianco fra il mio nome e la clavicola ha già in mente di farsi uno spicchio di pizza con l’aureola.
Apre il negozio tirando su la saracinesca e già c’è qualcuno dall’altra parte della vetrata che si sporge e aspetta, che non vuole un tatuaggio ma un vestito da cerimonia per il matrimonio della cugina; oppure c’è un bambino mano nella mano con la madre che vuole ripetizioni. Ivan solleva il labbro, ha una cicatrice bianchissima, un solco profondo all’angolo destro della bocca, ce l’ha da quando è nato, e gli impedisce di sorridere. Ogni volta che ci prova la sua bocca prende una direzione diversa, ostile, e pare seccato o disgustato, a prescindere dalla circostanza.
Dice aspettate, e si butta con tutto il suo peso sullo sgabello che cigola e trema e pare che da un momento all’altro debba cadere; piglia l’agenda – intanto tira su col naso perché è sempre raffreddato – e chiede i nomi ai clienti anche se in paese siamo nemmeno mille abitanti e lui sa già cosa scrivere e lo scrive, ma gli piace sentirsi un professionista.
Mia madre si occupa della boutique. Lei viene giù dalle scale di ferro ballando sul suo enorme sedere e allarga le braccia e saluta e dice di qua, prego, dando del lei anche a sua sorella. Nella stanza accanto allo studio di tatuaggi ci sono scatoloni pieni di vestiti, altri vestiti appesi fino al soffitto che per prenderli ci vuole il bastone e un odore di naftalina e polvere da vomitare. Mia madre ha una dermatite che non vuole curare, dice è lo stress, lo so io cosa ci vorrebbe, una vacanza alle Canarie, ecco cosa. Squama dai gomiti e dalle ginocchia e dai capelli e ha sempre le sopracciglia nere impolverate di forfora. Noi crediamo che sia allergica a qualche materiale, forse al tessuto sintetico, ma lei per tutta risposta infila le braccia nude nelle pile di jeans e ficca la testa fra le gonne in poliestere appese alle sue spalle. Dice quando Enzo mi porta alle Canarie vedete come guarisco.
Enzo sarebbe mio padre, e ci fa da contabile. Vorrebbe un lavoro vero fuori dal perimetro del nostro condominio, ma non ne trova perché con solo la terza media può giusto fare il muratore, però ha il cuore debole e s’angoscia all’idea di faticare. Mia madre gli dice se lavori in nero del tuo cuore non frega a nessuno, ma lui c’ha il terrore degli ospedali, della malasanità e segue tutti quei programmi – Report, Le Iene – e dice non ci voglio morire così. Il terrore degli ospedali è lo stesso motivo per cui non si fa visitare. Mio padre, quando era bambino, lo chiamavano carnazza dura che significa avere la pelle dura, ma io ho sempre trovato che carne fosse più appropriato, perché riguarda la consistenza, la solidità di tutto un corpo e non solo della superficie. In effetti, Enzo è tarchiato, scuro, e se si taglia mentre affetta le patate – ché solo lui sa affettare le patate per farle assomigliare a quelle del McDonalds – con una sciacquata sotto il rubinetto il taglio s’è già rimarginato. Mia madre lo rimprovera, gli dice ti sei scordato com’eri quando eravamo fidanzati? Come facevamo l’amore due, tre, quattro volte e tu il fiato ce l’avevi sempre?
E io e Ivan ci mettiamo le mani sulle orecchie, diciamo bleah, e mio padre la prega, dice Marta, per favore, non a tavola, ed è tutto rosso e penso che il cuore pompi il sangue nelle vene con più forza in quei momenti.
Enzo scende alla boutique, fa compagnia alla moglie, la guarda intenerito mentre squama in mezzo ai vestiti comprati all’ingrosso e rivenduti a prezzi stracciati; l’aiuta con le riprese quando fa le dirette su Facebook per arrivare a tutta la provincia.
Marta si vanta perché i suoi clienti vengono addirittura da Palermo. Gente della città, dice facendo roteare la mano per aria. A noi dice che abbiamo ereditato la carnazza dura di papà, ma io non ci credo molto: la mia carne è morbida, ci resta il segno di un dito, di uno schiaffo o una carezza, e Ivan dice della sua che quando si tatua da solo gli pare di tatuare sulla carta velina. Però Marta insiste, dice non è questo il punto, e prima di spiegarsi batte le mani e strilla torniamo a lavorare.
Io comincio a lavorare il pomeriggio, a parte durante le vacanze scolastiche, quando riesco a riempire anche qualche mattina. Do ripetizioni di inglese seduta a un tavolo traballante fra la boutique e lo studio di tatuaggi, con solo un separé a creare l’illusione d’essere in una stanza a parte. Ho a che fare con bambini che non stanno mai fermi, che non sanno l’inglese e non lo vogliono imparare, che muoiono di vergogna all’idea di staccarsi dal dialetto e non hanno idea di come l’intonazione possa cambiare le parole. È difficile dare ripetizioni con mia madre che decanta le qualità di un lupetto e il ronzio della macchinetta e mi scappano talvolta dei sospiri che li sente mio padre dal piano di sopra. Lui la sera mi dà una pacca sulla spalla, dice con l’inglese farai meglio delle ripetizioni, e gli sorridono gli occhi. Solo che il mio inglese è quello delle serie tv americane, di Friends, Scrubs, The Big Bang Theory e la grammatica si tiene in piedi grazie a espressioni imparate a memoria, digerite e assimilate. Non so se saprei dire altro al di là di queste, ma non ci sto troppo a pensare, perché così paghiamo le bollette e possiamo cenare una volta a settimana con gli hamburger e inzuppare le patatine fritte di mio padre nelle salse.
In segreto io e Ivan stiamo mettendo insieme qualcosa anche per la visita dal cardiologo, se non vuole andare nel pubblico potrà fidarsi di un medico privato, no? Perché da un po’ di tempo papà sale e scende le scale di ferro con l’affanno e ha sempre la faccia rossa ed è strano che sia così rossa nonostante la pelle scura, la carne dura. Mia madre gli dice mettiti a letto, riposa e le dirette Facebook le fa da sola nel suo trionfo di vestiti e capiamo che papà è stato male perché lei squama più del solito.
Ivan dice che si tatua un cuore sul petto se papà si fa visitare, me lo dice quasi ogni sera quando restiamo soli nel suo studio e lui chiude la saracinesca. Sta fermo con la chiave nella mano e la chiave dentro la serratura e il rumore di ferraglia copre le nostre voci, così possiamo parlare in tranquillità. Quando Ivan parla di papà i tatuaggi sul collo si tendono, tranne il mio nome che si accartoccia, schiacciato dal pomo d’Adamo, e io seguo ipnotizzata quel movimento.
Mio fratello ha imparato da solo a tatuare. S’è comprato gli attrezzi e ha cominciato con i tutorial su YouTube e le sue gambe, che raccontano gli anni in cui restavamo senza luce perché nell’ansia di raccogliere i soldi poi ci dimenticavamo di pagare, e Marta accendeva le candele e diceva guardate che bello, e ci pareva bello sul serio. I tatuaggi s’erano fatti via via più definiti, più precisi, dalla linea grossa era passato alla fine line, dal colore pieno alla sfumatura, ma il suo preferito restava la giraffa un po’ sproporzionata che aveva disegnato quando mamma era stata buttata fuori dalla ditta di pulizie. Con la liquidazione aveva fatto la spesa della domenica – così la chiamavamo, scherzando, perché comprava carne e dolci – e ci aveva cucinato la pasta a forno con l’uovo, i piselli, il prosciutto e il ragù. Aveva detto da oggi le cose cambiano, noi siamo carnazza dura. Il giorno dopo aveva incominciato a pulire la stanza accanto allo studio improvvisato di mio fratello, aveva tenuto tanto la scopa che le erano venute le vesciche a mani e piedi e col primo carico di vestiti aveva cominciato a squamare.
Quella frase da oggi le cose cambiano, noi siamo carnazza dura , io e Ivan la leggiamo l’uno negli occhi dell’altra la sera, alla chiusura, ma non ci azzardiamo a pronunciarla per paura che la saracinesca se la mangi.
Il giorno che mio padre ha un infarto nessuno di noi è sorpreso o nel panico. Ci comportiamo come una scolaresca alle prove di evacuazione, sappiamo cosa fare. Ivan, che è in casa con lui perché ha voglia di mangiare, sente il botto, il rantolo e dà l’allarme mentre già è al telefono con la guardia medica. La sua voce rimbalza sulle scale di ferro e io chiudo i quaderni e l’English for beginners, dico al mio studente che per oggi deve tornare a casa, può tenersi i soldi. Lo aiuto a sistemare lo zaino e lo accompagno alla porta, gli carezzo anche la testina bionda mentre mia madre liquida le sue clienti col solito sorriso e incomincia a grattarsi i gomiti. La sento dire vi impacchetto tutto, venite a ritirare la settimana entrante, grazie e scusate, grazie ancora e scusate ancora.
Quando arriva l’ambulanza siamo tutti pronti con il plico di fogli sullo stato di salute di mio padre, pochissimi esami fatti, la maggior parte delle pagine sono state compilate da Marta che, con una precisione quasi medica, ha tenuto traccia del cuore debole di mio padre. Va lei assieme a lui, noi li raggiungiamo in motorino.
Ivan non ha il motorino, s’è preso il patentino senza manco avercelo, ma ha un amico che gli presta il vespone quando ha bisogno. Mi dice tieniti e io mi tengo, guardo la scritta virtus che si allunga sotto l’orecchio e vedo le vene strisciare sotto la pelle chiara, unire tutti quei tatuaggi in una grande costellazione.
Per arrivare all’ospedale prendiamo la strada provinciale, senza caschi il vento ci congela la faccia e io sento il freddo intorpidirmi le dita di mani e piedi, pungolarmi la gola, e comincia quasi subito a colarmi il naso. Ivan va così veloce che mi lacrimano gli occhi, o forse sono preoccupata per papà, in quel momento non mi interrogo perché siamo abituati a prendere le cose come arrivano e cercare di cavarcela. Il motto della famiglia reale inglese è never complain never explain, ed è l’unica cosa davvero inglese che ho imparato – anche se lo pronuncio all’americana. In questo siamo molto simili noi e i reali inglesi e la cosa mi fa ridere, mi fa sentire meno freddo.
Mamma ci aspetta all’entrata del pronto soccorso accanto l’ambulanza che ancora lampeggia. Tiene la giacca di papà in mano e si vede che si trattiene dal grattarsi i gomiti e la testa, che s’è legata i capelli perché altrimenti si riempirebbe la fronte di forfora. Dice ora ci fanno sapere, e mi stupisce vedere com’è calma, perché tutta l’agitazione se l’è presa la sua pelle.
Ci sediamo nel corridoio su tre sedie blu che ci bucano la schiena e la giacca di papà a mo’ di coperta. Ivan ci chiede se vogliamo un caffè ma Marta dice no, per carità, non buttare soldi. Non le piacciono le macchinette, non le piace l’idea di qualcosa che si mangia le monete e le banconote, e poi per il caffè, che può fare lei a casa con la sua bella caffettiera. Ivan sbuffa, incomincia a camminare avanti e indietro e i tatuaggi s’imbizzarriscono, vanno di qua e di là, si allargano e si restringono, tutti tranne il mio nome che mantiene le sue curve e proporzioni.
La storia del mio tatuaggio è una di quelle storie che si raccontano a tavola, che fanno parte dell’eredità di una famiglia e che verranno tramandate ai figli e ai nipoti. A diciassette anni Ivan voleva fare il capitano di lungo corso e non ci pensava nemmeno al mestiere del tatuatore, ma poi avevo avuto l’appendicite e pareva una cosa da niente perché in classe da lui se l’erano tolta tutti e si diceva che ti viene se mangi troppe patatine in busta, invece ci stavo rimanendo secca. Per la prima volta aveva pensato che invece di quattro potevano essere tre, che sulle famiglie come la nostra a volte la vita si accanisce e davvero bisogna avere la carne dura, essere proprio di piombo. Allora s’era scritto quel nome sul collo, sopra il pomo d’Adamo così che parlando, inghiottendo, ridendo, l’avrebbe fatto ballare, tremare, vibrare.
Il dottore si presenta da noi a notte fonda, si schiarisce la voce perché Marta s’è appisolata, ha spruzzato di forfora la giacca di papà. Ci tiriamo su tutti e tre insieme, quasi in contemporanea gridiamo come sta e il dottore ci fa segno di far piano ché i pazienti riposano, indica l’orario sul quadrante del suo orologio. Dice che è stabile, dovrà stare qualche giorno in osservazione e poi potremo riportarlo a casa. Poi prende mia madre da parte, dice dovrà prendere dei farmaci e fare delle visite periodiche, l’abbiamo preso per i capelli, c’è mancato poco, suo marito è fortunato.
Ivan casca sulla sedia blu come fosse lo sgabello del suo studio di tatuaggi e lo corregge: siamo fortunati. Mi guarda sorridente e per la prima volta la cicatrice non gli storce tutta la bocca.