Take away di Camilla Azzoni

Il cinese del sushi take away mi ha messo nella sportina doppie bacchette, doppia salsa di soia, doppio wasabi e doppio biscottino della fortuna. Poteva dirmelo in faccia che mangio per due invece di saltare fuori con questa trovata passivo-aggressiva. Ma lui è solito adottare queste strategie. Si fa chiamare Sergio, dando per scontato che noi italiani il suo nome vero non lo sapremmo pronunciare. 
Lui il mio lo pronuncia giusto: Alessandra, con la elle e la erre al loro posto, e parla pure con accento bresciano o bergamasco, in culo a tutti gli stereotipi. Magari nemmeno sa andare in bicicletta.

Le bacchette non le uso anche se le so usare. Un atto politico, solidarietà agli amici tibetani. Tenendolo tra il pollice e l’indice, immergo un angolino di nigiri sake nel barattolino tondo della salsa di soia e me lo ficco in bocca. La soia cola lungo il dito e si raccoglie in una goccia bruna all’altezza del polso. Mangio in macchina al lume della lucina del tettuccio, che ora che sono adulta posso accendere senza rischiare che mio padre venga accecato mentre guida ed esca di strada. Da bambina non potevo nemmeno cambiare le stazioni alla radio perché mio papà diceva che si pagavano. Spotify adesso lo pago eccome, premium. Mi annoio dopo dieci secondi di ogni canzone, ma almeno lo faccio da adulta e con la carta di credito. Questo è il progresso: pagare per annoiarsi.
Mi sono scalzata le Birkenstock e ho steso le gambe fin sopra il cruscotto, con le dita dei piedi che lasciano le impronte sul parabrezza. Piccoli francobolli unticci. Il sedile del guidatore è il mio tavolino, il grembo il mio piatto, la Panda il mio santuario. Ci tengo i resti delle giornate: pacchetti di sigarette vuoti, accendini che non funzionano, fazzoletti sporchi. Il profumo che ne esce è un misto di sushi, nicotina e deodorante da supermercato. Una cattedrale lercia, ma pur sempre la mia cattedrale.
Recupero il cellulare dal fondo pieno di tabacco e di cicche nomadi della Cartier vintage bordeaux e mi fotografo i piedi. Ho creato una buona riserva di foto dei piedi se mai me la dovessi vedere brutta, economicamente parlando. Da quanto ho capito, i piedi tenuti male sono apprezzati, quindi avrei una fetta di mercato garantita. Lo smalto sulle unghie dei ditoni è sbeccato da settimane di negligenza, le altre dita sono inquietanti perché sembrano montate al contrario, più sottili alla base e più larghe alla fine. I mignolini sono inutili e le unghie sono quasi inesistenti, non mi prendo nemmeno la briga di metterci lo smalto. La cotenna dura e screpolata dei talloni tendente all’ocra: irresistibile. Un feticismo democratico.
Bevo l’Asahi e rutto. Prendo una fetta di sashimi sake e me la calo in gola. 
So come essere educata fuori di qui. Sono anche pulita, il fatto che la mia macchina sia un cesso non c’entra. Questo è il mio porto franco, l’unico posto in cui canto a squarciagola canzoni di merda, dove rettifico conversazioni avvenute con i clienti e sono più brillante e spudorata di quello che sono stata in orario d’ufficio, dove vado a controllare se il tipo con cui sto scopando e che giuro non mi interessa ha la macchina parcheggiata sotto casa, per poi chiedergli se è a casa e vedere cosa risponde. 
Fa l’infermiere e con la questione dei turni le mie ronde intorno al suo domicilio diventano un po’ frustranti. Dopo che ci vediamo per scopare non mi caga per giorni, ma quando siamo insieme è molto dolce. 
All’infermiere piace scoparmi il culo. Per fortuna ha il cazzo piccolo. Non è per sfottere, anzi, è una conditio sine qua non per l’accesso al mio culo. Non mi piace, ma almeno non fa male.

L’hosomaki spicy con il salmone scottato viene immerso nella salsa di soia dove ho aggiunto una caccola di wasabi che sa di mostarda. Mastico piano. Penso che Sergio probabilmente lo sa, che io passo le sere così: parcheggiata in un angolo di città, con i piedi sul cruscotto a strafogarmi di pesce abbattuto. Forse per questo mi mette il doppio dei condimenti: per dire che ha capito, che non devo giustificarmi.
Non mi piace, ma almeno non fa male: lo stesso principio che regge metà della mia vita. Non cercare quello che ti entusiasma, punta piuttosto a quello che non ti distrugge. Non è mica poco, sopravvivere.
Ah, l’infermiere. Piccolo cazzo, grande sollievo. Non è l’amore, non è la passione, ma non è neanche un campo minato. Lui mi tocca i capelli dopo che abbiamo finito (ha finito, lui, io nemmeno ho iniziato) e lo lascio fare, anche se so che sparirà. Non mi piace, ma almeno non fa male.
E allora apro il biscottino della fortuna. Ce ne sono due, ovviamente. Dentro c’è scritto: “Il tuo futuro dipende dalle decisioni che non prendi”. Lo leggo e mi viene da ridere. Forse è Sergio che li scrive, apposta per me.
Penso che potrei ridurre tutta la mia esistenza a questo compromesso. Forse è vigliaccheria, forse è saggezza. 
Mastico un altro hosomaki, il wasabi che mi frigge le narici. 
Non mi piace, ma almeno non fa male.

La frase mi resta in testa mentre succhio le dita unte di soia. Non è amore, non è felicità, ma è sopportabile. E sopportabile significa che posso continuare a respirare senza fare troppa fatica.
Sullo schermo del cellulare lampeggiano notifiche: offerte di Shein, l’ennesima newsletter che non ho cancellato, un messaggio vocale di mia madre che dura cinquanta secondi e che non ascolterò mai perché la sua voce mi scava dentro più di quanto ammetta. E poi, in basso, il suo nome: l’infermiere. Uno “stasera?” mandato due ore fa. Non ho ancora risposto. Mi piace tenerlo lì, congelato, come un pesce abbattuto in frigo. Ma mi sono depilata tuttissima: ditoni dei piedi, pianta, stinchi, polpacci, ginocchia fronte-retro, cosce, inguine, labbra grandi e piccole, culo, pube, pancia, ascelle, intorno ai capezzoli, baffi e peli nel naso. Tra poco gli rispondo che ci sono.
La bottiglia di Asahi è quasi finita. La inclino, la agito un po’, ne spremo l’ultimo sorso tiepido e amaro. Il rutto che mi esce dopo rimbalza nell’abitacolo come un tuono privato. Nessuno può dirmi niente. Questa è la libertà.
Le mie gambe sul cruscotto cominciano a formicolare. Le abbasso, accendo il motore solo per sentire il ronzio rassicurante. Non ho ancora intenzione di partire, ma la vibrazione della macchina è come un abbraccio. Qui dentro posso essere molle, storta, sbagliata.
Scarto l’altro biscottino della fortuna. La scritta dentro dice: “Accetta il compromesso, e sarà casa”. Mi parte una risata che quasi mi fa strozzare con un chicco di riso che mi era rimasto tra i denti. È perfetto. È il mio biglietto da visita, la mia filosofia spiegata in otto parole stampate male su un foglietto unto.
Sotto la luce proibita del tettuccio, mi guardo nello specchietto. Sono la versione stanca di me stessa, quella difettosa. Ma sono vera, qui. Non c’è nessuno da convincere. Nessuno da compiacere. Nessuno che possa ferirmi.
Non mi piace, ma almeno non fa male.
Ripeto la frase piano, come una preghiera che non ha santi.

 

Camilla Azzoni
Nasce a Parma nel 1990. Suoi racconti e articoli sono comparsi su Topsy Kretts, Blam!, Calvario, Scomoda, Kairós, Lo Scisma, Alkalina, Gorilla Sapiens e Altri Animali. Fa parte della redazione di Metamorphosis ed è editor per Scomoda. Uno dei suoi romanzi è finito tra i segnalati della XXXVI edizione del Premio Calvino.