L’erba del campo da croquet di Richmond Park è liscia, come moquette appena aspirata, con quelle linee ben demarcate dal tragitto del tagliaerba. Alcuni pensionati, un po’ ricurvi, si muovono per il prato come a rallentatore, con i loro martelletti e taccuini. Sono tutti uguali, gilet beige con tasconi aperti sulle pance molli. Dalle loro bocche sdentate sgorgano alternanti borbottii e risate sui tempi in cui si poteva giocare in pace senza il fragore delle musichette di TikTok e Instagram trasmessi da quegli “arnesi infernali”.
Miriam li osserva, scrive sul suo quaderno Moleskine, e aspetta. Stefano è, come al solito, in ritardo. Perlomeno lo può attendere al sole, sulla sua panchina preferita – quella con la dedica a una certa giovanissima Jo. Le è sempre piaciuta la tradizione anglosassone di dedicare una panchina a chi non c’è più, per riposare e ristorarsi dove la loro memoria accompagni chiacchiere e contemplazioni varie e disparate.
I cinguettii degli uccelli e i suoi stessi pensieri vengono interrotti dal comparire di un’ombra alta e aggraziata che le blocca la visuale. Un’ombra dalla quale proviene una voce incongruamente profonda, in contrasto con un viso così glabro e un corpo così longilineo.
– Eccoti qua, mia Emily Dickinson… pronta a scrivere, sempre.
Stefano è una canna al vento, flessuoso e con lunghe ciglia civettuole. Punta i piedi di lato, come ha sempre fatto, allungando sinuosamente il braccio le porge un bicchiere ghiacciato dello stesso verde smeraldo dell’erba del campo.
– Non sto scrivendo una poesia, e lei non era inglese, ma va bene lo stesso, – lo canzona, sfiorando con le dita affusolate dallo smalto rosa pallido la condensa sul bicchiere di plastica, esitando in una maniera che non le si addice.
– Devo ancora capire se bere matcha effettivamente mi piace o se è l’ennesima trappola tesa da qualche influencer nella quale sono cascato. Bah. Ci dovrebbe svegliare per bene dopo la festona di ieri, almeno.
– Fino ai last orders siamo rimasti solo noi, in effetti… eravamo i superstiti!
Il sorriso di Miriam, dapprima volutamente sbilenco, si raddrizza e rassomiglia a quello della Sfinge, mentre le tornano in mente gli Aperol Spritz bevuti sulla terrazza che affaccia su Tower Bridge del loro locale preferito, in onore del suo trentacinquesimo compleanno. Una serata insolitamente tiepida e dai contorni dorati, per la quale dopo tanto, troppo tempo, Miriam aveva osato indossare un vestito aderente di satin nero, che le scorreva liquido sulla pelle abbronzata. Dopo tanto, troppo tempo, si era sentita sensuale, in pieno controllo del proprio corpo che, diciamocelo, adesso capiva non essere niente male… Inevitabilmente, in quei momenti, la sua mente tornava ad Adam e a come anche questa piccola, grande pietra miliare di vita sia un evento al quale lui non ha potuto… non ha voluto… assistere.
Stefano capisce, naturalmente, sa. In punta di piedi, come fa nella sua quotidianità presso la Royal Ballet School, accerchia piano il pensiero di Miriam, pesante, senza invaderlo né opprimerlo.
– Direbbe che è come bere muschio e pregherebbe per una Coca Light, – sussurra semplicemente.
Miriam annuisce e mantiene la sua espressione enigmatica, mentre pensa a come, effettivamente, lei e Stefano siano gli ultimi rimasti sotto tanti punti di vista. I due cugini senza pargoli gattonanti né fedi di platino. I due non-più-giovanissimi di famiglia che a ogni evento si accompagnano, stoici e solidali, l’uno all’altra.
Per ironizzare sul suo lutto onnipresente e ancora devastante, Miriam si definisce almost-widow, quasi-vedova, perché lei e Adam non si erano mai sposati. Ciò che esterna con meccanismi dissacranti, internamente viene ancora marcato da quelle poche parole, brevi e conclusive, dalla grafia familiare e tremolante ritrovate su quel post-it dalla London Borough Police assieme al giubbotto Decathlon giallo evidenziatore che Adam indossava quando faceva jogging, la borraccia e il FitBit. Parole che chiedevano preventivamente scusa per il gesto al quale avrebbe dato atto dopo aver scelto accuratamente la curva esatta del binario al quale avvicinarsi fatalmente, pochi secondi prima dell’arrivo del treno delle 7:37 per Charing Cross. Sono passati due anni e anche se Miriam non pensa sempre a quel post-it, il suo spessore effimero e il crudele messaggio che conteneva la colpiscono ancora, quando meno se lo aspetta, come adesso.
Stefano invece non ironizza, ma evita, separa, filtra come al setaccio la sua vita personale nascondendo anche a se stesso la possibilità che avrebbe di essere accolto. Accolto da Jason, che vorrebbe con lui non solo incontri casuali e comunicazioni attraverso emoji ammiccanti, ma passeggiate al mercato della domenica, mano nella mano, spontaneamente; quadri astratti nei quali Stefano e i suoi passi di danza potrebbero essere unici soggetti; colazioni domenicali nella panetteria all’angolo, a leggere le riviste mensili di architettura e a fare boccacce buffe a bambini col volto sporco di zucchero a velo. Per quella domesticità idilliaca quasi alienante nella sua semplice bellezza, Stefano trema anche solo al primo accenno. Si rifugia nelle app di incontri, aggiornando il proprio profilo ripetutamente. Elude le domande di genitori, nonni e conoscenti che, come il ritornello di un tormentone estivo il pomeriggio di Ferragosto chiedono “E a Londra, una bella fidanzata, non ce l’hai?”.
Aveva sempre pensato, forse ingenuamente, che la sua passione, il suo lavoro, la sua vita respirata interamente a passo di danza classica avrebbero fatto coming out per lui. Palese e lampante, senza alcun bisogno di annunci, dichiarazioni o parole più o meno brevi, più o meno anglofone che lo definissero. Quando la radicata, cattolica e tradizionale italianità della loro famiglia non ha fatto trasparire alcuna deduzione a riguardo, tra le righe della sua biografia di adulto, Stefano si è semplicemente limitato a non agire, a non specificare. A rimanere, ultimo, anche lui, preferendo un’esistenza in una bolla al di fuori del suo palcoscenico.
E così, i due cugini si fanno compagnia, si fidano e si confidano, proteggendo l’uno per l’altra quel sentimento di indipendenza.
Gomito a gomito, stretti sui sedili cigolanti del volo verso l’Italia, Miriam riapre la sua Moleskine, rileggendo vecchie poesie scritte anni prima, mentre Stefano si appresta a completare un Bartezzaghi sulla Settimana Enigmistica di qualche settimana fa. Sono rituali ricorrenti che i due compiono prima di tornare in famiglia. Per ripassare l’italiano, per riabituarsi all’aria di casa, per rivivere le loro identità e origini prima del loro trasferimento londinese. Momenti che permettono a Miriam di scandire il tempo della sua vita con più leggerezza, rispetto ai momenti classificati come prima e dopo Adam’s passing. Passing: non solo passare ad altra vita, ma farlo quasi con discrezione, aplomb, eleganza. Per lei evoca spontaneità, casualità, forse grazie ai collegamenti da bilingue che fa con l’idea di essere di passaggio, per caso, in un luogo temporaneo.
La punta della matita di Stefano affonda piano nel suo polso, sospendendo le sue riflessioni linguistiche e non.
– Ahia! – sussurra con voluta esagerazione. – Già siamo schiacciati in questi sedili! Se in più, mi fai male…
Stefano le fa la linguaccia.
– Certo, perché se aspettavamo te, viaggiavamo con la compagnia di linea e spendevamo quanto il mio coreografo spende in botox dai dermatologi di Harley Street! Piuttosto… il Baggins ne Lo Hobbit, 45 orizzontale… Tu che hai studiato…
Miriam sorride e alza gli occhi al cielo.
– Ho studiato sì, ma tu non guardi neanche i film? Che poca cultura generale, mamma mia…
Stefano ricambia con un sorriso più sornione e soddisfatto.
– L’unica cultura che mi serve per ‘ste feste è legata al Mercante in Fiera, e ai numeri della Smorfia per la tombola. Che bello, avere il gioco d’azzardo come sfogo e distrazione dalle abbuffate natalizie e dalle domande di zia Virna!
Che bello davvero, Miriam non può fare a meno di pensare. E che sollievo avere Stefano, punzecchiature di matite incluse, in questi momenti inevitabilmente spinosi, e fatti di sorrisi e sospiri impietositi per lei, e domande ammiccanti per lui.
*
All’aeroporto di Gatwick, Miriam aspetta la sua valigia al nastro trasportatore del Carousel 9. Sorride tra sé e sé pensando a come, sotto la corazza rigida con le rifiniture in pelle color cammello marchiate dalle proprie iniziali, la aspettino pacchi di caffè, di biscotti Mulino Bianco, di olive e mezzelune di pecorino conservate sottovuoto. You can take the Italian out of Italy, but you can’t take Italy out of the Italian, le diceva sempre Adam, godendo a sua volta di ognuno di questi souvenir gastronomici. Stefano aspetta accanto a lei e pregusta la croccante e oleosa consistenza dei suoi taralli al finocchietto – uno dei pochi snack che si concede anche prima di una tournée importante. Sono rientrati insieme da Milano dopo il compleanno di nonna Irma, consci di aver compiuto il loro dovere di “bravi nipoti” ma anche, non troppo segretamente, di quanto il resoconto dettagliatissimo dei suoi acciacchi e duroni ai piedi, adesso che di anni ne ha appena compiuti novanta, rischi di essere l’ultimo che sentiranno di persona.
– Ci viziamo con un Uber o manteniamo le nostre radici pratiche e tirchie con un bel giro sul Gatwick Express? – le chiede Stefano, infilandosi gli occhiali da sole.
– Facciamo i borghesi ancora per un po’, dai. Prendiamo un Uber e perlomeno manteniamo un tono elegante, prima di aprire il pecorino con una bella birra, – risponde Miriam, aggiungendo – con quegli occhiali da sole, fai subito celebrity in incognito rientrato da qualche mese di terapia di disintossicazione mista a ritiro ayurvedico.
Ride fragorosamente, sorprendendo anche se stessa. Stefano la segue e le porta un palmo alla nuca, un gesto misto a sfottò, rimprovero e accompagnamento verso l’uscita. Entrambi si trascinano dietro i trolley e controllano i propri cellulari, ansiosi di dimostrare a loro stessi come non siano, effettivamente, soli. Come nella loro breve assenza abbiano avuto qualcuno, anche solo un vicino premuroso o un collega annoiato, che sia rimasto in attesa del loro rientro.
Stefano si domanda chi possa scrivere a Miriam, speranzoso, nel profondo, che sia anche solo un flirt passeggero che le permetta di vivere al di sopra di un ricordo onnipresente. Che le ricordi, anche solo in parte, che è ancora viva, che potrebbe conquistare chi vuole, con la sua disarmante ironia osservatrice. Spera per sua cugina un messaggio che le offra una spesa nel frigo, un annaffiamento regolare delle piante sul suo davanzale, un’offerta di una cena davanti al divano con qualche episodio di Bridgerton. Sa benissimo che quelle serie TV piene di corpetti, sospiri e intrighi d’amore tra giardini d’epoca sono esattamente il tipo di genere melenso che Miriam critica e che invece poi guarda di nascosto – e lei sa che lui sa e lascia che la prenda in giro.
Miriam si domanda la stessa cosa, sperando che Jason continui a scrivere a Stefano nonostante la freddezza con cui suo cugino tende a scostarlo dalla sua vita quotidiana, nella periferia, dietro le quinte. Un paio di volte, soprattutto quando gli aerei presi in questi giorni avevano incontrato qualche turbolenza sorvolando le Alpi, ha sbirciato verso lo schermo dell’iPhone di Stefano e ha visto una foto di loro due, giovani artisti bellissimi, seduti al sole a un tavolo da giardino, gli occhi azzurri di entrambi scintillanti, quelli di Jason in un ottimismo finalmente fondato e quelli di suo cugino in un sorriso dal quale lui stesso appare spiazzato. Sotto il tavolino di legno, Miriam sa benissimo che le loro mani si stanno sfiorando in quella foto, anche se la fotocamera non ha ripreso il gesto di intimità.
Guardandosi intorno, l’aria umida e plumbea di Londra che accarezza opprimente ogni edificio ai lati della fila per i taxi, entrambi si rendono conto della folla, delle persone esattamente come loro, sul loro volo dall’Italia o in arrivo da altri luoghi, residenti o turisti, con i loro bagagli fisici e metaforici. Sono accompagnati, l’una dall’altro, e da tutto il resto. Non più gli ultimi rimasti, ma semplicemente, protagonisti della coralità di questa metropoli, nella loro individualità e nelle loro scelte.
Si avvicina una Skoda blu con la targa segnalata dalla app. Scende l’autista e prende entrambi i trolley, chiedendo come sia andato il viaggio e se il meteo, a Milano, fosse migliore di quello di qui. Miriam si limita a rispondere “Of course” e si infila anche lei gli occhiali da sole, come a dimostrazione di aver portato qualche raggio di sole superstite con sé, come souvenir.
– Verso casa, capitalismo e un po’ di meritata privacy? – chiede sorridendo a Stefano, che sta per aprire la portiera dal lato dell’autista, come ogni volta che rientra dall’Italia, dimenticandosi del lato inverso del guidatore in questo Paese.
– Perlomeno, verso ciò che ne resta! – risponde a Miriam.
Nell’abitacolo, lo schermo di un iPhone lilla si illumina per segnalare una notifica ricevuta. La Skoda riparte verso il nord della metropoli. Pochi minuti dopo, quasi in una danza sincronizzata con il raddrizzamento della sbarra dell’ingresso degli Arrivals, un secondo cellulare vibra nell’abitacolo.
Maisie Nesbitt
Pseudonimo di Marta Napodano, Maisie Nesbitt è una torinese trapiantata nel Regno Unito da più di quindici anni, dopo un’infanzia trascorsa nel continente asiatico. Scrive principalmente poesie in inglese e le sue due raccolte, Now I Know My ABCs e Stay Calm and Cheerful, contengono riflessioni sull’insegnamento prima, durante e dopo la pandemia da Covid-19; sul desiderio e l’aspettativa della maternità; sull’elaborazione del lutto e sull’indipendenza di espressione. Il suo buon proposito è leggere e scrivere di più nella sua lingua madre: l’italiano.