Suki in Paradise di Alessandra Pierantoni

A Pearl Island il sole splende tutto l’anno. La temperatura media è di 28 gradi Celsius. L’umidità relativa durante il giorno è all’85%. A volte il cielo brontola. Quando è stagione, la pioggia scrosciante finisce in mare. (Infatti: l’acqua vuole ricongiungersi. Ciò che è simile vuole diventare uguale.)

Sull’isola vicina, Diamond Island, c’è il più grande acquario visitabile al mondo. 63 milioni di litri d’acqua sono intrappolati tra lastre in acrilico spesse 80 cm. Lì gli animali marini nuotano come cornflakes. I segreti dell’oceano si svelano ogni giorno davanti a 115.000 bocche appiccicose di bambini. Le loro dita grassottelle ricoperte di glassa da zucchero tentano di afferrare le squame dei pesci e rimangono appiccicate… alla plastica. (Alle 5 iniziano le pulizie.)

Una visita non costa poco (49 Sukai), una notte in una delle 11 suite di lusso con vista sull’acquario “Midnight at Open Sea” costa 23.890 Sukai. (Le suite sono sempre occupate.) Al denaro non ci si pensa più una volta visto come fluttuano e planano maestosi gli squali seta del Pacifico e le mante sopra i larghi volti della gente. Inoltre, a Diamond Island si può osservare il più grande squalo vivente in cattività. (È uno squalo bianco.)

A Pearl Island c’è la PARADISE. (Dove nessun animale marino vive dietro a una lastra.) Uno dei primi investitori una volta aveva detto che sarebbe stato assurdo costruire una fabbrica su un’isola. (Sfortunatamente viveva sulla terraferma e gli venne presto il mal di mare.) Il notevole successo della PARADISE non fu inaspettato solo per lui. Perché dopo la costruzione nel 1963 la PARADISE era innanzitutto una fabbrica anonima con un tetto in lamiera dove si producevano tappi per bottiglie di plastica. Era l’età d’oro della plastica. Proprio così: acqua pulita. Le persone bevevano abbastanza, la PARADISE faceva buoni numeri. Nel 1975 le cose cambiarono. Dai tappi di plastica si passò agli elettrodomestici. (Gli sbattitori erano particolarmente graditi.) Dal 1985 frigoriferi. Espansione. Capannoni in Bielorussia, Vietnam, India, Argentina. Poi esperimenti con la robotica. Unendo la tradizione al nuovo, intorno alla fine del secolo scorso la PARADISE divenne leader incontrastata nel mercato di elettrodomestici autonomi con più di 535.000 dipendenti in tutto il mondo. “In ogni casa dovrebbe essere presente un pezzo della PARADISE”, disse la presidente Yu Ise dopo il successo mondiale. E aggiunse che la PARADISE da quel momento in poi doveva muoversi come uno squalo. (Con questo intendeva che gli squali muoiono quando smettono di muoversi.) Così sembrò una buona idea mettere come logo dell’azienda una pinna di squalo che emergeva in superficie al tramonto, davanti a un’isola stilizzata. (Palme rudimentali incluse.)

Suki B. nacque sulla terraferma, al punto più a sud dell’Asia continentale. I suoi capelli erano lunghi, soffici, neri. Al sole bluastri. I suoi occhi erano umidi, grigi, profondi. Come il temporale sopra l’Open Sea. Era sempre attratta dall’acqua. Da bambina Suki assomigliava a una Ninfalide, più precisamente a una Sasakia Charonda. (Se non la conosci puoi cercarla.) Quando la vita lo richiese, Suki iniziò a lavorare alla PARADISE. (Quando la vita lo richiese Suki aveva 9 anni.) La madre di Suki aveva lavorato anche lei per la PARADISE, con uno stipendio mensile medio di 6 Sekaia. La PARADISE pagava con puntualità ed era un posto di lavoro sicuro. Questo la gente sulla terraferma lo sapeva. Ma la madre di Suki fece presto un errore e fu scartata. (Aveva le punte delle dita ustionate ed era quasi completamente cieca.) Quando la madre di Suki smise di funzionare aveva 36 anni.

Per questo Suki prendeva il traghetto per Pearl Island ogni mattina, quando faceva ancora fresco. Vista dalla terraferma Pearl Island si trova ancora più a sud di Diamond Island. Entrambe le isole sono raggiungibili in traghetto. Ma non con lo stesso, anche se entrambi viaggiano più o meno nella stessa direzione. Sul traghetto per Pearl Island non ci sono posti a sedere. Sul traghetto per Diamond Island il Pool Bar offre tutti i giorni l’happy hour, dalle 12 alle 20. Sebbene il traghetto di Suki passasse ogni giorno sopra l’acquario di Diamond Island, il più grande del mondo (sarebbe stato raggiungibile a nuoto), lei lo superava senza saperlo. Così non aveva ancora mai visto il più grande squalo bianco in cattività al mondo. Non sapeva ancora quanto fosse vicino. Ma con gli squali è così. (Sono spesso più vicini di quanto si pensi.)

La madre di Suki morì quando scambiò un grongo per un altro pesce commestibile che conosceva. Era quasi cieca e e quella era pur sempre gelatina fredda. Non aveva cotto bene l’anguilla. Fu un tragico errore. Perché il sangue del grongo contiene una sostanza sconosciuta altamente velenosa, di cui la madre di Suki era all’oscuro. (Aveva sempre fame.) Mangiò l’animale intero e morì in modo atroce. Iniziò a sudare. I suoi pori si riempirono di pus. Le secrezioni fuoriuscite avevano il colore di una malattia renale cronica. La madre si contorceva sulle piastrelle bianche, lasciando un umido luccichio nei punti in cui strisciava. (Bisogna pensare a una lumaca o una chiocciola di mare. Per sbaglio o di proposito venuta a contatto con aceto, sale, o veleno.) Quando la madre morì, Suki stava scannerizzando circuiti stampati alla PARADISE. Quando Suki trovò quel viscido pesce dell’oceano sul pavimento della cucina dell’appartamento (sua madre era diventata anche lei un grongo) urlò (non avrebbe mai più urlato così forte), lasciò la casa (non sarebbe mai più tornata), prese in affitto un appartamento per lavoratori a Pearl Island nelle Paradise Hills (a un prezzo ridotto per gli impiegati della PARADISE) e non mise mai più piede sulla terraferma.

Senza la madre, senza i biglietti del traghetto per la terraferma, le giornate di Suki divennero tutte uguali. Uguali quanto i flussi di lavoro alla PARADISE. In una giornata lavorativa tipo alla PARADISE (e ogni giorno era una giornata lavorativa tipo alla PARADISE), Suki si svegliò al suono della sveglia sulle Paradise Hills. (Erano le 4 e faceva ancora fresco, ma questo non voleva dire niente.) Suki si lavò i denti sotto la luce ultravioletta, si tolse di dosso l’inevitabile, copioso sudore notturno (le stanze degli impiegati erano climatizzate) e indossò la sua divisa da lavoro: scarpe di gomma azzurre, retina per i capelli nuova, braccialetto antistatico color azzurro, camice fiordaliso. Poi scese giù.

Sottoterra dei marciapiedi mobili portavano dagli isolati nelle Paradise Hills fino alla PARADISE. Velocità: esattamente 8,65 km/h. Distanza: al massimo 1,4 km. Sui marciapiedi, che si muovevano da soli, era proibito correre. (Ai piani alti questo veniva chiamato “risparmiare risorse”.)

Nell’ingresso della PARADISE non c’era un orologio. Lì dove prima nelle fabbriche venivano appesi orologi pesanti e minacciosi con lancette striscianti, che rimanevano spesso ferme, alla PARADISE c’era semplicemente un motto: “PARADISE IS NO PLACE, PARADISE IS A CONDITION”. Sopra, il logo della PARADISE. Pinna di squalo, isola, sole, palma. (Non dovresti neanche chiedere l’ora. Non importa che ora è. Potrebbe essere oggi, ieri o domani. Di fabbriche come la PARADISE ce ne sono sempre state. Il tempo non è importante. Neanche l’anno, l’ora o la durata della vita.)

In una normale giornata lavorativa (e ogni giorno era una normale giornata lavorativa) Suki fece il login nel computer centrale. (Tenere il braccialetto azzurro sul transporter.) 1° segnale acustico: dispositivo attivo. 2° segnale acustico: accesso effettuato. “Good Morning suk_b_63! Have a Wonderful Day in PARADISE”. Poi Suki inserì il suo braccialetto antistatico: seguì un segnale con luce verde, che indicava che era tutto ok. Poche cose erano importanti alla PARADISE come l’identificazione delle lavoratrici.

La fabbrica era pulita proprio come ci si potrebbe aspettare. Le superfici: bianche come nuvole, idrofobe come loto. Gli organi delle macchine giacevano sotto la pellicola bianca e splendente dei rivestimenti in plastica. Lo stesso lavoro si svolgeva nella parte nascosta, all’interno. (Non puoi vedere dentro, puoi solo osservare da fuori. Quindi non ti aspettare di vedere che aria tira.)

Il compito di Suki era servire le macchine. Ovvero: foraggiarle tempestivamente con informazioni, riempire le bobine, curarle, ubbidire. In una giornata lavorativa tipo (e ogni giorno era una giornata lavorativa tipo) Suki iniziò così a staccare, girare e poi fissare di nuovo i pezzi grezzi degli ultimi controller. (Venivano stampati sul retro da una stampante speciale.) Infine, le schede madri dovevano essere controllate, per scovare eventuali errori. Suki era l’addetta al controllo più veloce che fosse mai stata conosciuta alla PARADISE. (Eppure la PARADISE non badava a queste futili meschinerie da umani.) Infatti: Suki aveva fatto suo un sistema dell’osservazione, che era simile al processo di scansione delle macchine. Nel corridoio di Suki (corridoio 87) ogni mese l’addetta al controllo più lenta veniva scartata come un circuito difettoso. Suki non lo era mai (e questa era la ricompensa). Inoltre, dovevano essere scansionati 7 QR-Code, in modo che i componenti potessero essere tracciati. Le altre lavoratrici contavano tra sé e sé “1,2,3,4,5,6,7”, “1,2,3,4,5,6,7”. Il sistema di Suki era diverso. Ascoltava solo la melodia e il ritmo dei lievi segnali acustici dello scanner. “Bibibiiiep biiep bibibiiep”, doveva fare così, quando Suki faceva tutto giusto. (E Suki faceva tutto giusto.)

Nella pausa pranzo di una normale giornata lavorativa (e ogni giorno era una normale giornata lavorativa) Suki scelse il sandwich 3B: pane dolce fatto con farina di grano tenero, larve di bambù ricche di proteine, uova di pesce, maionese con wasabi. Aveva i seguenti vantaggi: 1. Il sandwich non rimaneva così pesante nello stomaco come il pranzo della mensa, che cambiava ogni giorno. (Il più delle volte c’erano animali marini.) 2. Copriva il fabbisogno energetico di Suki. 3. Alla fine della pausa non doveva mettersi in fila per posare l’ingombrante vassoio sul carrello. (Perché non ne aveva ricevuto uno.) Questo aveva come conseguenza 4. il fatto che poteva ancora andare in bagno e ciononostante essere la prima a rientrare al posto di lavoro.

Nonostante l’efficienza Suki odiava i corridoi dei bagni. Li trovava una perdita di tempo nel migliore dei casi, sudici nel peggiore. (Negli anni l’avversione di Suki verso tutto ciò che era eccessivamente umano era aumentata costantemente.) Inoltre, nel giorno peggiore alla PARADISE, aveva beccato le sue colleghe Soy e Kim in bagno. Non avevano chiuso a chiave. Soy lavorava nel corridoio di Suki (corridoio 87), Kim nel corridoio 13. Non che a Suki interessasse o gliene importasse qualcosa. Stava solo registrando informazioni. Non le analizzava. Archiviava dati e basta. Dati su chi era nuovo, dati su chi non superava il mese.

Nel giorno più brutto alla PARADISE, quindi, Soy e Kim si erano baciate nel bagno come due chiocciole di mare affamate. Non l’avevano fatto come negli show di WeWatch che la madre di Suki guadava qualche volta. Soy aveva succhiato Kim. In un punto improbabile. (Nelle viscide parti basse di Kim.) Soy era in ginocchio davanti a Kim, con la bocca aperta. Ventose rosa aderivano l’una all’altra. Sembrava che Soy volesse acchiappare qualcosa, come se nulla dovesse sfuggirle, come se stesse facendo la toilette in quel cubicolo immacolato. Per lo spavento si staccarono dei fili di lumaca e lo sguardo di Suki cadde su ciò che era vivo, che era sempre sotto asettici abiti fiordaliso. C’era odore di oceano. (Era sempre attratta dall’acqua.) Si spaventò, inciampò, si vergognò: non si dimenticò mai di questo episodio.

Una volta Kim la intercettò lungo la strada verso casa. Correva sul marciapiede. (Correre era proibito.) Fino ad allora era stata una normale giornata lavorativa (come ogni giorno fino ad allora era una normale giornata lavorativa.) “Suki” disse Kim. E poi agitò il braccio, mosse le mani, dondolò la testa. Sembrava un cespuglio di erba di mare. Parlava velocemente, come uno spaventoso uomo selvaggio, e poi chiese a Suki se preferisse vivere o funzionare, come se si potesse scegliere da soli. Suki rispose “sì”, perché lei funzionava. (L’approccio di Kim fallì e puzzava come alga bruna sulla spiaggia.) Suki non segnalò mai l’accaduto. Prima di dormire qualche volta Suki sognava Kim. E qualche volta una barriera corallina. Chiocciole di mare e fitti boschi di alghe. Ventose che non lasciavano il suo corpo. Quando Suki si svegliava in quelle notti si sentiva come se dovesse andare urgentemente in bagno. (Non ci andava.)

Il giorno in cui Suki si legò completamente alla Paradise era un mercoledì. (Non che per lei contasse qualcosa. Bisogna però sapere che era il giorno più invisibile di tutti i giorni della settimana.) Il processo di trasformazione di Suki doveva restare inosservato. Voleva essere una macchina, non diventarlo.

Come ogni altra normale giornata lavorativa (e il suddetto mercoledì non era affatto una normale giornata lavorativa), Suki fece il login nel computer centrale: “Good Morning suk_b_63! Have a Wonderful Day in PARADISE”. Sul viso di Suki comparve una specie di sorriso tremolante. (Cercò di reprimerlo.) Poi uno sguardo verso il muro. “PARADISE IS NO PLACE, PARADISE IS A CONDITION”. A Suki venne freddo. (La PARADISE era dotata di aria condizionata.)

Come in ogni giornata di lavoro tipo (e questa non era una giornata di lavoro tipo) Suki controllò il primo circuito stampato. Scollegò la cella galvanica, (non era il suo compito), poiché sapeva che le celle galvaniche potevano convertire l’energia chimica in energia elettrica. Suki aspettò il circuito stampato successivo e tolse la batteria. (Anche questo non rientrava nelle sue mansioni.) Ripeté il processo fino alla pausa pranzo. Le tasche del suo camice fiordaliso erano piene, come se contenessero dolciumi.

Nella pausa pranzo Suki iniziò a sudare, perché temeva di essere beccata. Beccata e licenziata e chiamata “ladra”. Ma soprattutto privata della possibilità di diventare per sempre una parte della PARADISE. (Una parte di qualcosa più grande di lei.) Suki non avrebbe dovuto avere timori, poiché le colleghe erano rozze e indifferenti e si concentravano solo su loro stesse e sul cibo. (Si può dire che fossero in stand-by.)

Dopo la pausa pranzo Suki andò nei bagni con una bottiglia di latte. Lì si sentì un po’ debole e priva di energia: inghiottì le batterie prese in prestito come se fossero pasticche. (Si sentì piena.) Bevve un sorso, poi inghiottì le celle galvaniche. (La trasformazione era cominciata.)

Sul posto di lavoro adesso si sentiva già più pesante. Immaginò di percepire come l’energia chimica, come i succhi nel suo corpo si fossero già trasformati in impulsi elettrici. Il suo stomaco brontolava come l’interno di macchine nascoste. Nella seconda metà della giornata tolse altri componenti dai circuiti stampati: tre connettori a fibra ottica, due condensatori al tantalio, un condensatore al niobio, quattro triodi, un transistor di potenza bipolare, due recettori, (ma nessun trasmettitore,) un memristore e sei oscillatori al quarzo.

Suki procedeva lentamente e in modo controllato.

Dirigeva la sua trasformazione con la stessa cura che metteva nel lavoro. Inghiottì gli elementi come un distributore automatico preciso. La scheda madre si dispose nel suo stomaco. Suki tossì. Il sangue schizzò sul rivestimento bianco scintillante della macchina. Suki credeva che i succhi fossero l’origine dei mali: Suki credeva che dovessero essere eliminati. Trasformò il biologico in meccanico, inghiottì metallo, si riempì con la vita interiore di una macchina. Succo rosso come uova di pesce uscì copioso dagli angoli della bocca. (Era presto fatto.) Per un’ultima volta Suki pensò alla barriera corallina, al grongo, alle ventose, ai fili delle chiocciole, ai prati di erba di mare. Alla sua collega Kim e a sua madre. Al misero destino degli animali marini: Suki era andata oltre.

Poi Suki aprì il rivestimento, la pelle della macchina. (Le macchine non urlano.) Strappò via cavi. (Era più facile di quanto pensasse.) Poi prese un circuito stampato affilato e aprì i suoi avambracci per intero. (Era più difficile di quanto pensasse.) Circa quattro litri di sangue erano intrappolati nella pelle di Suki. (Uscirono fuori.) Suki tirò i cavi della macchina verso di sé: distese le braccia. Infilò i cavi non isolati (proprietà della PARADISE) sotto la pelle, in profondità. Così Suki B. si unì eternamente e irreversibilmente alla PARADISE. (Infatti: l’uomo vuole congiungersi. Ciò che è simile vuole diventare uguale.) Poi Suki svenne. Quando una pozzanghera rossa come uova di pesce di nome Suki B. arrivò beatamente al suo posto di lavoro, Soy lanciò un urlo stridulo dal corridoio 87. A Pearl Island splendeva il sole (come in ogni giornata di lavoro tipo.)

La redazione ringrazia Bianca Bertola per la preziosa revisione.