La saggezza delle perle di Antonella Gonella

I segni, a ben pensarci, erano chiari. Gridavano a gran voce che quella sarebbe stata una mattinata particolare. Ci sono giorni in cui uno semplicemente dovrebbe arrendersi. Stare a casa. Annunciare un mal di pancia, come si fa da piccoli per saltare la scuola. I bambini queste cose le sanno. Sfidare l’universo è pericoloso, oltre che inutile. Quello poi si vendica, anche se sei un esploratore famoso. Pure se sei il più grande di tutti e hai speso anni a lottare con il destino per mare.
Per tutto il mondo lui era il capitano August von Knot. Gus sulla sua nave, per i compagni di mille avventure. Del ragazzo partito anni prima restava quel soprannome e poco altro. Sapeva come poteva apparire da fuori. Le rughe scavate dal sole. Il corpo asciugato, ancora agile, ma non più giovane. I muscoli se n’erano andati da tempo, lasciando il posto a una certa leggerezza. Adesso somigliava ai gabbiani che accompagnano le navi.
In quel mattino particolare era distratto, va detto. Per questo aveva ignorato i segni: piccole indicazioni, apparentemente senza importanza. L’universo usa discrezione in certe faccende.
Al momento di uscire, aveva scoperto che una delle scarpe mancava all’appello e si era dovuto dedicare a un’attenta ricerca, per poi trovarla nascosta dietro a un divano. Poi c’era stata la questione del cordoncino. Lo aveva scovato ispezionando la giacca alla ricerca della pipa. Un’opera d’arte in miniatura. Filo di seta. Rosso. Decine di nodi concentrati in pochi millimetri. Fino alla sera prima la tasca era vuota: di questo era sicuro. In più non ricordava come fosse arrivato fino a lui. E il fatto di non sapere lo disturbava. Un oggetto del genere non ti capita per caso: è quel tipo di cose che viene realizzato su misura, appositamente per una persona. “Vuoi vedere che è vera quella cosa dell’età che fa sbiadire la memoria?”, si era trovato a chiedersi. Strano, perché lui ricordava tutto. Ma proprio tutto. Non sopravvivi a certi viaggi per mare se trascuri i dettagli.
E poi c’era il vento. Era arrivato di notte. In sordina. E ora rinforzava. La tramontana gli risvegliava una voglia incontenibile di partire. Non poteva farci niente. Era sempre stato così, fin da bambino. Ma questa volta doveva resistere: non puoi stare sempre in mare. Per questo aveva deciso una pausa, scegliendo come casa quel luogo stretto tra le montagne e la costa. Perché non gli ricordava nessuno dei posti visitati nel corso della sua vita: così vicino alle onde da dargli l’illusione di poter ripartire, abbastanza lontano dalle rotte più battute da scongiurare la nostalgia.
In fondo aveva visto tutto. Ma proprio tutto. Eppure la curiosità continuava a divorarlo. Per ingannare il tempo e il suo cuore inquieto lavorava a un libro di memorie.
Scrivere in fondo è un po’ come viaggiare. Almeno così pensava Gus, fino alla fatidica pagina 146. Tutti ne incontrano una, prima o poi. Lui era fermo lì da giorni. In realtà era a buon punto. Semplicemente gli mancava il finale: nonostante gli sforzi, non ne trovava uno adatto. Per questo, si giustificò, era irrequieto. Negli ultimi tempi, aveva preso l’abitudine di chiacchierare da solo. Gli serviva una distrazione.
Per questo aveva risposto alla convocazione del comandante della guardia cittadina. Ignorando la tramontana che soffiava allegra per i vicoli, si era diretto al luogo dell’appuntamento.
Doveva raggiungere la piazza del mercato. Lì lo aspettava un uomo in singolare contrasto con la vivacità circostante. Sembrava impermeabile alle voci e ai colori. Settimio Sperandeo, si era presentato. E il grande esploratore aveva pensato: “ha il nome di un santo”. Ma solo quello.
Il comandante della guardia era molto giovane, molto rigido. E non si trattava della postura militare. Dalle scarpe tirate a lucido alla punta dei baffi impomatati, tradiva un carattere difficile da piegare, poco incline ai compromessi. Sulla divisa esibiva i gradi di maresciallo. In ogni caso non lo sarebbe stato a lungo. Aveva l’aria di uno destinato a fare carriera. In fretta. E un naso importante. Un naso così era sprecato per un maresciallo.
Era sollievo quello che von Knot sentì propagarsi per la piazza del mercato, quando si allontanarono di buon passo tra i vicoli. Dietro di loro il gioco delle parti tra venditori e acquirenti aveva ripreso vigore con l’esuberanza consueta. L’autorità fa sempre quel certo effetto: procura timidezza in chi la osserva, non importa quanto innocente. Gus li capiva. Anche lui non era esente da un vago nervosismo. Gli abitanti del quartiere avrebbero avuto da chiacchierare per un po’.
Intanto il cordoncino di seta era sempre lì con i suoi interrogativi. Una presenza comodamente alloggiata nella tasca destra della giacca dell’esploratore. A suo modo ingombrante.
Gus lo sfiorò distrattamente anche adesso, mentre camminava veloce tra la gente. Gli avrebbe portato fortuna. Almeno così sperava.

***

– Qualcuno va in giro ad annodare le cose. È evidente che c’è una persona da qualche parte che si diverte. Un buontempone, nel migliore dei casi.
Diretto al punto Sperandeo. Gus si girò a fissarne il profilo, mentre procedevano a zig zag tra i vicoli del centro.
– In che senso annodare? Non credo di capire.
– Oh, capirà.
Superarono l’ultimo palazzo: dietro si apriva il parco cittadino. Un’oasi di giardini e alberi a ridosso delle case solitamente affollata di bambini e famiglie. Quel giorno i cancelli erano chiusi e per passare occorreva identificarsi. Il capitano von Knot sospettava un delitto. Immaginava vittime. E trovò invece una ragnatela. Grande. Tanto da coprire alberi, panchine, lampioni. Tutto spariva nel suo viluppo. A un’osservazione più attenta si rivelò una fitta rete. Fatta di fili di seta, annodati a intervalli regolari. Migliaia di fili di seta.
– Qualunque cosa sia, non credo si tratti di un reato – borbottò Gus.
Il maresciallo si dispose a spiegare con pazienza. Sapeva che l’altro non avrebbe capito. Con le celebrità andava così. Lui non voleva neanche coinvolgerlo. Ma i suoi superiori avevano insistito. Ai piani alti nutrivano un’ammirazione ingiustificata per quell’uomo scheletrico e vestito in maniera trascurata.
– Vede, ci è voluto del tempo per fare una cosa del genere. E anche parecchie persone. Non è possibile che nessuno li abbia notati. Deve trattarsi di un’organizzazione. Vanno fermati.
– E la gente cosa ne pensa? Voglio dire, si saranno fatti un’opinione.
– Teniamo la cosa nel massimo riserbo. – Poi aggiunse, notando lo sguardo scettico del capitano von Knot: – Al momento abbiamo bloccato la zona. Per evitare allarmismi. L’accesso è vietato. Le case vicine evacuate. È stata diffusa la notizia del ritrovamento di una bomba inesplosa.
– Molto rassicurante – ironizzò von Knot.
– È essenziale evitare l’emulazione – annuì Sperandeo: doveva essere imbarazzante per lui tutto quel giocare a nascondino con il resto del mondo. Ma se la stava cavando bene. Avrebbe fatto strada. Nodi permettendo, si intende.
– Davvero pensate che qualcuno possa riprodurre tutto questo?
– Vi stupireste, capitano, nello scoprire cosa può fare la gente, anche la più ordinaria, anche in una cittadina tranquilla come questa. È essenziale capire chi può essere il responsabile.
Gus sentiva crescere l’ilarità dettata dalla consapevolezza. Avrebbe riso, se non si fosse preoccupato per la reazione dell’altro. Lui era la persona meno adatta da interpellare, considerate le circostanze. La gente aveva problemi con gli spazi chiusi, con le fragole, con il pelo di gatto. Lui con i nodi. Colpa, forse, della questione dei legami, vai a sapere. Tutto quello che aveva a che fare con le costrizioni non si adattava a lui. E l’antipatia pareva essere reciproca: qualunque vincolo sembrava arrendersi in sua presenza. Il famoso esploratore calzava babbucce di seta o stivali, come adesso. Niente lacci. Nessuna cravatta.
Però tutto questo preferiva non rivelarlo al comandante della guardia cittadina. Intuiva l’inutilità di rivolgersi a qualcuno che non condivideva la sua scala di priorità. Il maresciallo era sicuramente un sostenitore dei lacci. Così si sforzò di sembrare collaborativo.
– Un artista? – suggerì, tanto per dire qualcosa.
– Non sono stati rilasciati permessi.
– Un ragno gigante, allora… Scherzavo – aggiunse subito, notando l’espressione allarmata del suo interlocutore.
– Vedo che lei ancora non comprende la gravità del fatto.
– No, non comprendo. Ma mi scuso, eh.
Il maresciallo sembrò rassegnarsi.
Così attraversarono la città, di nuovo. Fino al molo. Non che ci volesse molto: era tutto concentrato in una manciata di metri. Gus l’aveva scelta per questo, tra tutte le possibili destinazioni. Per gli spazi ridotti. Lui che era abituato a orizzonti infiniti, sentiva il bisogno di provare la sicurezza dei confini. Nell’area degli attracchi erano in corso dei lavori di restauro. Avevano transennato il cantiere da giorni, ormai. Solo che ad aspettarli, al posto di operai e impalcature, c’era qualcos’altro. Qui i nodi erano fittissimi.
Un groviglio, avresti detto. I fili, di seta, legavano quella che la sagoma suggeriva essere una nave. La avvolgevano in una rete impenetrabile.
– Chiunque sia, sa il fatto suo – fischiò Gus. – È bravo.
– Dipende dai punti di vista, immagino. Questo è l’ultimo.
– Vuol dire che ce ne sono altri? Posso vederli? – Non riusciva a frenare l’entusiasmo. Era più forte di lui. L’autore del disastro già gli stava simpatico.
Sperandeo non sembrava condividere il suo divertimento.
– L’equipaggio – spiegò invece – è rimasto dentro. È successo di notte. Nessuno ha sentito niente. – Decisamente non apprezzava gli imprevisti.
– La mia ciurma parlerebbe di magia. Nera, senza dubbio.
– A me interessa il suo, di parere. Ha mai visto qualcosa del genere?
Sì, lo aveva visto. Improvvisamente gli fu chiaro. C’era stata una donna… Non una qualunque. Un’imperatrice. Regalava collane di perle. Era bella, lo era per lui. Credevano, la sovrana e la sua gente, che i nodi avessero un potere. Una magia, anche. Gli aveva spiegato come funzionava.
Le perle sono vive. Per trattenerle occorre qualcosa di resistente. Così il filo di seta è l’unico materiale possibile. Vanno legate una per una, altrimenti spezzeranno il filo. E rotoleranno a terra. Nel procedimento i nodi sono tutto. Non devono essere troppo stretti perché altrimenti danneggeranno la perla. Non troppo larghi, o non faranno il loro lavoro. Il segreto, se c’è, sta tutto lì. E nel fatto che l’artigiano ama quello che fa. Centinaia di nodi. Tutti uguali, Tutti perfetti. Per legare una cosa viva c’è un prezzo da pagare. L’artigiano lo sa.
Per le sue collane, l’imperatrice si serviva di un’unica persona. Lo chiamavano “il maestro dei nodi”. Ma nessuno lo aveva mai visto. Si diceva che maneggiasse gioielli dal valore inestimabile e che godesse dell’assoluta fiducia della sua sovrana. Per lungo tempo Gus aveva pensato che si trattasse di una leggenda. Una delle tante che prosperano grazie al caldo dei climi equatoriali.
Un giorno l’imperatrice aveva convocato Gus e gli aveva fatto dono di una delle collane. Rappresentava il tempo trascorso insieme. Le perle, aveva spiegato, erano le ore liete, i nodi quelle buie. Lui aveva obiettato che i nodi erano in maggioranza. E lei, sorridendo:
– Ma sono loro che tengono insieme le perle.
Tutto questo era successo molto tempo prima. L’imperatrice aveva doveri e promesse da mantenere. E lui il mare ad aspettarlo e un destino da compiere.
Gus sorrise piano.
– La cosa la diverte? – chiese il maresciallo.
Von Knot aveva l’impressione che Sperandeo lo disprezzasse. Lui in fondo era un forestiero. Famoso. La notorietà generava diffidenza. Così preferì chiedere:
– Perché io?
– È iniziato con il suo arrivo qui. Ho pensato potesse saperne qualcosa, considerata la sua esperienza del mondo.
Sospirò.
– Come pensate di procedere?
– Faremo uscire l’equipaggio. Poi i soldati della guardia cittadina si occuperanno del resto: dovranno tagliare le vele, assieme ai nodi. Non è pensabile scioglierli tutti, uno per uno. Anche così ci vorranno ore.
– Un vero peccato.
– Pensateci – stava continuando l’altro – e fatemi sapere se vi viene in mente qualcosa.
Sospettava di lui. Gus sorrise. Anche lui avrebbe fatto lo stesso. Uno straniero. Eccentrico per di più. Il colpevole perfetto.

***

Quella sera, al buio, tornò a osservare i nodi. Doveva verificare. E doveva farlo da solo, con buona pace del maresciallo Sperandeo. Gli faceva compagnia una bottiglia. Vino. Del migliore. Un po’ per festeggiare. Un po’ per distrarre la malinconia. Non sperava più che succedesse e, adesso che finalmente era capitato, voleva essere sicuro: certo, per lungo tempo aveva atteso una lettera. Avrebbe dovuto prevederlo: con le imperatrici le cose non erano mai semplici. Soprattutto non andavano mai secondo i programmi. Così si era seduto sul molo. E aveva aspettato. Che le guardie si addormentassero. Che i gabbiani facessero ritorno ai nidi dopo aver sfogato le loro dispute chiassose. Che la marea salisse e il buio coprisse ogni cosa. Allora le aveva viste. Scintillavano piano alla luce delle stelle. Migliaia di perle incastonate nella fitta trama: disegnavano il profilo di una nave fatta di luce. Nella rete c’era tutto il racconto della vita di una donna che era stata regina. Davanti a lui, in madreperla e seta, si stendeva il resoconto degli ultimi vent’anni, suddivisi in ore. Una per una. Era una preghiera. Un messaggio. Un invito a salpare. Sul molo c’era un’ombra. Si inchinò piano al capitano. Poi allungò un sacchetto nella sua direzione. Conteneva un mucchietto di perle e matasse di seta. Gus lo soppesò senza aprirlo. “Non sono più molte. Ma potrebbero bastare”, pensò.
– Lei ha detto che avreste capito – sussurrò l’altro.
Gus depositò nel palmo della mano aperta di quell’uomo il cordoncino di seta intrecciata che aveva in tasca. E guardò il maestro dei nodi allontanarsi fino a sparire. Anche per lui era tempo di partire. Ma prima voleva godersi ancora un po’ lo spettacolo. Sollevò la bottiglia brindando silenziosamente. – Beh pare che io abbia trovato l’ultimo capitolo.
All’alba si era imbarcato. Nessuno conosceva la destinazione. Con la sua partenza gli episodi insoliti si erano interrotti e il comandante della guardia cittadina aveva ripreso a dormire sonni tranquilli, archiviando le indagini con evidente sollievo. La gente si era quasi dimenticata del forestiero troppo abbronzato che per un po’ si era stabilito da quelle parti. Ne parlavano, a volte, con distacco, come si fa con i personaggi di una storia. Una di quelle leggende che prosperano nei climi equatoriali.
Ovunque fosse, il capitano von Knot aveva fatto arrivare in città un pacco. Per il maresciallo Sperandeo. Dentro al pacco c’era un libro.