Quando aprì la porta del trilocale lo colpì l’odore. Un misto tra chiuso, muffa e qualcosa di dolciastro che non riusciva a riconoscere. Fece un passo dentro e lasciò la chiave infilata nella toppa, come faceva sempre, così non avrebbe rischiato di perderla in mezzo a tutto il resto.
– Tre stanze e cantina – gli aveva detto il capo quella mattina, davanti al furgone. – La signora è morta, i figli non vogliono niente. Via tutto, ma occhio a non buttare i documenti. Se trovi buste con scritte tipo banca, INPS… portale giù.
La signora non c’era più, ma le sue cose sì. All’ingresso, una fila di cappotti appesi, quasi tutti marroni o grigi, qualche cappellino di lana e un paio di sciarpe. Le scarpe allineate sotto i cappotti, piccole, col tacco basso. L’idea che quelle scarpe non avrebbero più camminato da nessuna parte gli passò per la testa e se ne andò subito, spinta via dall’abitudine.
Appoggiò le casse per terra e si infilò i guanti. La procedura era sempre la stessa: una cassa per la carta, una per il vetro, una per la roba che forse qualcuno avrebbe voluto tenere e poi, alla fine, il sacco nero delle cose da buttare.
In cucina trovò il tavolo coperto da una tovaglia tartan, stirata bene. La caffettiera era ancora appoggiata sui fornelli spenti, e accanto una tazza con un filo di caffè secco sul fondo. Aprì il pensile sopra il lavello. Una schiera di barattoli di marmellata, miele, scatolette di frutta sciroppata. Tutto in fila, con l’etichetta rivolta in avanti. Alcuni con un segno a penna sulla data di scadenza.
– Qui c’è da divertirsi – mormorò, più per riempire il silenzio che per altro.
Prese il primo barattolo. Marmellata di albicocca, scaduta due anni prima. Lo girò tra le dita, sentì il peso del contenuto ancora intatto. Lo gettò nel sacco della spazzatura. Dopo il terzo barattolo smise di leggere le date. Apriva, guardava il colore attraverso il vetro e decideva a occhio. Quasi niente passava il test del recupero.
Nel pensile accanto c’erano pasta, riso, farina. Tutto in sacchetti richiusi con mollette di plastica. Su alcuni c’era un pezzo di scotch di carta scritto a penna.
Per il Natale
Per quando vengono i ragazzi
Per le emergenze
Aprì il cassetto sotto il forno. Teglie, carta da forno arrotolata, stampini per i biscotti, una vecchia bilancia da cucina schizzata da gocce di impasti passati. Sotto la bilancia, vide un quaderno a quadretti, la copertina blu, un angolo stropicciato. Forse serviva per appuntare le ricette.
Lo tirò fuori e lo sfogliò. Scrittura fitta, a penna, blu anche quella. Righe brevi, allineate, come una lista della spesa.
Latte intero, due litri. Per quando viene Marco.
Riso, un chilo. È in offerta, ne prendo due. Così non resto senza.
Biscotti secchi. Non ne ho voglia ma servono se si ammala qualcuno.
Si accorse che stava leggendo in piedi e che non si era ancora tolto la giacca. Il furgone era in seconda fila giù in strada, il capo prima o poi lo avrebbe chiamato per chiedere a che punto fosse.
Richiuse il quaderno e lo appoggiò sul tavolo. Guardò il mucchio di barattoli già finiti nel sacco. Sembrava una raccolta per la mensa dei poveri.
Si tolse la giacca e la lasciò sulla sedia. Poi riprese il quaderno, lo aprì a metà e tornò a leggere.
Oggi non ho fame ma è sempre bene fare scorta.
Gli venne da pensare alla cucina del suo monolocale, a casa. Due piatti, due bicchieri, qualche posata spaiata, nient’altro. Un barattolo di salsa mezzo vuoto nel frigo. Un carrellino a uso dispensa con un pacco di pasta aperto e il barattolo del caffè. Nessun per quando vengono, anche perché non viene nessuno.
Guardò l’orologio. Aveva già perso dieci minuti su quelle pagine. Si disse che dopo avrebbe recuperato. Fece una cosa che non avrebbe dovuto fare. Invece di mettere il quaderno nella cassa dei documenti, lo infilò nello zaino.
– Controllo solo che non ci sia dentro niente di importante. Poi glielo ridò – si disse a mezza voce.
Il resto della mattinata lo passò a riempire sacchi. Vestiti, lenzuola, vecchi numeri della Settimana Enigmistica, soprammobili a forma di gatto. Ogni tanto gli tornava in mente una frase del quaderno, soprattutto quella del non ho fame. Pensò ai biscotti scaduti, alle scritte per le emergenze. La signora non aveva fame, ma la sua dispensa sì.
A metà pomeriggio uscì sul pianerottolo con due sacchi neri in mano. Stava per chiudere la porta col piede quando si aprì l’appartamento di fronte. Una donna anziana, capelli bianchi raccolti, vestaglia scura, lo guardò attraverso gli occhiali.
– E la signora Carla? – chiese lei, anche se sapeva già la risposta.
– Sgombero – disse lui, alzando un sacco. – I figli hanno deciso così.
Lei annuì piano.
– Ci credo. Qui dentro c’era roba per un condominio. Ogni volta che andavo a trovarla mi mandava via con qualcosa. “Prenda, che non si sa mai.” Io ormai non sapevo più dove metterla, tutta quella roba – disse, abbassando gli occhi sui sacchi. – E adesso si butta via tutto. Che spreco.
Lui non seppe che dire.
– Ha trovato almeno i quaderni? – chiese la donna. – Li teneva in cucina. Diceva che erano il suo fieno in cascina.
– Uno l’ho visto – rispose lui. – Lo porto giù con i documenti, non si preoccupi.
Lei annuì e fece un passo indietro, sulla soglia del suo appartamento.
– Era maestra – disse. – Anche quando faceva la spesa era come se facesse lezione. Sempre a scrivere, sempre a tenere conto. Aveva paura di restare senza, senza, senza. Ma alla fine non mangiava quasi mai.
Si scostò dalla porta.
– Buon lavoro – aggiunse. – E se per sbaglio le capita sottomano qualcosa che sembra importante, prima di buttarla bussi qui. Magari la riconosco.
Lui promise con un cenno e ricominciò a portare via sacchi.
Quando tornò a casa era buio. Il suo monolocale lo accolse con il solito silenzio. Un tavolo piccolo, una sedia, il letto a una piazza, un armadio a un’anta. Buttò lo zaino sulla sedia e si levò le scarpe. Aveva mangiato solo un panino, a pranzo. Lo stomaco brontolava, ma più che altro era stanco.
Aprì il frigo. Si sporse verso il barattolo di salsa e vide un principio di muffa. Avrebbe dovuto buttarlo, ma si limitò a rimetterlo dov’era. Prese il pacco di pasta dal carrellino, la pesò a occhio, riempì una pentola d’acqua. Mentre scaldava sul fornello, tirò fuori il quaderno dallo zaino.
Si sedette al tavolo con il quaderno aperto e la pentola che cominciava a fare vapore alle sue spalle. Lesse a caso, infilandosi tra le pagine e nel mezzo delle frasi.
Francesini, quattro. Due vanno in freezer. Così se vengono e non ho niente, scongelo in forno.
Tonno in scatola, sei. Quando non ce la faccio a cucinare, almeno è comodo e veloce.
Mele. Oggi ne ho mangiata una intera. Va bene così.
Si dimenticò dell’acqua finché non sentì il rumore del coperchio. Si alzò di scatto, buttò la pasta, tornò al tavolo. Lesse ancora.
Oggi ho mangiato solo biscotti. Non avevo fame ma avevo paura che andassero a male.
Non voglio essere un peso. Se vengono voglio avere da offrire.
Si soffermò su quella frase. Davvero, da quando viveva lì nessuno era mai venuto a trovarlo. Gli amici li vedeva al bar, i parenti quasi mai. A casa sua c’erano sempre e solo la sedia, il tavolo, il piatto e il frigo vuoto.
Scolò la pasta troppi minuti in ritardo, la buttò in una scodella con un po’ d’olio e girò senza molta cura. Portò il piatto al tavolo e continuò a leggere mentre mangiava.
Mi manca qualcuno che mi dica basta, adesso è abbastanza.
La forchetta andava e veniva dalla bocca al piatto. A metà si fermò. Non aveva più fame.
Chiuse il quaderno e lo lasciò sul tavolo. Andò a lavare la scodella, poi tornò e lo riaprì.
Questo lo tengo ancora un po’.
La frase non diceva cosa. C’era solo quella riga, in mezzo a pagine piene di numeri. Poteva valere per tutto. Per il riso, per le marmellate, per il resto.
La mattina dopo tornò al trilocale per finire il lavoro.
Mentre passava col sacco in corridoio, vide la vicina del piano accanto alla porta, un giornale in mano.
– Allora? – chiese lei – Ha trovato qualcosa di importante?
Lui pensò al quaderno nello zaino, a casa sua. Gli venne un mezzo nodo allo stomaco.
– Qualche carta – disse – Le ho messe da parte.
Lei annuì, ma non sembrò davvero interessata ai documenti.
– Io ci penso sempre, alla sua dispensa – disse – Diceva che non voleva trovarsi con la casa piena di gente e niente da dare. Alla fine non veniva quasi nessuno, ma lei continuava a comprare. Diceva che la fame è infame, arriva quando non te l’aspetti.
Lui guardò la porta chiusa dietro quella donna.
– E lei? – chiese, senza pensarci troppo – Ha qualcuno che viene a trovarla?
La signora si passò il giornale da una mano all’altra.
– Ogni tanto mio nipote, – disse – per il resto c’è la televisione. Mi basta. – sorrise appena – Scusi le chiacchiere. Buon lavoro.
Quella sera, a casa, mise l’acqua per la pasta e tirò fuori il quaderno senza aspettare. Lesse più lentamente.
Pasta corta, due pacchi. Uno per me, uno se si ammala la vicina del piano e non può uscire.
Biscotti al burro. Li mangio quando viene qualcuno e preparo anche del tè, da sola non mi va.
Il pensiero gli arrivò così, senza preavviso. Mentre pesava la pasta, ne aggiunse una manciata in più. Al solito olio aggiunse una cipolla tritata con cura e due acciughe. Non aveva molto altro, ma sarebbe bastato.
Ne mangiò un po’ in piedi, davanti al lavandino. Il resto lo mise in un’insalatiera meno rovinata delle altre. La coprì con un piatto. Appoggiò il quaderno accanto e lo aprì su una pagina a caso.
Riso con verdure. È più buono quando lo mangiamo in due.
Non sapeva a chi fosse riferita quella frase. A un marito, a un amico, a un parente che non c’era più. Suonava comunque meglio di da sola non mi va.
Prese l’insalatiera con entrambe le mani e uscì sul pianerottolo. Era più piccolo di quello fuori dalla casa della maestra. Due porte soltanto, la sua e quella di fronte. Con la donna che ci abitava, una vedova sui sessanta che ogni tanto sentiva tossire, ci aveva scambiato al massimo il buongiorno e la buonasera.
Restò un momento fermo davanti alla porta. Gli venne voglia di rientrare, di chiudere il quaderno in un cassetto e basta. Pensò alla frase della maestra, quella su qualcuno mi dica basta. Gli venne da pensare che forse quel basta non era per la spesa, ma per il mangiare da soli.
Bussò due volte. La porta si aprì dopo qualche secondo. La vicina sporse solo la testa.
– Sì?
Lui sollevò appena l’insalatiera.
– Buonasera, – disse – sono della casa di fronte. Oggi ho cucinato troppa pasta. Mi avanzava. Le andrebbe un piatto?
Lei guardò la ciotola come se non fosse sicura di aver capito.
– Ma è sicuro? – chiese – Non vorrei toglierle niente, e poi stavo giusto per mettermi a cucinare.
– Non me la mangio da solo – disse lui – E buttarla mi dispiace. Tanto vale che qualcuno ci ceni.
Lei aprì un po’ di più la porta. Vide dietro di lei un tavolo piccolo, una sedia, una tovaglia chiara. Una casa molto simile alla sua.
– Allora… grazie – disse.
Prese la ciotola con entrambe le mani. Lui le porse anche il piatto che aveva usato come coperchio.
– Se le va, me lo ridà un’altra sera – disse – Così abbiamo una scusa per fare quattro chiacchiere.
Lei gli sorrise per la prima volta.
– Facciamo che alla prossima cuciniamo ciascuno qualcosa – gli propose – Così non è un favore, è uno scambio.
Annuì, quasi sorpreso di quanto gli piacesse quell’idea.
– Va bene. Buona cena.
Tornò in casa, chiuse la porta col gomito e si appoggiò un secondo al legno, con il quaderno ancora sul tavolo ad aspettarlo. Andò a sedersi e lo aprì alla prima pagina. Ricominciò da capo. Ogni tanto si fermava su una frase e provava a immaginarsi la signora in quella cucina con la tovaglia tartan, a riempire i pensili per non restare senza. Si accorse che, mentre leggeva, gli veniva meno voglia di tenere la casa vuota, solo per paura che somigliasse a quelle che svuotava.
Quando scese a buttare la spazzatura, il giorno dopo, il pianerottolo di casa sua odorava di sugo. Passando davanti alla porta di fronte, quella della vicina, sentì il rumore di piatti che si toccavano e una sedia che veniva spostata sul pavimento. Si fermò un secondo ad ascoltare, poi continuò le scale col sacco in mano.
Fuori l’aria era fredda e leggera. Tornò su in fretta. In cucina il quaderno era ancora aperto sul tavolo, accanto al piatto della sera prima.
Diego Gurnari
Classe 1987, è nato e cresciuto a Milano. Vive in Lombardia e lavora come software engineer. Scrive racconti tra quotidiano e inquietudine, con un occhio a memoria, corpo e lavoro. Pubblica sul suo blog pantano.studio e collabora con riviste indipendenti.