Ogni cosa che cade di Lorenzo Vercesi

“Mi è sempre piaciuto questo ponte,” dice Anna.
Emma annuisce, gli occhi alti verso il Doss. Sul campanello della sua bici le loro mani si sfiorano. Sotto, l’Adige scuro che deforma il riflesso di Sant’Apollinare sembra un corridoio buio.
“Vieni su da me, la mia coinquilina è andata via per il weekend” la incalza Anna, voltandosi verso di lei. Emma si sente pervasa da un torpore, come se le avessero versato sulla schiena della vernice calda. Non riesce a staccare gli occhi dall’acqua che si perde a fiotti lenti sotto al ponte. Cerca disperatamente di girarsi e guardare Anna, ma ora il freddo del parapetto a cui sono appoggiate si divora ogni altra sensazione.
“Be’, si può sapere che c’hai?” le dice, scuotendo leggermente la testa come fa quando inizia ad arrabbiarsi. Le parole che Emma cerca disperatamente le si accartocciano nella gola. Poi una folata di vento le nasconde il viso dietro agli ampi ricci, coprendo per un momento i rivoli di piombo che sente scendere lungo gli zigomi.
“Vabbuò, ho capito, non fa niente! Io però me ne vado, comincio ad avere freddo a stare qui immobile” dice Anna, girando la sua bicicletta verso la rotonda di Piedicastello. Emma chiude gli occhi e nel nero striato dai riflessi di luce ancora impressi nelle pupille prova a nascondersi, come una bambina che si separa dal mondo infilando la testa sotto un cuscino. La notte adesso è lunga e densa come quelle senza fine dei paesi scandinavi.
Emma su quel ponte non ci è più tornata. Se deve andare alle Albere passa dal centro, pedala sulla ciclabile di via Fontana schivando i passanti e supera il sottopassaggio della ferrovia, poi la stazione, Santa Maria Maggiore, piazza Duomo, Sociologia e Giurisprudenza e alla fine il sottopassaggio di Sanseverino. Circumnaviga quel punto come fosse un luogo pericoloso su cui la sua nave rischia di infrangersi. Dalle Albere Anna non passa mai, è zona franca. “Mi ricordano una città scandinava” aveva detto una volta ad Anna, “ma senza quella malinconia pungente e profonda.”
Emma ci era stata in una città scandinava, nei mesi in cui il sole non sorgeva e tutto era raggrumato nella parentesi cupa della notte, e quel fascino non lo aveva colto. Non ho i suoi occhi, aveva pensato, lo scatto del suo sguardo, mentre una piccola goccia di sangue si staccava dal labbro che si stava mordendo.

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Il centro storico scorre sotto ai suoi occhi mentre pedala sui sampietrini di via Belenzani. La luce che trafila dalla coltre di nuvole basse custodisce la città in un’estasi sfumata. Emma si ferma davanti alla fontana al centro di piazza Duomo, la suola della scarpa scivola sui sampietrini bagnati togliendole per un momento l’equilibrio. Scende dalla bici e prende dalla tasca il telefono, scorre con le dita fra le chat di WhatsApp, ne apre una, l’ultimo messaggio scritto da lei è ancora graffiato dalle spunte blu, non c’è risposta. Il sole ora invade la piazza. Emma fissa il cellulare, quella chat, ora chi non le risponde è online. Tamburella le dita sul retro del telefono, nervosa, poi alza lo sguardo e la luce ossea della facciata del Duomo l’azzanna in viso, famelica. È questo il colore che prendono gli occhi di Anna quando qualcosa li offusca, pensa. Il telefono vibra, dalla sorpresa per poco non le cade di mano: “Arrivo, dammi cinque minuti.”
Emma si morde il labbro, con una mano tortura un ciuffo che le scende lungo la guancia. Il messaggio l’ha scritto ieri sera. Ha aspettato per tre ore, combattendo contro il sonno che iniziava a piegarle le palpebre. Alla fine è crollata, il telefono sul lato sgombro del letto; si è svegliata diverse volte, gli occhi sbarrati nella penombra della stanza, il rettangolo di luce che si incide contro il buio, la chat che appare dopo lo sblocco dello schermo, nuda e scarna nella sua sentenza. La mattina ha aperto gli occhi alle prime luci del giorno che entrava nella stanza dagli scoppi sottili della tapparella sulla parete. I capelli arruffati, i ricci segnati dalla forma del cuscino, le ombre stanche degli occhi che le premevano sulle palpebre. Nessuna risposta.
Nel tardo pomeriggio era uscita di casa senza una ragione. E adesso quella risposta così repentina e innocente, che pare vanificare e prendersi gioco di tutto quel calvario. Fanculo, pensa Emma, che vada a farsi fottere. È però un pensiero svuotato, inerme. Da quando era piccola, la rabbia sembra sorvolarla, scrutandola dall’alto come un avvoltoio che vola in cerchio sulla preda ma non la attacca, aspettando che si sfibri in quell’attesa.
Le nuvole tornano a disperdere e schermare la luce, gettando sulla piazza una tonalità d’ombra inospitale. Emma si stringe nella giacca beige, le sottili spalle incurvate, simile a un segno di punteggiatura sgualcito, incastrato fra i sampietrini della piazza. Con la coda dell’occhio vede il rosso scolorito della bici di Anna tremare sui porfidi ancora imperlati di pioggia.
“Ti sei messa la mia giacca preferita” dice Anna, appena le è davanti.
“Sì, quando sono uscita pioveva e non volevo…”
“Baciami.”
Emma sente il cuore rimbalzare nel petto come un sasso piatto scagliato sull’acqua, ma le palpebre che le pesano sul viso la fanno assomigliare a una creatura ferita e sofferente. Pensa alle poche ore di sonno, alla sospensione del respiro nell’istante prima che si sbloccasse lo schermo, alle ore trascorse in un’attesa annebbiata e fiacca.
Dovrei voltarmi, si dice, lasciare che trovi solo la mia guancia. Non si muove, invece, accettando l’incontro delle loro bocche, immobile. Il contatto è lungo e spoglio, le labbra di Anna sottili e increspate. La testa le pulsa e sente un improvviso fastidio crescerle dentro, come una muffa infestante.
“Non hai davvero nulla da dirmi?” dice di colpo Anna, quando si stacca da quell’unione letargica. Emma rimane in silenzio, gli occhi bassi che scandiscono ogni minimo dettaglio delle sue scarpe di tela.
“Ma fai sul serio? Te ne resti lì zitta così?” continua Anna, gli zigomi tirati che affilano l’aria. Emma non riesce a replicare. Tutto in lei è bloccato nel meccanismo glaciale di una paralisi. Questo le provoca la rabbia degli altri, trasformandola in una stanza che si svuota quando la luce si spegne e rimangono le sagome degli oggetti. Fra lei e Anna ora c’è una virgola invisibile, che le tiene separate come due parole, vicinissime, ma non abbastanza da riuscire a sfiorarsi.
“Cioè, non ti ho risposto per ore e ore e tu cosa hai fatto? Sei uscita di casa e sei venuta comunque fino a qui! Ma che hai nella testa? Cosa c’è di così spaventoso nel mandarmi a fare in culo?”
Gli artigli del felino ora possono sfiorare la sua carne. È in pericolo, ma non può muoversi. Nello spazio angusto della gola le parole si sciolgono come cubetti di ghiaccio al sole. È quello l’unico movimento vagamente vivo in lei: un ricacciarsi all’interno, un accartocciarsi su se stessa per perdere volume.
“E mo’ piangi pure? Massì dai, piangi, scompari pure nella tua inconsistenza! Mi fai schifo, mi fa schifo la tua passività, la facilità con cui ti ci abbandoni… Ma che ci sto a fare con una come te, eh? Me lo spieghi, tu? Che ci sto a fare?”
Anna ora urla, e la sua voce crepita sul manto di nuvole ostili come un tuono. Quando alza la voce, i suoi occhi passano da fessure minime al corpo rigonfio di un fiume in piena. A Emma pare di ferirsi sui lineamenti acuminati che prende il suo viso. Di essere sommersa da una tempesta che scaturisce da una conchiglia raccolta su una spiaggia e portata all’orecchio.
“Sei davvero incredibile, manco adesso reagisci! Ti sto urlando davanti a tutta la piazza e tu te ne resti lì come una bimba terrorizzata! Non sei incazzata? Eh? Non ti ho fatto arrabbiare? No, tu non senti niente perché non hai il coraggio di essere niente. Tu ci sguazzi in questa posa da creatura innocente, contro cui il mondo si scaraventa! E io scema che ti sto appresso. Ma non lo capisci? Non lo vedi che così mi nascondi sempre una parte di te? Così non ti vedo.”
Pronuncia quest’ultima frase con un altro tono. Smette di urlare e i tratti felini che le affilavano il viso si smussano, tornando a disegnare la rotondità delle sue guance. A quell’ultima frase Emma si sente svenire.

In quel momento rivede una scena che non rievocava da tempo. C’era sua sorella, di schiena, portava un k-way giallo acceso sotto a uno zainetto mezzo aperto. Era estate, entrambe avevano i pantaloni corti e i loro scarponcini scalciavano nel fango del sentiero. Lei stava sul ciglio della strada, poco a lato, dove sembrava iniziasse un dirupo. Camminava a piccoli passi, fischiettava. Emma la guardava dal centro del sentiero, imbronciata, le mani a coprirsi il viso dalla luce di mezzogiorno. Poi era successo. La sorella aveva urlato, un lungo strillo acuto che si spezzava sulle rocce, tingendo la vallata della sua eco. Emma guardava, strizzando gli occhi più che poteva. La sorella non c’era più. Un urlo le si era strozzato in gola e aveva preso a correre verso il margine del declivio, il cuore che le finiva in ogni punto del corpo. Sul confine, si era fermata e aveva chiuso gli occhi, terrorizzata, con le mani davanti alle palpebre abbassate per proteggersi ulteriormente. Aveva sentito qualcosa poco al di sotto, il suono flautato della risata della sorella, seduta qualche metro più in giù, sorniona. “Ci sei cascata, scema!” le aveva detto “Ora facciamo lo stesso scherzo a mamma!”

“Così non ti vedo” le dice Anna e a Emma pare di sparire come il corpo sottile della sorella dietro a quei ciuffi d’erba rinsecchiti dal sole. Di sparire verso un vuoto oltre il quale non è più sicura la aspetti l’eco argentata di una risata.

§§§

“Il tuo corpo è una spiaggia.”
Anna glielo dice mentre con la mano glielo attraversa. La accarezza lentamente, con la punta delle dita, scivola sulla sua pelle lattea che al suo tocco sembra quasi farsi liquida. È stranamente docile il corpo di Emma, su cui si posano le fessure della persiana come minimi insetti di luce. Raramente si sente così tranquilla al tocco altrui. Vorrebbe dirglielo ora, e poi baciarla, toglierle dalle labbra qualsiasi risposta. Invece rimane silenziosa, gli occhi chiusi che sono acini d’uva lavati da un velo d’acqua piovana.
“Ci arriva contro il mare, ma dolcemente, come volesse proteggere la sua grazia. E dentro ci trovi conchiglie di ogni forma” aggiunge Anna. Emma la guarda, sposta leggermente il collo e si sporge oltre la linea della pancia. Le parole di Anna la raggiungono come gli schizzi di un’arancia sulle guance e qualcosa d’aspro e melodico le entra dentro.
“Quando mi eri sopra, prima… è stato come se… sì, insomma, era come se qualcuno avesse acceso una candela in una stanza buia. Potevo vedere i contorni degli oggetti. Era come guardare l’Adige che passa fra le case in quelle vecchie foto di Trento” dice Emma, la voce che si muove magmatica nella gola e poi esce, tumultuosa, tutta d’un colpo. Quasi si pente di averglielo detto. Si morde il labbro, vorrebbe contorcersi come un ragno colpito dal sole e invece resta ferma, il corpo rigido allungato sul letto come una canoa ormeggiata. Non ci sono conchiglie dentro di me, nemmeno se scavi a fondo, dove la sabbia è umida e bruna e si infila sotto le unghie, pensa.
“Voglio che ci siano sempre le tue acque nelle mie strade” le dice Anna, facendosi di colpo seria. Mentre la guarda, Emma si sente come sul cratere di un vulcano. Un fumo denso sale, lento, arroventandole il viso, mentre poco al di sotto ribolle un magma scuro, pronto a esondare. Vorrebbe abbandonarsi, lasciarsi cadere e avvolgere da quella materia primordiale che spacca le montagne e poi le ricrea. Per un istante pensa di dirglielo, ma le labbra restano serrate e sente affiorare una goccia di sangue, come una pallina di mercurio che sguscia da un termometro. Anna non dovrebbe vederla, non quando sta così, lottando con le mani e con le gambe per liberarsi da una rete che la imprigiona.
“L’amore non si merita, Ems. Quando arriva, lo senti sulla pelle, ti si disegna addosso” le dice, i capelli castani che le scendono sul viso e lo increspano come rami di un salice chini sull’acqua. Le mani di Anna si intrecciano alle sue e qualcosa della sua forza le scivola dentro. Anna assomiglia all’Adige, è una ferita umida che disegna la valle, la incide come una carne tenera, e dietro al taglio dischiude lo stelo di un fiore fluviale.
Sono io le strade, tu sei l’acqua che le bagna, che sotto ai muri delle case sorveglia i lineamenti della città, pensa Emma, mentre chiude gli occhi e si abbandona sottile a un sonno acquatico che scroscia leggero.

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“Lasciarmi è stato il tuo unico atto di coraggio” le dice Anna.
La funivia di Sardagna procede lenta nell’azzurro appeso del cielo pomeridiano. Gli occhi di Anna seguono il filo, sembrano perdersi lungo la linea obliqua che taglia a metà l’Adige. D’un tratto si affilano, diventano una lama fredda che potrebbe recidere quel filo da un momento all’altro. Emma ha giusto il tempo di accorgersene, sfilando il suo sguardo lungo il profilo del viso di Anna, affilato e ostile. Poi, qualcosa rompe il respiro del vuoto, come un rumore di sgancio. E tutto si inverte. La linea degli alberi si inclina, il fiume diventa un sentiero scosceso. Il bar Funivia e il ponte dove prima c’era il cielo. Forse gli occhi di Anna l’hanno tranciato davvero il filo. Forse sono quelli ad aver bruciato ogni fibra di luce. C’è un istante di vetro infranto in cui tutto è appeso nel buio. Dopo, si cede. Si diventa ogni cosa che cade.