Ma anche no di Giulio Iovine

Disgraziato, che tu non sappia mai chi sei!
Sofocle, Edipo Re, 1068

Per arrivare da casa mia al Teatro Marino (o, come diciamo qui, “ai Flutti”) bastano due fermate di autobus, o mezz’ora di camminata. Di solito prendo i piedi, e con la mia falcata son venticinque minuti scarsi. Evito così di pagare il biglietto del bus, oltre che di sentirmi vecchio, con tutto che non ho davvero idea di quanti anni ho. Oggi però c’è qualcosa che non va. Nel chiudere il portone del condominio, nell’avviarmi pian piano attraverso il giardino, nell’uscire dal cancello, qualcosa mi appesantisce – mi rallenta il passo. Non è il pranzo e nemmeno la febbre. E a rigore non dovrebbe essere nemmeno stanchezza; vero, sono tornato ieri dalla tournée, ma ho avuto la mia bella notte di sonno, il risveglio con gli uccellini, la colazione. E allora?
Oh, sarà la vecchiaia. O più in generale, sarà il mio corpo che comincia a dire no. Allo specchio mi dico che sembro un quarantenne, ma per quanto ne so potrei averne quaranta come sessanta. Salgo sull’autobus e mi siedo, sentendomi improvvisamente come se avessi un bersaglio addosso; stringo le ginocchia mentre guardo le case passare lungo il finestrino, e il mare comparire a spicchi al di là dei muri.
Qualcosa di questi pensieri deve essermi rimasto in faccia, perché quando entro in platea, dove gli attori sono già seduti in prima fila ad aspettarmi, Lina – la regista – mi viene incontro dicendo:
– Se oggi non ti senti bene, posso gestirli da sola.
– Cos’abbiamo da provare?, chiedo, vergognandomi perché non me lo ricordo.
– Oggi primo e secondo atto e prova costumi e luci. Ma se non te la senti, ripeto…
– No. Sto benissimo. Costumi e luci li proviamo domani. Oggi la generale.
– Non era previsto.
– Pazienza. Ho bisogno di vedere come viene.
Proviamo al chiuso; ma la sera della prima il fondale si abbasserà, e il pubblico vedrà la recita con lo sfondo dell’oceano. Durante la generale, Lina prende nota: io mi distraggo spesso. Ma sì, che sono bravi. Siamo al dodicesimo spettacolo con questa compagnia, di venti che ne ho fatti da quando mi hanno trovato. Tra primo e secondo atto Lina ordina una pausa di dieci minuti, e viene Alessandra – prima attrice – a sedersi accanto a noi due, con la parrucca in mano.
– Io mi sa che questa la butto. O la brucio. M’importa assai del trovarobe. Sono convinta che ha i pidocchi e me li stia attaccando.
E si gratta la nuca. Lina risponde:
– Buona lì, Sandra. L’abbiamo già fatta controllare. Non ci sono pidocchi.
– E allora perché mi prude?
– Perché devi lavarti di più i capelli, intervengo io.
– Tipico consiglio di chi ce li ha corti. E poi per me ci vuole il sapone speciale, quello per la cute irritabile, e non me lo passa la mutua.
– Embè, compratelo.
– Con cosa? Non ho mai un soldo. Tu ti ostini a farmi fare teatro…
– Alessa’, piantala. Se vuoi fare cinema, vai. Mica ti tratteniamo.
Alessandra però ci tiene a specificare che preferisce fare la prima attrice in un dramma di Federico Settembrini (che poi sarei io), regia di Lina Iacovacci (vedi sopra), piuttosto che andare a fare la screamer tettona in un film di merda sui varani giganti, perché si sa che quando hai le bocce come le sue quello finisci a fare. Però se magari la produzione pagasse un dieci percento in più… poi niente, finiti i dieci minuti, ricomincia la generale.
Per abitudine ignoro o prendo malissimo i complimenti. Ma dentro di me sono lusingato. Essere bravo abbastanza da campare scrivendo per il teatro, e occasionalmente dirigendo, è una cosa che non mi aspettavo, quando ho iniziato questa carriera. A indirizzarmi fu un attore famoso, che incontrai per caso in ospedale, quando stavano per dimettermi. Gli raccontai che di me stesso non sapevo praticamente niente se non un paio di cose, forse ricordi, forse invenzioni: avevo la scimmia di scrivere battute anziché descrizioni di ambienti, e il feticismo per il sudore dei corpi umani nei camerini chiusi. Non potevo che fare il drammaturgo, rispose lui, e mi procurò un posticino di assistente tuttofare ai Flutti. Da lì ho fatto la mia strada.
I maligni insinuano che non sarei così famoso nel giro se non fossi uno dei casi più pazzeschi di amnesia dell’ultimo secolo. Ma dopo vent’anni, dubito che ancora qualcuno ci faccia più caso. Nei trafiletti di giornale dove si parla dei miei lavori, è una circostanza che non si menziona più. Se ne faceva un gran parlare nei primi anni, questo è sicuro, perché quanto spesso ti capita di trovare per caso, sulla spiaggia proprio sotto ai Flutti, un ragazzo tra i venti e i trenta, svenuto per il calore e la sete, naufragato da chissà dove, che non ricorda praticamente niente di chi sia o di come sia arrivato fin là? Ma alla fine anche questa novità si è smorzata. Le hanno provate tutte e io continuo a non ricordare niente. Malattie non ne avevo, né segni particolari. L’inchiesta si è ben presto arenata e io sono uscito dall’ospedale per finire dritto dritto a fare l’assistente proprio nel teatro attaccato alla spiaggia dove mi avevano trovato. Ma va detto che questa città è piccola, tutto è vicino a tutto il resto, e non ci ho mai visto la mano del destino. Mi hanno trovato a settembre, e divenni Settembrini; Federico era il nome dell’uomo che mi ha soccorso, e diventò anche il mio.
Alla fine della generale, Lina salta in proscenio e comincia a spiegare cosa non andava. La seguo, sorpasso gli attori seduti in cerchio attorno a lei, e chiedo al macchinista di sollevare il fondale. La luce del pomeriggio invade la platea, e i miei occhi fanno il giro consueto, dai pochi scogli e dalle case sul mare fino all’orizzonte, dove a malapena distinguo il confine tra cielo e oceano. Le nuvole che si stanno accumulando a oriente si riflettono sull’acqua limpida; se provo a guardare sottosopra, il cielo sembra il mare e il mare il cielo.
– Fede, ma che diavolo fai?
Eduardo – primo attore – ha giustamente notato che sto provando a piegare la testa di centottanta gradi.
– Se vuoi vedere il mondo capovolto devi camminare sulle mani, sentenzia. – Ci vuole un po’ ma si impara. Io a forza di fare yoga…
– Quella roba è pessima per la colonna vertebrale, esclama Alessandra.
– Buoni. State buoni, li bacchetta Lina. – Federico, io qui ho quasi finito. Vuoi fare qualche che osservazione anche tu? Se ne hai.
Mi avvicino, guardando Alessandra, Eduardo, Ottiero, Paco, Rinuccia e Argia. Argia è l’ultima arrivata, l’anno scorso in compagnia c’era Manuela ma ci ha mandati al diavolo perché voleva fare teatro olografico e io mi ostinavo a scrivere copioni.
– Siete molto gentili a… a starmi dietro, qui, dico indicando la platea a larghi gesti.
Silenzio.
– …in che senso, gentili? È il nostro lavoro. Ci pagano, sottolinea Ottiero.
– E comunque ci piace anche, siamo attori. Sennò facevamo altro, nella vita, aggiunge Rinuccia.
– E in quanto attori, anche un po’ psicologi. Federi’, che ti frulla per la testa? Hai una botta di depressione?
Fenomenale, Paco. Mi legge nel pensiero. In quel momento arrivano le pizze e le bibite – offerta della direzione – e ci spiaggiamo sul palco a mangiare e a chiacchierare.
– Tu hai una fissazione per questo dramma borghese, d’interni, onestamente un po’ vecchiotto, commenta Eduardo. – Ma nelle tue mani funziona. C’è del delirio, c’è del dialogo allucinato. C’è della performance, pure i video. Insomma non sai di vecchio.
– Un Koltès che s’incrocia con un Gabrielli, con il decoro formale un po’ passé di un Enzo Duse, chiosa Alessandra, che ci tiene a ricordarci che ha fatto il DAMS ai tempi.
– Il punto è che non ci dispiace lavorare con te, insiste Rinuccia. – Se sei ancora triste per quella scema di Manuela, puoi smetterla.
Sbronzo di bibite gasate – non bevo birra – passo carponi dall’uno all’altro attore cercando di annusare il sudore dei loro vestiti.
– Te la passiamo perché sei depresso, Federico, commenta Lina, orripilata.

La prima è il prossimo sabato sera e tutto va bene. Non ho giustificazioni per questa crescente inquietudine. Giro in tondo nel mio appartamento, non sapendo che fare. Una sera faccio aperitivo e cena con Lina.
– La produzione ha già fatto la bozza del prossimo contratto. Sei stagioni anziché due. Con la solita tournée nel circuito. E ci pagano il doppio. Sei un nome, Fede. Contento?
– Non è che io non lo sia, rispondo infilando lo stuzzicadenti in un’oliva. Siamo in un bar del centro, è una sera d’inizio estate.
– Ma?
– Ma è strano. Ultimamente sento questa pesantezza addosso. Come se fossi seduto sul fondo di un laghetto, e guardassi le cose succedere sopra il pelo dell’acqua, nel silenzio del fondale. Dove tutto sembra lontanissimo. Mi spiego?
– Certo. Hai una crisi di mezza età
– Sempre che io sia di mezza età. Ricordati che non sappiamo quanti anni ho.
– Non lo sappiamo, ma a occhio hai passato i quaranta, Fede.
– Esattamente cosa ne sai delle crisi di mezza età, che tu ne hai trenta?
– Ventotto. Ufficialmente, niente. Ma sai, mio babbo… mio cugino Aldo… prima o poi penso ci passiamo tutti. Dai, ordina il maiale al latte che ce lo dividiamo e sbrocchi per benino.

La prima va benone e abbiamo venti repliche, il contratto definitivo è ancora più lusinghiero del previsto e mi fanno tenere Lina, che a dirigere è più brava di me e onestamente mi toglie tante castagne dal fuoco. Ho il sospetto che il generale buonumore venga anche dal nuovo governo. Quello prima era una mezza dittatura, ma lo hanno rovesciato, e quello di ora l’abbiamo più o meno eletto noi. La prima cosa che ha fatto è stata confermare i fondi per le istituzioni e associazioni culturali, il che non guasta. I Flutti si sostentano da soli, ma i soldini del ministero ci permettono di pagare stipendi umani. Una mattina, quando vedo Lina e Paco venirmi incontro fuori dal teatro, prima delle prove, m’illudo – chissà come – che vogliano parlare di soldi. Lina mi allunga il cellulare, aperto sul giornale online.
– Hai letto l’ultima?
– No. Che si dice?
– Il nuovo governo ha sciolto i servizi segreti e aperto gli archivi, Federi’.
– Embè?
Lina mi si avvicina con fare cospiratorio. Paco si guarda intorno, circospetto.
– Paco ha un cugino che lavora ai piani alti. Son saltate fuori cose incredibili. I servizi avevano liste di persone. Perseguitati politici, oppositori esiliati o ammazzati, collaborazionisti. Ci sono anche foto.
– Non ti seguo.
– Se in una di quelle liste ci fossi anche tu?
Guardo Paco con orrore.
– …e come potrei?
– Pensaci, risponde lui. – Molta gente in quegli archivi è ufficialmente scomparsa senza lasciare altra traccia. Tanti prigionieri venivano deportati via mare. Ci sono notizie di esperimenti scientifici, anche al cervello.
– E quindi?
– Se non sono riusciti a trovarti in questi vent’anni… bè, forse è perché le uniche tracce della tua esistenza prima dell’amnesia sono lì dentro.
– Paco può fare il tuo nome, aggiunge Lina in un sussurro. – Capisci? Indagare un po’. Federico, pensa, potremmo finalmente scoprire chi sei.
– …se vuoi, conclude Paco.
– Facile. Non voglio, rispondo io.
I due mi guardano sconvolti.
– Perché no?

Non gliel’ho voluto spiegare. Sono tornato a casa di corsa e mi ci sono chiuso. Poi ho messo a soqquadro l’appartamento, mi sono appoggiato al muro e sono scivolato giù in un pianto isterico. A parte il me urlante, in casa non c’era niente che non conoscessi. Abito lì da vent’anni. Prima della spiaggia, prima dell’ospedale, non ho ricordi. Dopo sì, tantissimi. Ma prima no. Ed è giusto così: io sono Federico Settembrini, nato vent’anni fa. Non c’è altro da sapere. Scoprire chi sono? Ma neanche per sbaglio. Già lo so, chi sono. Il resto può andare a fanculo. Quella notte faccio il mio sogno ricorrente: sono vestito con una buffa armatura, strozzo un soldato in un canneto, cammino carponi nella palude, c’è una città sullo sfondo con alte torri in fiamme.

– Fede, sono Lina. Stai bene? Qui la riunione è iniziata e non ti si vede.
– Non vengo.
– Non ti senti bene?
– No. Sì. Non lo so.
– Fede, stai sereno. Paco e io rispetteremo le tue volontà e non indagheremo. Te lo abbiamo già detto. Esci di casa, per l’amor di Dio. Ci fai preoccupare.
– Fammi sapere come va la riunione.
E riattacco. Ma pochi giorni dopo, vinto dalla claustrofobia, metto il naso fuori di casa e mi presento in teatro mentre i ragazzi stanno facendo la prima lettura del prossimo lavoro. Riesco a mantenermi sereno, a concentrarmi sul lavoro. Mi becco anche la mia domanda preferita da parte di Argia, “come ti è venuta in mente questa trama?”, perché poi posso tenerla lì un’ora a descrivere minutamente quel momento in cui ero a mollo nella vasca da bagno a giocare con i pupazzetti di Topolino e Pippo ed ecco che mi è venuta in mente una storia di molestie su minore – ma dopo neanche cinque minuti vengo preso da parte da Paco, che mi dice in un orecchio:
– Mio cugino mi ha fatto una soffiata. Pare che stiano lavorando su di te.
– Come. Io avevo chiesto espressamente che…
– Lo so. E infatti noi non ci siamo mossi. Ma pare che frugando le liste il tuo nome sia saltato fuori. E siccome sei un nome – scusa il gioco di parole – hanno approfondito la cosa.
– E cosa si è scoperto?
– Non lo so. Come ti ho detto, mio cugino non è coinvolto e non sa nulla. Ma potresti essere contattato a breve, Federico. Te lo dico perché tu ti prepari.
– Sì, nel senso che mi ammazzo. Ma perché proprio io…? Perché?
– Te l’ho detto. Non ne ho idea.

Due giorni dopo qualcuno lancia sassi contro la mia finestra. La apro. È Lina.
– Lina, che c’è? Sono le otto di mattina.
– Arrivano, Federico.
– Chi?
– Quelli del governo. Il cugino di Paco ha chiamato. Sono alla stazione. Hanno scoperto cose e vogliono parlare con te.
– Oh Cristo santo.
– Dai, andiamo insieme in stazione? Sono troppo curiosa.
– Tu sei pazza. Tienimeli lontani. Se mi vuoi bene.
– Sì che te ne voglio, ma
Sono già uscito di casa, saltato sull’autobus, sceso fino ai Flutti. Prendo la scalinata di pietra che dà sul mare, ed eccomi al molo accanto alla spiaggia, quello dove attraccano i pescatori e chi va in barca il weekend. Balzo su una barca a remi, la prima che trovo, e a forza di remare, eccomi a un centinaio di metri dalla riva. La giornata è splendida. Rimango lì a vedere il sole salire e calare all’orizzonte, finché in lontananza, sul molo, ecco Paco, Lina e tre o quattro persone in giacca e cravatta che si sbracciano verso di me.
Mi squilla il cellulare.
– Lina. Che c’è?
– Federi’, questi insistono. Ti hanno visto col binocolo. Vuoi che te li passiamo?
– No.
– C’è qualcosa di molto importante, Fede. Questi giurano che è vitale che tu lo sappia. Non vuoi saperlo?
– Ho detto no. Non voglio sapere un cazzo. Io invento storie per vivere. La mia non la voglio sapere.
– Ma è una storia vera, questa. Mica se la sono inventata.
– Ragione di più. Mandali via, Lina, per favore.
– Ma Fede, ragiona. È un nodo, anzi è il nodo della tua esistenza. Non vuoi scioglierlo una volta per tutte? Scoprire finalmente chi sei?
– Ora riattacco, Lina.
– Aspetta. C’è Paco che ti vuol dire una cosa.
– Fede, ciao, sono Paco. Hai considerato che magari questa botta di depressione che ti ha preso di recente non è altro che l’angoscia di non avere un passato, che tanto più ti tortura quanto più invecchi, visto che – a differenza dei tuoi coetanei – hai solo metà di una vita dietro di te?
– In italiano?
– Fede, forse sei triste proprio perché non sai. E sapendo, starai meglio.
– Ciao, Paco.
E riattacco.

Non si arrendono facilmente, questi impiccioni del governo. Agitano le braccia, mi indicano, indicano una scatola che portano con sé (piena di documenti? Oggetti?). E urlano qualcosa, che però a questa distanza non sento. Io mi stendo sul fondo della barca, mi lascio cullare, dormicchio, sogno il canneto e io che strozzo il soldato e la città in fiamme, forse un simbolo, forse un ricordo. Chissà.
Quando scruto nuovamente il molo remoto, a mezzanotte passata, scopro che finalmente se ne sono andati. E allora, buttati in acqua i remi, comincio lentamente a ritornare a riva.