L'incaricodi Raffaella Laganella

“Arresto cardio-respiratorio da colpo d’arma da fuoco”.
Così recitava il certificato di morte che il corpo avrebbe dovuto tenere in mano, in quanto responsabile del proprio destino. Tuttavia è indispensabile per qualunque cadavere – e questo non faceva eccezione – essere trasportato in una bara, soprattutto adesso che bisognava attraversare la frontiera paraguaiana.
La cassa non era un poliedro di otto lati, il classico feretro, ma un semplice prisma quadrangolare, con il diploma da morto firmato e attaccato sul coperchio, lì dove batteva il sole di mezzogiorno.
Con il legno a malapena lucidato, a prima vista poteva sembrare un contenitore per il trasporto di attrezzi, vestiti, frutta o qualunque cosa entrasse in un metro cubo circa, anche se per questa roba forse sarebbe stata più adatta una piccola valigia o una borsa.
Ma lì non c’erano né frutta né attrezzi, c’erano invece dei vestiti che coprivano il corpo di quella che una volta era una persona mediamente sana.
Perché lo portassero in Argentina se nessuno lì lo aveva reclamato, e perché si trovasse in quel momento sotto il sole della triplice frontiera, anziché essere sepolto in Paraguay, si potrebbe forse spiegare con una serie di ragioni che non vale la pena elencare, a eccezione dello sciopero generale in Paraguay e soprattutto della precarietà delle istituzioni sudamericane.
L’attuale responsabile del corpo risultava essere tale signor José, il quale per novecentomila guaraní aveva accettato di ritirare la cassa da un deposito che non visitava certo per la prima volta, per poi trasportarla fino al cimitero di Puerto Iguazú.
Analfabeta, non stupido, sapeva di trasportare roba grossa, però sapeva anche che quell’incarico glielo aveva affidato il Puma, lo stesso commissario che altre volte gli aveva ordinato di consegnare pacchi di ogni sorta, dimensione e colore, presso stazioni di gendarmeria e città limitrofe.
Ma a José tutto ciò non importava e aveva poco da perdere. Il compenso era relativamente buono, e i mandanti godevano dell’illusione (fugace) di avere tutto sotto controllo.
Motivo dell’ingresso in Argentina: “turismo”. Il visto era già stato ottenuto. Poteva proseguire per la sua strada.
Tuttavia, un agente di nome Ramírez, andò verso il pick-up a curiosare. Salì sul paraurti posteriore per vedere la cassa.
– Questa volta gli è scappata la mano, mi sa – commentò.
Si avvicinò al certificato per leggere.
– Tino! – gridò sbellicandosi. – Tino! Vieni a vedere che cosa manda il Puma.
Tino lo raggiunse, meno espansivo.
– Noooo! – rise, e con un salto salì sul pick-up. – Potevi levargli il certificato di morte almeno – aggiunse.
– Io non tocco i pacchi, signore – rispose José.
– Te lo tolgo io, non rompere. – disse Tino. Lo staccò, lo piegò in due e lo infilò nel taschino della camicia di José. – Se poi non lo vuoi toccare, fattelo prendere dal taschino.
– Dove lo porti? – interruppe Ramírez.
– Al cimitero di Puerto Iguazú, signore – rispose José.
– Lo seppelliscono lì?
– Non lo so, signore. Io trasporto e consegno.
– A Udriel lo consegni?
– Sì, signore, a Udriel.
– Digli che anche lui dovrà mandarci qualcosa, o se la dovrà vedere con il Puma. Costa il triplo. Anzi, – fece una pausa prima di continuare – aspetta, che sennò facciamo casino.
L’agente afferrò il cellulare, fece un numero e cominciò a parlare.
– Sì, capo, Ramírez dalla stazione quattro. Scusi la rottura. Qua il Puma ha mandato José con la carretta e un morto per il cimitero. – E di nuovo
giù a ridere. Poi continuò – Sì, sì, sta nella cassa, non si vede niente. Però mi pare che dobbiamo scortarlo. Se vuole mando uno o due dei ragazzi per sicurezza, così non rompono le palle, che dice?
E ancora: – Sì. A posto. Lei avvisi il Puma che questo costa più caro eh… Perfetto. Stia bene. – Aggiunse prima di chiudere, e immediatamente fece un’altra chiamata.
– Galo.
– Affermativo – si sentì dall’altra parte.
– Venga alla stazione quattro, porti un altro collega libero per dare una mano qua.
– Ricevuto, sottufficiale. C’è altro?
– Negativo. Muoversi.
– Senti – spiegò l’agente non più al cellulare, rivolto al vettore. – Ti accompagnano i nostri ragazzi. Galo e qualcun altro. Se non c’è nessuno, vai tu, Tino – disse, rivolgendosi all’altro uomo in uniforme. – Dopo aver lasciato il pacco, li porti di nuovo qua – aggiunse. – Hai capito, José?
– Sì, signore, chiaro – rispose l’autista, che di lì a pochi minuti era già in viaggio dal lato argentino.
José non avrebbe voluto abbandonare il piano originale, ma capiva che la presenza dei “ragazzi” stavolta era utile. Sapeva che l’illusione, quella di avere tutto sotto controllo, non è mai universale né duratura. Non è mai stato così, e mai lo sarà.
Galo viaggiava sul sedile del passeggero con il finestrino abbassato, e l’altro agente di cui non conosciamo il nome era seduto sulla cassa di legno, per quel poco che permettevano gli scossoni della Ford 87 sulle strade sterrate. All’interno del pick-up il caldo era asfissiante, specialmente nell’ultimo tratto di strada. Succede così quando una grossa lamiera rimane al sole per due ore. A certe latitudini, se il sole non spacca la terra è solo grazie agli acquazzoni quasi giornalieri, che bagnano e sporcano ogni cosa di acqua e polvere color ferro.
Udriel, intanto, già al corrente della situazione aspettava il corpo per tappare una fossa comune di vari loculi non pagati.
Ricevette il pacco verso sera, e lo scaricarono grazie a un carrello a doppio asse trainato da una moto. In mezzo al cimitero si congedò dai tre uomini.
José si indicò il taschino della camicia.
– Che c’hai? – chiese Udriel.
– Un biglietto che stava sulla cassa, signore. Anche questo è suo.
– E perché mi manda sto coso il Puma? – commentò Udriel. Dopo averlo aperto, sorrise. – Di’ al Puma di farle bene, le cose. Qua non serve a un cazzo, questo.
– “Arresto cardio-respiratorio da colpo d’arma da fuoco” – rilesse ironico.
– Si è messo a fare il medico adesso. Pure con la firma sopra. Vuole che gli facciamo la veglia anche. – Scoppiò a ridere, gli agenti fecero altrettanto.
José no.
– Anche la gendarmeria lo ha trovato strano – disse José.
– Ma certo che è strano.
Udriel sembrò infastidito dall’indifferenza dell’autista.
– Che c’è, José? – aggiunse – Tutto a posto? È tanto importante questo biglietto?
– Non lo so, signore, però se il medico ha detto che è morto sparato, è perché è morto così.
– Ma se tu non sai leggere, José.
– Vero, signore. Ha ragione, sono analfabeta. Ma ho sentito lei leggere ad alta voce. Quel messaggio non era per me.
– Mi hai ascoltato, e questo va bene. Quindi se adesso ti dico pure che “sparato”, come dici tu, solo sparato, uno non muore, è perché è così. Qua dice “arresto cardio-respiratorio da colpo d’arma da fuoco”. Capisci? È morto perché ha smesso di respirare o forse si è dissanguato, che ne so. Comunque qua lo sparo non c’entra niente. Mi capisci?
– Si sbaglia, signore – rispose José, quasi sentendo un istinto irrefrenabile di pronunciarsi, ma senza una reale voglia di parlare.
– Mi stai contraddicendo per quello che tu pensi che dica ’sto biglietto, che non serve a un cazzo, e che non hai nemmeno letto? – chiese Udriel.
– No, signore, non la sto contraddicendo per quello. Va bene quello che pensa lei, e va bene quello che dice il medico. Si sbaglia perché continua a spiegarmi una cosa che non mi interessa, e che non era per me.
– Hai ragione, José. Ci manca solo che devo perdere tempo con te e con il Puma che manco mi ha pagato ancora!
– Grazie tante, signore – disse José, con un gesto genuino di soddisfazione. Davvero non voleva saperne di domande, commenti e risposte.
Calò un breve silenzio. Un saluto tra gli interlocutori e un gesto vago degli agenti a Udriel.
Finito il lavoro, rientrarono alla stazione di confine, e poi José ai sobborghi di Ciudad del Este.
Di ritorno a casa, venne data la notizia che il commissario Saúl Villalba, meglio noto come “il Puma”, era scomparso da circa ventiquattro ore, e che molti parlavano di regolamento di conti o sequestro.
Ma José non era affatto turbato. Aveva ricevuto il suo compenso e si chiedeva soltanto se a chiamarlo fosse stato effettivamente il Puma o già il suo successore con la voce camuffata.
La radio, proprio come il becchino, insisteva a spiegare qualcosa che non gli interessava, né era per lui. Niente era cambiato per José.
Entro qualche giorno avrebbe ricevuto la chiamata di qualcuno che si sarebbe presentato brevemente e gli avrebbe affidato il secondo incarico. Stavolta avrebbe usato la propria voce, senza prendersi il disturbo di puntare una pistola alla tempia del Puma, né costringerlo a dare istruzioni sul suo destino – con tanto di firma.