Le vocidi Flavia Catena

Quando il mondo finì, tutto ciò che esisteva su di esso scomparve, ingoiato dal buio. Rimasero solo l’orizzonte e un sottile lembo di detriti alle sue spalle. Sospese su quel lembo luminoso, c’erano le voci degli uomini.
Erano sopravvissute all’esplosione, forti abbastanza da superare il silenzio che aveva seguito il primo boato, il secondo, e i fischi di cui l’aria si era riempita, fremendone tutta. All’inizio, erano solo voci confuse; prive di senso, fluttuavano scontrandosi l’una contro l’altra, in uno spazio troppo piccolo per tutta l’umanità, ridotta ormai a una mera accozzaglia di suoni. Poi, lentamente, col passare del tempo, avevano cominciato a definirsi. Le voci maschili, spesso profonde, erano divenute così facilmente distinguibili da quelle femminili, più acute, squillanti, e le voci cristalline dei bambini avevano preso la distanza da quelle sommesse degli anziani. Così, risate, pianti, singhiozzi, colpi di tosse erano emersi come bolle sulla superficie dell’acqua, scoppiando all’improvviso, al più lieve degli stimoli.
Ed ecco, infine, le parole. Erano affiorate una a una, quasi imitandosi a vicenda, inconsapevoli della loro origine e del loro significato. Andavano ripetendosi, messe insieme senza una logica, per far chiasso, per dire “ci sono”, ma non per comunicare le une con le altre. Ci vollero secoli perché i primi discorsi venissero partoriti. Allora l’umanità ritrovò i pezzi della propria memoria.
Primi arrivarono i saluti, e i “come stai?”, seguiti da un raffica di “grazie”, pronunciati senza un motivo apparente. Un riscaldamento verbale che durò un mese, tant’erano le voci, una per ogni essere umano mai nato. L’orizzonte ne pulsava, ogni “buon giorno” era una piccola scossa a quei detriti fluttuanti, ogni “buona notte” un’altra scossa. I primi discorsi si formarono a partire da frasi semplici, descrizioni di un pensiero, di una sensazione, talvolta di un sogno. Alcuni suonavano come filastrocche per bambini, altri sembravano nascere da liste, come frammenti di ricordi: liste della spesa, delle ricorrenze, dei compiti da fare.
Più che ascoltarsi l’un l’altra, le voci ascoltavano soprattutto sé stesse. Poi, quando emersero i primi ricordi, iniziarono i dialoghi veri e propri.
– Vorrei sapere dov’è finito Sansone – si udì una voce maschile, a un tratto.
– Chi è Sansone? – squillò un’altra.
– Il mio cane – rispose l’interrogato.
– Ci sono cani qui in giro? Non mi sembra. Non ne ho sentiti.
– Oh – la prima voce tacque per un momento. – Sansone, Sansone? – ricominciò poi a chiamare.
Echeggiando, quel nome percorse avanti e indietro, più volte, il solo spazio dentro in cui si fosse udibili. A uscir fuori da quello, i suoni finivano per spegnersi, le voci per smarrirsi. Era accaduto a qualcuno che, sbadato, si era spinto al confine del lembo, lì dove i detriti si facevano meno fitti ed era facile sfuggire alle loro maglie. Eccolo, allora, cadere via, risucchiato dal vuoto.
– Niente, non lo sento – si arrese infine la voce.
– Non si abbatta, sono sicura che lo ritroverà – gli rispose una seconda, alla quale fecero seguito risate infantili, sbuffi, rumori di quelli che fanno di solito i bambini tirando fuori la lingua.
– Io ho ritrovato i miei figli, tutti quanti. Volevano giocare a nascondino, s’immagini. In un posto come questo, avrei potuto andare avanti a cercarli per giorni, per settimane, invano. E loro ridono quando ne parlo, quando li rimprovero per il dolore che mi hanno fatto provare… Mi scusi, ma adesso devo salutarla. Buona fortuna con Sansone – disse quella, allontanandosi.
Non c’era un momento in cui le voci si fermassero, potevano affievolirsi, ma non ammutolirsi. In quel caos acustico sembrava quasi impossibile ritrovare quel che si era perduto.
– Lei… cerca un cane, lei, ho sentito bene? – domandò a un tratto una vocina stridula.
– Sì, dice bene.
– Oh, ecco, ecco. Non volevo impicciarmi, solo aiutarla.
– Le sarò riconoscente, qualunque aiuto vorrà darmi.
La vocina stridula si avvicinò all’altra, sussurrando, come se non volesse farsi sentire da quelle intorno.
– Mi chiamo Paola, lei?
– Federico.
– Caro Federico, le svelerò un segreto. Lei lo sa che c’è una zona, in fondo al lembo, dove i detriti si sono accumulati, un sasso sull’altro, una manciata di sabbia sull’altra, formando una sorta di collinetta?
Federico rispose di no.
– Ebbene, io ci sono finita per caso, tanto tempo fa, non so neanche come. Giravo ancora intorno, senza capire dove fossi, anch’io cercando qualcuno che mi è molto caro, ed eccomi lassù, ad ascoltare non solo le nostre voci, ma anche certi suoni che non sentivo da tempo, come il rumore delle onde, lo stormire degli alberi, il battere della pioggia sui tetti delle case. Lei tutti quei rumori li ha mai sentiti, stando qui?
– No, in effetti… – mormorò la voce di Federico, tenendosi bassa come quella di Paola.
– E allora, mi dicevo prima, ascoltandola, chissà che la voce di Sansone non sia tra quei suoni, e salendo sulla collinetta lei non possa ritrovarla.
Federico la ringraziò e si mise subito in viaggio. Dovette chiedere permesso più volte, perché le altre voci lo lasciassero passare. Erano tutte così immerse nel loro stesso chiacchiericcio da non accorgersi di quel che accadeva intorno. Così, senza volerlo, Federico si trovò a origliare discorsi privati, confessioni d’amore, pianti sommessi, segreti da far commuovere e mettere paura.
Gli ci vollero giorni di stordimento e fatica per raggiungere e poi risalire la collina. Giunto alla sua sommità, il silenzio dell’universo lo schiacciò e annichilì per un istante. Non aveva mai sentito nulla di simile, e tale fu lo stato di smarrimento in cui cadde che quasi dimenticò il motivo per cui si era spinto fin lassù, finché una voce, uscita all’improvviso da quel nulla, parve ricordarglielo.
– Oh, salve! Ben arrivato! – esclamò. Era una voce piena, baritonale.
Federico, sorpreso di non essere solo, ci mise un po’ prima di rispondere.
– Cerca qualcuno? – chiese nuovamente la voce, come se desse per scontato che alla collina non si salisse senza un motivo.
– Sansone, il mio cane.
– Lo ha perso da molto?
– Non ricordo quando è successo. Un giorno, da un momento all’altro, mi sono accorto che non c’era più.
– Mmm, mmm… – fece la voce.
Federico, intenzionato a non perdersi d’animo, lasciò morire lì la conversazione e prese a concentrarsi sui suoni che, come onde, s’infrangevano sui pendii della collina. Allora, uno a uno, riconobbe tutti i canti della terra e del cielo e tra le voci degli uomini, appena udibili, quelle degli animali: i cinguettii degli uccelli, il muggire degli armenti, il miagolare dei gatti, il ronzare degli insetti. A quelli, si accompagnavano rumori
dimenticati d’ogni genere, dal rombo delle macchine al fischio dei treni, dai rintocchi delle campane al tintinnare di un mazzo di chiavi. Si sentì improvvisamente triste, Federico, e più quei suoni si facevano tonanti, vicini, più la sua tristezza cresceva.
– Come va? Lo sente? – tornò a parlargli la voce che aveva accanto.
– No – rispose Federico.
– Io cerco mia moglie. Sono anni, ormai, che la aspetto. Credevo di essere il solo che avesse perso qualcuno, e invece non è così. Lo ricordo ancora quel giorno. Era con me, eravamo sempre insieme… Io le tenevo la mano così stretta che lei gridava: “Mi fai male, mi fai male!” Ma come avrei potuto rischiare di perderla? Ho visto il mondo sollevarsi, la terra dividersi in blocchi e risalire verso il cielo. Alle sue spalle era già l’inferno.
Come avrei potuto allentare la presa?
– Non capisco – parlò Federico.
– Lei non se lo ricorda?
– Che cosa?
– Il giorno in cui siamo morti.
– Morti? – la voce di Federico tremò nel pronunciare quella parola. E poi se la ripeté a mente, più e più volte, come se fosse necessario pensarci per capirla a pieno.
– Il mondo, quello che ci ha visto nascere, non c’è più, amico mio. Ce ne stiamo qui, dispersi, nel mezzo di un universo che sembra essere benevolente, ma che trovo invece spietato. Avrei preferito l’estinzione completa a questa prigione.
Federico s’immerse di nuovo nella corrente dei suoni che lambiva la collina, incapsulandola in una bolla chiassosa, dove ogni voce era raddoppiata da un’eco inestinguibile. Gli sembrava tutto così familiare da non concepire l’idea che il mondo, il mondo suo e di Sansone, non esistesse più. Si era abituato a essere la metà di sé, anzi, meno ancora di un frammento. Si era abituato a non avere più un corpo, a essere nel tutto eterno, senza età. Privo d’occhi, girava cieco tra quegli scampoli di vita che a lui, come ai suoi simili, erano ancora concessi, senza farsi domande, ricordando il colore del cielo pur non vedendolo e il profumo della terra, sebbene quella terra non ci fosse più.
– E ora? Dovessimo anche ricordarcene tutti, che cosa succederebbe? – domandò.
– Non lo so, amico mio. Ogni tanto mi sembra di sentire la polvere sotto di noi che scivola via, e mi domando se anche questo non ci verrà tolto. Per me, lo ammetto, sarebbe una liberazione. Dovessi trovare mia moglie, forse allora cambierei idea. Ma adesso ci sono momenti in cui quel che più desidero è il silenzio, quello dell’universo, a cui neanche i pensieri sopravvivono.
– Chissà perché è finito… il mondo – disse Federico.
– Forse perché facevamo troppo rumore. Ce ne stavamo ammassati, così, ignari e instupiditi, a fare rumore.
– E non abbiamo smesso.
– Già, non abbiamo smesso!
Entrambe le voci, a quel punto, tacquero.
Rimasero là, in cima alla collina, per anni, l’una in attesa della moglie, l’altra del proprio cane. A esse, altre voci, nel dilatarsi del tempo, si aggiunsero.