Le ultime notti di Giulia Sarli

L’infermiera aveva raccolto le lenzuola e le aveva gettate nel cestone delle cose sporche. Poi aveva sfregato con una spugna il materasso e ora lo passava con uno straccio asciutto, per assorbirne l’umidità. Le braccia muscolose tiravano il tessuto del maglione che aveva addosso. Sembravano due tronchi, così come le sue gambe. Tutti la chiamavano la Generalessa. Solo ogni tanto l’operosità cedeva alla seduzione della tv accesa. Rana Menver, in un tailleur bianco che la faceva assomigliare a Moby Dick, intervistava Stephen O’Moore sulla sua ultima canzone di successo, Lass of Aughrim. In un angolo della stanza Nina, seduta sulla poltrona nel pigiama pulito che le era stato appena fatto indossare, osservava dai suoi occhi arrossati quelle operazioni. Si era pisciata addosso senza accorgersene, nell’ora di sonno che si concedeva il pomeriggio. Si era svegliata sentendo freddo e nell’angoscia si era attaccata al campanello per chiamare l’infermiera. Non le era mai successo prima, se non da piccola. Se l’era fatta addosso perché i vecchi sono come i bambini, quando scappa scappa; e perché la sua compagna di stanza, Maeve, era morta la notte prima. Per questo ora aveva una stanza tutta per sé. 

Alla porta si era affacciata Gretta Greber nel suo terremoto di Parkinson, magrissima, addirittura più magra di Nina; con le braccia alzate che tremavano nell’aria chiamava l’infermiera perché l’aiutasse a raggiungere la sala comune per la cena. Dalle sue labbra, che scomparivano nel cavo orale privo di denti, giungeva un unico suono continuo: – Bababa Babababa Ba Ba –, intervallando silenzi in cui la sua mimica facciale, presa da continui attacchi nervosi, riproduceva in pochi secondi tutte le espressioni di cui era capace.

La Generalessa aveva caricato Nina sulla sedia a rotelle, sollevando con facilità le sue ossa leggere, e l’aveva portata nella sala, parcheggiandola al tavolo vicino alla finestra. Accanto, le aveva fatto sedere la signora Greber, che ora batteva le mani eccitata, e aveva completato il convivio portando altre due commensali: Lily Sander, l’ex attrice sempre in tiro e sempre senza dentiera, perché se la toglieva e la lasciava ogni volta in un luogo diverso ed Emily Johnson, una zozza che non riusciva a stare cinque minuti senza scoreggiare, accompagnando lo sforzo della spinta eolica con un «Uuuuuuuh!» prolungato e soddisfatto. Gli otto tavoli distribuiti nel salone erano stati presto occupati e i primi piatti iniziavano a essere serviti dagli addetti alla mensa. Qualunque fosse il menù del giorno sarebbe stato amaro, perché amaro era il sapore che lasciavano in bocca i medicinali.

La sera precedente, anche Maeve aveva preso le sue pastiglie prima che spegnessero le luci. La Generalessa le aveva detto che era stata brava. Erano venute poi a prenderla poco dopo l’una, mosse dalle grida furiose di Nina, che era stata svegliata dai rantoli e da un nome, che Maeve aveva pronunciato più volte – Gabriel, Gabriel – aveva detto con la voce fioca che le era rimasta. – Gabriel – aveva ripetuto un’ultima volta. Quando Nina si era voltata a guardare, l’aveva vista con gli occhi spalancati verso il soffitto.  

Alcuni volontari erano arrivati per assistere i pazienti e una ragazza si era avvicinata a Nina e aveva iniziato a imboccarla con grandi cucchiaiate di minestra. Era gentile, ogni volta che le faceva colare dalla bocca lungo il collo dei rivoli di brodo bollente diceva – Oh, chiedo scusa – e la asciugava con il tovagliolo. 

Chi sarà stato Gabriel? Non certo il marito, di cui Maeve teneva la fotografia incorniciata sul comodino, accanto al letto. Figli maschi non ne aveva, ma soltanto una figlia che veniva a trovarla una volta al mese. In due anni di convivenza di discorsi ne avevano fatti, ma quel nome non le diceva proprio nulla.

Il martirio del pasto non era durato a lungo, Nina non era una gran mangiatrice. La Generalessa l’aveva riportata nella sua stanza, alzandole il materasso del letto per far sì che tenesse la schiena eretta per qualche tempo, prima di coricarsi per dormire.

Chi poteva essere Gabriel? Forse qualcuno che semplicemente apparteneva al passato.

Nina aveva socchiuso gli occhi e delle immagini si erano sovrapposte allo scenario della stanza: i volti degli amici in una domenica di primavera di tanti anni prima; i teli di cotone stesi nel parco per mangiare tutti insieme; un ragazzo con la faccia da uomo, invitato da qualcuno del gruppo, e la sua mano stretta a quella di Nina per qualche secondo di troppo; la promessa di rivedersi. 

I ricordi le si affollavano nella testa. – Michael, Michael – aveva sussurrato. – Michael – aveva detto ancora. Il buio della stanza era interrotto solamente da un raggio di luce che filtrava dalla porta e che aveva esondato quando Gretta aveva fatto irruzione nella stanza in un «Bababa» concitato. Nina si era ritrovata il muso della Greber davanti agli occhi e aveva seguito le sue indicazioni da cane agitato, alzando la tapparella e aprendo la finestra della camera. Anche l’infermiera di guardia le aveva raggiunte, richiamata dal rumore. Le tre donne, stringendosi istintivamente l’una con l’altra, erano rimaste a guardare a bocca aperta quella strana neve di maggio, che cadeva fitta giù dal cielo e con i suoi fiocchi copriva tutto e tutti di bianco.