Le ultime dunedi Silvia Penso

Iago mi fa “Attento, c’è una tana lì” e indica un buco nel terreno umido. Io faccio un salto che manco un ginnasta russo alle olimpiadi sotto Stalin. E faccio bene, perché subito Yoasi, che ci fa da guida, si acquatta sulle gambe tozze e con un bastoncino rovina la giornata alla tarantola. Noi bocca aperta. Dobbiamo imparare a calibrare nuove prospettive. Quando immagini una foresta, la vedi nella tua testa tutta bella ordinata, con le liane e un tatami erboso e felci giganti e profumo di fiori e apette zzzzz. Invece no, calpesti decenni di fogliame marcio e chissà cos’altro sotto che ogni tanto fa scrac, l’odore è di morte e respiri un’aria di pericolo, di vita dura e sopravvivenza fortunosa.

Ma come siamo finiti io, il mio vecchio amico Iago e i nuovi, Laura, Ignacio, Manuel, Livio, Ines, dentro l’Amazzonia, con Yoasi che ci porta al suo villaggio Yanomami?

Tutto colpa dell’ufficio di Iago, in primis. Delle sue gambe incapaci di starsene sedute ore, del suo cervello non programmato a obbedire e schedulare, della routine che non lo fa respirare. Al terzo attacco di panico ha fatto lo zaino e ciao parto vado via.

Al che anche a me si è infilato un certo tarlo nel cervello, che picchiava ogni giorno di più, modello “goccia sulla testa”. E così addio tutti, anche io a volare con i risparmi verso Iago, verso il Brasile dove intanto lui s’era riciclato ad aiutare la signora Josefine con il B&B sulla spiaggia. Alla signora poi Iago è piaciuto molto e non solo perché rimane simpatico ai turisti.

Siamo rimasti un po’ lì, in standby, a cercare di capire perché e per come siamo fatti così. Da lontano i problemi sembrano facili e il ricordo di mia sorella morta qualcosa che si dirada, che si acquieta tra l’energia delle onde e il windsurf, lì a Jericocoara. Ci voleva una dose di vita per modificare il dolore della perdita. Ci volevano i cavalli sulle dune bianche del deserto dei Lencois, nuovi amici con nuove parole, orizzonti da accorciare.

Seppur intontiti della cachaça della notte, a Jeri ci svegliavamo all’alba per preparare la colazione ai turisti o fare i check-out. Non era forse questa la vita? L’alba rosata tra le colline di sabbia nivea? La frutta sconosciuta, saporita e dolce, le uova sbattute, il pão de queijo? Sì, ci siamo risposti. Dopo ci aspettavano ogni giorno il mare, gli schizzi, il vento costante e fresco, il kyte surf laggiù, sulle ultime dune. Mangiare pollo arrosto, bere birra in lattina, tornare. Le amache nel giardino di Josephine a dondolare nel silenzio interrotto dalle voci attutite del primo pomeriggio, la musica di Iago nella stanza che attraversava la finestra per trovare me e Laura abbracciati, abbandonati nella quiete. Il profumo di lime nel cortile, le risate di Iago e Josephine tra le lenzuola. Dalla spiaggia tornavano gli ospiti alla spicciolata, caipirinha, caipiroska, odore di sale sui capelli, sulla pelle. Muoversi verso il tramonto, verso la duna più alta da cui il sole si saluta col bicchiere in mano e un applauso. Le voci alte sulla spiaggia, i campanelli degli ambulanti, i capannelli seduti, in piedi, a ridere, discutere.

“Dici che stanca una vita così?” chiedo a Iago ogni tanto, quando mi perdo in qualche labirinto. “Non so” mi fa lui, e una risposta sola non c’è. Ci sono dubbi sulla nostra essenza, sulla pausa presa dalla quotidianità, con gli stigmi, gli obblighi, le sue rotaie dritte e monotone sulle quali dovremmo imparare a camminare. Libertà è la parola che usiamo più spesso da quando siamo qui. Qui, dove tutto appare facile perché non siamo radicati, in un posto dove sembra di guardare da lontano: l’orizzonte qui non è l’avvenire, il posto fisso da cercare e i piani da stabilire nella vita, qui l’orizzonte riacquista il suo significato, è solo l’infinità tremolante e bianca del deserto, il limite visibile del mare. È una linea che possiamo varcare oppure no. Scegliamo noi. Perciò decidiamo di andare, di usare il tempo per dare spazio ai piedi e alla mente. È così che Iago, il me ribelle e avventuroso e gli amici di Jeri abbiamo attraversato il deserto di dune sulla jeep, dormito in posti equivoci, condiviso sacchi a pelo, umori, sudori e riso molto. Ballato male la samba e il forró. Il tutto per arrivare davanti alla tana della tarantola, in Amazzonia, fino al villaggio di Yoasi.

Yoasi lo abbiamo incontrato a Sao Luis. È venuto al nostro tavolo parlando un po’ d’italiano, raccontando che all’Italia è affezionato. E dopo aver detto così ha sospirato, mostrandoci il palmo della mano a protezione di un segreto, forse d’amore chissà. 

Molti bicchieri dopo e discussioni sui massimi sistemi e giravolte di Yoasi e di noi con lui, persi nella musica, dopo che la notte ci ha reso amici per sempre e aperto la strada a confessioni alcoliche, lacrime di nostos, e interessi antropologici scrupolosi, Yoasi ci fa “Perché non venite con me?” e noi “Sì” tutti contenti, manco fossimo Levi-Strauss.

E ora siamo qui. Ines color caramello dagli occhi verdi e i capelli piramidalmente ricci che viene da Rio. Ignacio, che il suo sogno è andare a vivere a Parigi. Laura, che la famiglia produttrice di un noto olio neanche se ne accorge se non c’è, allora lei viaggia per esorcizzare il vuoto di qualcosa che le manca sempre. Livio e Manuel, compagni di università, come me e Iago in fuga dalla pericolosità di una vita normale. Condividiamo il rischio di mollare, tornare indietro, arrenderci alla sicurezza delle nostre case, senza questa adrenalina che ci fa sentire vivi, pazzi, veri.

Yoasi va avanti, noi lo seguiamo. Camminiamo da due giorni, zuppi di sudore nelle t-shirt, con addosso un carico di aria umida che il masso di Sisifo è un sassetto. Laura ogni tanto cade, inciampa, sbuffa, si volta, mi sorride caparbia. Io spero non si noti che ricambio il suo col mio sorriso imbambolato di lei. Quando la guardo sento gli occhi lucidi di febbre, Iago mi dà manate sulla schiena come a dire “sii maschio”, ché la sua teoria è che in amor vince chi fugge, sì ma se fuggono tutti che si fa? 

Yoasi sceglie un posto, taglia con il machete le piante per far spazio al nostro accampamento. Montiamo le amache per la notte. Ci togliamo i vestiti bagnati. In mutande noi, in slip e reggiseno le ragazze, facciamo il bagno nel fiume gelido. 

“Ahhh che energia!” dice Laura. Io cerco di non guardarla così in déshabillé, ma lei pizzica, mi schizza, gioca con Ines e io sono pazzo di lei. 

Quando il buio arriva e il fuoco si spegne è notte vera e noi non siamo più, neppure contorni. Si sentono suoni di battiti d’ali, un frinire alto, stridulo, foglie che si smuovono, fruscii, urla di uccelli.

Il giorno dopo arriviamo al villaggio. C’è un grande spiazzo senza vegetazione dove stazionano in fila alcune capanne. Gli abitanti sono pochi. Siamo un po’ delusi ma non lo facciamo vedere per non offendere. Yoasi spiega di noi ai suoi, noi ci presentiamo. Abbiamo portato piccoli regali, loro li prendono ma la sensazione è che siano contenti così così. L’imbarazzo che ci coglie se ne va pian piano con la cena, Iago fa il buffone e riesce nell’intento, loro ridono, sembrano apprezzare, stare al gioco, lo prendono in giro per le sue pagliacciate. Ines canta. Loro ballano la danza dei loro spiriti xapiri. Hanno piume fissate su fasce che circondano l’avambraccio e pantaloncini. Il torso è nudo. Laura mi dice nell’orecchio “Non dovrebbero avere gonnellini di piume?”, “Zitta” le faccio io piano anche se loro non capiscono “non fare la borghese”, “Uff” fa lei e mi mette un braccio intorno al collo, ci ripensa, si alza, mi tira a ballare con loro, sento il suo corpo magro stretto alla mia pancia, le gambe snelle incastrate nelle mie. Muoio. Iago ride.

Il giorno dopo Iago e Livio vanno a caccia con gli yanomami. Io no, sono ipocrita, gli animali li mangio ma non li ucciderei mai, anche se così facendo li uccido lo stesso, mi fa Ines. Laura fa spallucce. A lei piacciono i voli pindarici, questi discorsi terreni non la interessano. Rimane sdraiata su una amaca a farsi fare le trecce dalla moglie dello sciamano, il fratello di Yoasi. Io e Manuel seguiamo i suoi nipoti al campo di manioca. Quando gli uomini, quelli veri come sottolinea Livio, tornano, mangiamo selvaggina e platano alla brace. Viene fuori che se vogliamo possiamo fare un rito sciamanico. Consiste nel respirare la polvere di yakoana. Laura subito dice sì ché è pazza. Seguono Iago e Livio che ormai si sentono selvaggi. Noi altri un po’ restii ci lasciamo convincere. Gli yanomami contenti, in fondo ci sembrava di offenderli.

È il tramonto. Il sole è una palla rossa che scende dietro gli alberi. Il cuore mi batte all’impazzata, ho la sensazione che potrebbe essere una gran cazzata e Iago dice “Sì, e allora? È quando fai le cazzate che la vita è piena”. Io direi che l’argomentazione è debole, ma mi lascio trascinare perché Laura mi saltella intorno e i suoi capelli sanno di buono, di un odore solo suo che non ha più niente a che fare con bagnoschiuma e odori confezionati, è un odore di argilla dolce, e intanto piccole gocce di sudore stazionano nell’incavo tra i seni, dove la camicetta è un po’ scollata. 

Ci sediamo in circolo mentre la luce aranciata del giorno che muore si disperde tra il fogliame. Lo sciamano con l’aiuto di Yoasi riduce in polvere la resina della corteccia di yakoana. A gesti e con la traduzione di Yoasi, ci spiegano che la nostra mente verrà liberata e vedremo danzare gli spiriti che abitano la foresta. Uno alla volta lo sciamano ci fa accovacciare davanti a lui. Il primo è Iago, ti pareva, Sciamano prende una lunga canna vuota all’interno, “Horoma” ci fa l’iniziatore, e gli soffia la polvere in entrambe le narici, poi lo fa sdraiare sull’amaca. Fuori uno. E così via, Laura, Ines, me, Livio, Manuel. All’inizio ridiamo. Io sudo freddo, anche se ho respirato poco e poi smocciato un po’ di nascosto. Gli indios si sdraiano più in là nelle loro amache. Yoasi se la ride, ci prende in giro nella sua lingua e io non lo capisco.

È notte pesta, non si vede niente. Non so se ho dormito, né quanto tempo sia passato. Vado a tentoni e non capisco dove sono. Iago da non lontano strilla come un matto che gli stanno uscendo le viscere dalla pancia e mentre mi avvicino seguendo le urla, vedo che se la tiene come se effettivamente cercasse di evitare un debordamento splatter. Io però non vedo niente, il che mi porta a pensare, sono io che non vedo o è lui che vede ciò che non c’è? Il dubbio me lo toglie Laura, che corre e gli va a sbattere contro, dice che è mezza cieca ma capisce e gli conferma che non sta perdendo la milza, è tutto integro. Iago non si calma ma io sì, lei invece caccia insetti invisibili, ma precisa che lo sa che non ci sono. Sento Manuel più in là, dice che vuole volare. Lo cerchiamo io Laura e Ines mano nella mano. Non lo troviamo. Livio dorme. Lo sappiamo perché lo calpestiamo, prima lui, poi il suo vomito. Meglio così, sta bene, mugugna e si gira, accenna un russo, continuiamo. 

Quanto tempo è passato? Non so, non ricordo, ma Ines non c’è più e io e Laura siamo sdraiati a testa in su a guardare le stelle. “Mi ascolti?”, “Sì” faccio io, “Sono enormi”, “Sì” faccio io, “Sei una palla”, “Ma come?”, “É mezz’ora che mi dici sì”, “E tu? Me lo dici sì una buona volta?”. Oddio chi ha parlato? Quale me ardimentoso? Ma niente, ormai mi sento come Gigi la trottola quando diventa bello e alto e mentre lei mi guarda con fare interrogativo io la bacio. È sorpresa, io più di lei ma babbeo felice, si ritira giusto un po’, poi si lascia andare, sembra piacerle, ricambia. “Non sembravi così”, “Siamo tutti qualcos’altro” le faccio io e non so quale filosofo ho ingoiato. Le tengo il collo con la mano là dove l’attaccatura dei capelli inizia, baciarla è un nirvana di serpenti intricati nella testa, sentiamo tutto mille volte mille, siamo il cantico dei cantici, l’amante di lady Chatterley, Paolo e Francesca. La vedo circondata da un alone d’oro, lei sorride quando mi stacco da lei, dice qualcosa che non capisco. Quando la tocco mi sembra di entrare nella sua pelle, nei pori e un’energia che so che è sua, l’olio essenziale di se stessa, si irraggia nelle mie mani che la cercano esplorandola. Si toglie la camicetta, i pantaloni, mi toglie la maglietta, i pantaloni, sono su di lei, dentro lei, dentro una morbidezza estrema che fa male tanto è bella e viene da piangere e in effetti piango e anche lei e mi dice che è gioia o forse lo penso. Laura parla ma sono sordo, ma a che serve sentire? Siamo in pieno accordo cosmico, la natura è una madre benigna, le cose sono illuminate, il mondo ci ama e questo fascio di saggezza si proietta da lei a me e viceversa. Lo stiamo pensando nello stesso istante. Come lo so? Lo so. Laura sorride “Che dici? Non sento”. Vedo invece i suoi seni che si muovono al nostro ritmo, i suoi capezzoli rosa, o Laura, Laura.

Prima sento Iago che urla. Ho la bocca rimestata di un veleno amaro. Apro gli occhi, fanno male, è il sole alto, di già? Penso, a Iago staranno ancora cadendo gli intestini? Ma strilla poi anche Livio raggiungendolo, dice “Dove, dove? Impossibile”. Non vedo Manuel, ah no ecco, dorme là in una posizione scomposta, Ines lo prende a calci gentilmente, fiuu, meno male è vivo, si è messo a sedere con la testa nelle gambe, vomita. Io faccio fatica ad alzarmi, Laura dice “Hai capito? Hanno rubato tutto, i passaporti i passaporti” e piange. Le capanne sono vuote, lo spiazzo deserto. Non c’è niente, nessuno, “I soldi, fanculo” dice Manuel, Ines tira giù santi sincretici in portoghese. “Eh ma i cellulari, la banca”, “Come ci muoviamo da qui, chissà dove siamo, a quanti km da Manaus”, “Oddio oddio”. È tutto un accavallarsi di tragedie e pericoli e di oddio. Appeso a un albero c’è un foglio “Guardate hanno lasciato le indicazioni per tornare”. “Moriremo, siamo nel bel mezzo dell’Amazzonia dove cazzo andiamo” mugola Laura. “Io sto male” dice Manuel e vomita. “Dove saremo?” Iago rigira la cartina due, tre volte, gli si incrosta in faccia un cipiglio tipo Marrabbio di Kiss me Licia e fa “E niente ragà, stiamo dietro l’ostello di Manaus, tipo che superato il fiume al massimo saranno due km. Che sola astronomica”.

Ci incamminiamo curvi, stanchi, sporchi, con lunghe pause bagno dietro le piante. Tornando portiamo un altro peso, la fiducia nell’umano che gocciola via anche oggi un po’, e tornerà su come un rutto prima o poi. 

“Oh però grande avventura” fa Iago nel silenzio mortificato e mesto. Tutti ridono, suonati, esausti, ci sganasciamo che manco l’erba di Amsterdam, giù per terra ci rotoliamo di risate come gatti al sole e ci sentiamo folli, sciolti, stupidi, fortunati, vivi. Laura dice “Sì, che avventura” e poi mi dà la mano.