La matassa Traduzione di Giulia Vitini

Tirò lo scarico, si tirò su le mutandine e i pantaloncini di cotone viola. Si mise in equilibrio con i piedi nudi sui bordi dello sgabello a forma di cuore, attenta a non calpestare l’orsacchiotto con il vestito blu al centro del sedile bianco. Con il lavandino all’altezza dell’ombelico, Catarina si lavò le mani senza fretta, il profumo di lavanda cullava i pensieri assopiti.
Si asciugò per bene tra le dita, strappandosi una crosticina con l’asciugamano. La pelle rosata si stendeva a zigzag dalla punta del mignolo fino all’altezza della nocca, come un raggio che invade il crepuscolo.
Il sole del giorno prima – passato in piscina con le cugine – impregnava ancora il suo corpo.
Avevano ignorato la protezione solare e le urla della zia che chiedeva per l’amor di Dio di mettere la crema, che si sarebbero abbrustolite come pane tostato e che il viso gli si sarebbe raggrinzito come un maracuja prima dei trent’anni. Dopo il bagno, le lacrime delle cugine scorrevano sulla pelle di barbabietola.
Per lei nessuna scottatura, né segni per la crosticina strappata bruscamente. Forse perché era più scura, forse perché tutto il suo corpo si accordava con lo stato di sospensione della sua mente. Scese dallo sgabello, guardò la maniglia e vide il suo corpo riflesso nella superficie convessa, che si allungava ai lati man mano che si avvicinava per aprire la porta. Indietreggiò di alcuni passi e il busto, come di pongo, tornò stretto. Si sedette e si strinse le ginocchia al petto, senza alcuna voglia di uscire di lì.
Un’ora prima la madre aveva telefonato alla zia. Catarina aveva dormito con le due cugine su dei materassi in salotto, dopo una maratona di musical
americani. Lenzuola, cuscini e chicchi di mais che non erano diventati pop corn erano ancora sparsi per terra ed era già ora di pranzo. La madre aveva lasciato che Catarina saltasse la scuola quella mattina, senza opporre resistenza.
Al telefono, la zia aveva mormorato una sequenza di uhms e aah. Le dita le tremavano nel passare l’apparecchio alla nipote, le labbra strette in un sorriso sbilenco. Senza fretta, Catarina trascinò le gambe irrigidite in bagno e chiuse a chiave la porta. Dall’altro capo della linea, la madre le disse che sarebbe passata a prenderla.
Cercò di guadagnare tempo, chiese un’altra mezz’ora, solo un’altra partita, veloce veloce.
Eppure un nodo già le stringeva lo stomaco quando Catarina se ne rese conto. A ogni pausa, sospiro ed esitazione nella voce della madre, si aggiungeva un nuovo strato alla matassa che si stava formando. Voleva tirare il filo, disfare tutto, passare un altro giorno in piscina con le cugine.
– Ma posso comunque mancare a inglese?
Era un normale martedì. Ora i suoi amici dovevano essere all’uscita di scuola, a chiacchierare in cerchio e aspettare i van che sarebbero scesi a prenderli dai pendii di Santa Teresa e che li avrebbero lasciati davanti alla porta di casa. Avrebbero pranzato guardando una cosa a caso in TV, avrebbero perso tempo prima di fare i compiti per poi sparpagliarsi nelle lezioni pomeridiane. Inglese, danza, pallavolo, piano, flauto, circo, danza del ventre. I corsi classici si mescolavano alle ultime mode per alleviare la noia della monotonia.
Premette la T e la porta a losanghe nere si chiuse con impazienza, producendo un rumore che si sentì in tutto l’edificio. I pulsanti molli, le pareti di legno scuro e la moquette ruvida trasportavano il passeggero in un viaggio nel tempo lungo undici piani.
Una breve passeggiata lungo il pavimento di marmo fino in fondo all’atrio e, all’aprirsi della porta a vetri, il sibilo delle auto ad alta velocità e il canto fortissimo che attraversava le pareti della chiesa neo-pentecostale appena inaugurata cercavano di collocare nel terzo millennio un quartiere che si ostinava a ignorare il calendario.
L’auto scura si avvicinò e lei salì sul sedile posteriore, accanto alla madre. Nonostante il caldo, Vitória indossava dei pantaloni di tessuto neri e una camicetta beige. Intrecciò le dita a quelle della figlia e riuscì a offrirle solo un sorriso stanco. Dai sedili anteriori, i nonni la salutarono senza voltarsi, come se avessero lo stesso collo ingessato delle bambole di porcellana che sua madre conservava in fondo all’armadio. Il nonno si sforzò di intavolare una conversazione con la nipote, le domandò della scuola e del barboncino, che in genere chiedeva di tenere lontano da lui in cucina ogni volta che passava a trovarli. La nonna rimase in silenzio, il naso rosso in contrasto con le lenti scure degli occhiali da sole, l’immagine inavvertitamente riflessa nello specchietto retrovisore.
Alla matassa dentro la pancia si aggiunsero altri strati. Con fatica, Catarina fissò lo sguardo sul finestrino, il mento appoggiato sulla mano, il gomito incastrato nell’incavo dello sportello. Una signora carica di buste del supermercato inciampò in un dislivello del marciapiede rovesciando un barattolo di ricotta che rotolò come una pallina da golf fin dentro un altro buco più avanti. Un bambino saltava le strisce bianche a terra toccando solo quelle scure, le ciabatte che facevano cick-ciack. Due uomini attaccavano sacchetti di caramelle agli specchietti delle auto in colonna e correvano a riprenderseli prima che scattasse il verde.
La macchina abbandonò il viavai della strada principale e girò a destra in una stradina selciata. Il suono della città fu sostituito dal sussurro dei jacaranda accarezzati dalla brezza del primo pomeriggio. Gli alberi si mescolavano ai palazzi bassi e salivano disordinati fino a essere rimpiazzati dal muraglione nudo che portava all’ascella del Cristo Redentore. Svoltarono a sinistra nella piazzetta vuota, le panchine verdi e blu imploravano una mano di vernice. Parcheggiarono. Madre e figlia si congedarono dai nonni e camminarono fino alla recinzione di un palazzo grigio, pestando i baccelli secchi e riccioluti che coprivano il marciapiede. In qualsiasi altro giorno, Catarina avrebbe voluto far scoppiare tutti i baccelli e raccogliere i semi tondi per farne dei pendenti o una pappetta per le bambole. Quel martedì, che per alcuni era l’inizio di un’altra settimana noiosa, lei seguì Vitória fino all’ascensore. Schiacciò il 2 e il pulsante divenne arancione.
Lo sguardo della madre incontrò il suo nello specchio che copriva per metà la parete interna. Gli occhi azzurri che non aveva ereditato e le occhiaie profonde scavate nell’ultimo anno, una palata al giorno, anticipavano ciò che sarebbe stato detto a breve.
La frangia le scendeva ai lati del viso e qualche capello libero le sfiorava il naso delicato. Come se cercasse le parole dentro un baule di giocattoli in disordine, Vitória schiuse le labbra con un sospiro.
Catarina fu presa da un’irrefrenabile voglia di fare pipì.
– Non puoi aspettare? Dobbiamo parlare, lo sai.
– Non ci riesco, mamma. Me la faccio addosso se mi fai aspettare altri due secondi. Devo farla proprio adesso.
Seduta sullo sgabello, cercava di trovare il coraggio per uscire e ascoltare ciò che già sapeva. Una volta aperta la porta, quel martedì sarebbe stato ancora meno normale. Mentre i suoi amici si esercitavano con il present perfect o allungavano le dita per raggiungere un re sostenuto più grave, lei sarebbe stata sul divano con la testa in grembo alla madre, le lacrime a bagnarle il viso e la testa palpitante. Le settimane successive gli adulti l’avrebbero guardata con pena e, con un tono di voce ridicolmente infantile, le avrebbero detto che sarebbe andato tutto bene, che il tempo avrebbe aiutato, che era il volere di Dio – e qualcuno si sarebbe convinto che lo era davvero. I compagni non avrebbero saputo cosa dire, e forse era meglio così.
Sarebbe passato un giorno, poi un altro, e tutti avrebbero smesso di parlarne. Il giorno del suo compleanno le luci spente per cantare gli auguri avrebbero celato l’assenza. Renne e pupazzi di neve avrebbero occupato il posto vuoto a Natale. La notte di Capodanno i fuochi d’artificio avrebbero smorzato il mormorio della colpa per i piani fatti per l’anno nuovo. Finché la matassa si sarebbe sciolta, discreta nel suo silenzioso srotolarsi, e in un futuro impossibile da immaginare la normalità sarebbe stata vivere senza suo padre.
Catarina girò la chiave e uscì.