La città bianca di Valeria Temeroli

Era comparsa una mattina, alle prime luci dell’alba. 

Chi aveva assistito alla scena raccontava di aver visto un muro di foschia bianca avventarsi sulla città, fitta, pesante e compatta, come un’onda che si staglia sulla costa. Era avanzata velocemente e presto aveva ricoperto ogni cosa. 

Automobilisti alla guida si erano ritrovati all’improvviso ciechi. Erano stati accertati almeno quattro incidenti d’auto in pochi minuti: si diceva che una macchina fosse finita nel fiume, ma non c’era modo di verificarlo. 

Era come se tutti gli abitanti fossero stati bendati e abbandonati a loro stessi. Per i primi due giorni avevano tentato di vivere normalmente, spostandosi sempre a piedi. Qualcuno si era munito di torce di segnalazione, altri avevano legato ai polsi campanellini tintinnanti che a ogni movimento segnalavano la loro presenza. La nebbia però era così compatta che nessuna torcia riusciva a migliorare la visuale. Credevano che fosse una situazione passeggera, nessun meteorologo aveva annunciato quell’improvvisa condizione e nessun’altra città ne era afflitta. 

Il terzo giorno, i cittadini avevano deciso di mettere in pausa le loro vite e di lavorare da casa, poiché qualunque spostamento era diventato pericoloso. In quel breve lasso di tempo, tre persone si erano fratturate le gambe cadendo dai marciapiedi o finendo in qualche buca e una signora si era rotta il naso andando a sbattere contro un palo mentre andava a comprare il latte. 

La soluzione si era rivelata tuttavia di breve durata, perché il quarto giorno la nebbia aveva cominciato a penetrare nelle case. Si infiltrava tra i cardini delle porte, risaliva nelle grondaie e scendeva nelle canne fumarie. In meno di sei ore aveva invaso qualunque spazio chiuso, dai negozi agli appartamenti, insinuandosi in ogni fessura libera. A quel punto, ciechi, i cittadini avevano supplicato il sindaco di verificare la situazione nelle città limitrofe.

Il quinto giorno, Gilberto Tovoli, che era stato eletto solo tre mesi prima e mai avrebbe pensato di affrontare una situazione simile, aveva sceso cautamente le scale del suo monolocale cercando a tentoni il corrimano e aveva attraversato la città ormai deserta. Non era del tutto consapevole di dove stesse andando: avrebbe semplicemente raggiunto il confine, quale che fosse, e avrebbe cercato aiuto. Il sindaco del paesino confinante gli aveva già ripetuto che era solo un loro problema e che la città, vista da lontano, sembrava avvolta da una spessa cupola bianca, ma Gilberto era convinto che stesse mentendo. In condizioni di difficoltà si tende sempre a mantenere le risorse all’interno dei confini e se tutti i paesi fossero stati invasi dalla nebbia sicuramente non avrebbero sprecato approvvigionamenti per qualcun altro. 

Avanzava a tentoni lungo strade che avrebbe dovuto conoscere e che invece adesso gli risultavano estranee. Non riusciva a capire dove fosse, secondo i suoi calcoli si stava dirigendo verso l’unica banca della città, ma non poteva verificarlo in alcun modo. Avvolto dalla nebbia, si rendeva conto che il clima non era cambiato, era sempre il caldo torrido e afoso dell’estate; la nebbia non odorava di umido e non generava alcuna corrente d’aria. Quella foschia non sembrava naturale, era una coltre bianca inodore, insapore e impalpabile, gettata sulla città come una coperta, ma senza cambiarne le caratteristiche meteorologiche. 

Aveva camminato ormai per più di un’ora prima di raggiungere il confine. Con sua sorpresa, era affiorato dalla nebbia come se stesse attraversando una cascata, emergendo in una stradina in cui un cartello segnalava il cambio di comune. Quasi fosse quel muro, ora, a separare le due città.

Si era reso conto con sgomento che l’altro sindaco non aveva mentito: era davvero soltanto un problema loro. Avrebbe dovuto recarsi subito nel suo ufficio per chiedere aiuto, ma la curiosità era troppo forte. Si era allora incamminato lungo la strada principale, che sapeva culminare in una salita. Una volta raggiunta la cima, stanco per il pendio, era salito ancora, arrampicandosi su una collina scoscesa che fungeva da belvedere. Quando, stremato, aveva smesso infine di dare le spalle alla sua città e si era voltato a guardarla, il fiato gli si era spezzato in gola. 

Lo spettacolo era disarmante, sembrava che la città fosse stata coperta da una cupola bianca: sorgeva all’entrata e si inabissava nella terra nell’esatto punto in cui c’era il cartello del confine. La nebbia era così compatta che dell’interno non si vedeva nulla. Persino i palazzi più grandi e più alti erano stati nascosti, come se la città non fosse mai esistita, improvvisamente cancellata dalla mappa da una pennellata bianca. 

A Gilberto erano serviti diversi minuti per rendersi conto della situazione e diversi giorni di riunioni per cercare di risolverla. Secondo gli esperti, quella era nebbia, sì, e tuttavia aveva delle caratteristiche diverse che non avevano mai visto. Stavano provando a diradarla in tutti i modi e nel frattempo i cittadini erano stati evacuati e ospitati da amici o parenti in altre città. Gilberto, in mancanza di aiuti economici, aveva dato fondo alle casse del comune per finanziare ricerche e pagare qualcuno che potesse aiutarli. Le emittenti televisive e i giornalisti avevano cominciato ad ammassarsi nelle zone limitrofe, il nome di quella piccola città fino ad allora sconosciuta stava viaggiando sulla bocca di tutti, valicando i confini dei paesi stranieri e occupando le prime pagine e gli schermi di tutto il mondo.

Nessuno sapeva spiegare cosa fosse quella nebbia o perché si fosse ammassata tutta in quel punto. Nessuno riusciva a scacciarla. Persino gli scienziati avevano paura di attraversarla. Le autorità dello Stato avevano dovuto recintare la città e mettere l’esercito di guardia per evitare che i curiosi superassero il confine, rischiando di finire nel fiume che attraversava il centro o di capitare in situazioni peggiori. Anche per gli abitanti, che conoscevano bene la mappa, muoversi all’interno era difficile, e così la maggior parte di loro aveva preso solo l’essenziale per andarsene, senza sapere bene cosa stesse mettendo in valigia. Vederli attraversare il muro era per Gilberto un sollievo e allo stesso tempo un colpo al cuore.

Il quindicesimo giorno dall’inizio di quella storia, la città era stata dichiarata sito militare in via d’osservazione e persino chi era nato e cresciuto lì aveva ricevuto il divieto di recarvisi. Chi aveva il coraggio di entrare, lo faceva con il corpo strizzato in tute bianche e mascherine anti-gas. Gilberto si sentiva inutile e inascoltato: continuava a ripetere che la nebbia non era pericolosa poiché loro avevano vissuto in quelle condizioni per più di una settimana e stavano bene, ma si sentiva rispondere che, non avendo competenze scientifiche, non poteva garantirlo.

Il ventesimo giorno gli avevano suggerito di smettere di preoccuparsi, perché non poteva essere il sindaco di una città che non esisteva più e di trasferirsi da qualche parente, ma Gilberto non avrebbe mai abbandonato il posto che aveva appena ereditato. Proteggere gli abitanti era il suo compito. Questi ultimi, tuttavia, gli facevano sapere di non essere intenzionati a tornare. Uno dopo l’altro avevano cambiato residenza, tanto che Gilberto era diventato il sindaco di se stesso. La città era blindata, nessuno aveva una spiegazione ed era ormai stata denominata “la città bianca”. 

La nebbia aveva ammantato quel luogo per due lunghi anni. Tutte le mattine Gilberto, che infine si era arreso al trasferirsi nel paesino accanto, risaliva il pendio per controllare la situazione. Nel corso del tempo, il mondo aveva perso interesse nella vicenda, gli scienziati si erano arresi e nessuno aveva più provato a oltrepassare il confine. La città bianca era diventata una città fantasma, abitata soltanto da quella misteriosa coltre candida. 

Il giorno del secondo anniversario della sua elezione comunale, Gilberto aveva risalito la collina, giurando a se stesso di non farlo mai più. Riusciva a rendersi conto senza l’aiuto degli psicologi che quella storia era diventata un’ossessione e che lo stava portando alla follia. Passava le giornate a emanare decreti comunali per una città inesistente, a racimolare soldi per rimpinguare le casse ed elargire finanziamenti economici a cittadini irreali, a telefonare agli ex abitanti chiedendo loro di tornare nonostante sapesse che non era possibile. Era l’unico ad aver sempre creduto in una rinascita, ma dopo tutto quel tempo capiva di dover scendere a patti con la verità. Se non lo avesse fatto, sarebbe marcito lì, su quella collina. Voleva disperatamente tornare alla normalità, ma più pregava che accadesse e più scivolava nella follia. Avrebbe lasciato perdere, aveva giurato lungo la salita. Avrebbe dimenticato la città bianca, se ne sarebbe andato e avrebbe ricominciato la sua vita da qualche altra parte. Quello sarebbe stato il saluto definitivo.

Arrivato in cima, Gilberto aveva fatto un respiro profondo e pieno di rammarico, e si era voltato verso il paesaggio. Esattamente come la mattina in cui era comparsa dal nulla, la nebbia era sparita senza lasciare tracce.