Il segreto di Thomas Lehn

– Forse lo dico a mamma.

– Matto sei, ti tira uno zoccolo appresso. E se non ti grazia con quello, con l’altro ti rincorre. 

I riccioli di Riccardo, schiariti dal sole di agosto, gocciolavano, mentre tra i capelli tagliati corti di Bruno si formavano i primi sentieri di salsedine. Stavano in piedi all’ombra degli scogli.

– E se lo scopre da sola? – si spaventò Riccardo.

– E come fa?

– Se qualcuno ci vede. 

– Andavi in biblioteca.

– Non mi piace dirle bugie. 

– Due anni sono, – lo rimbeccò Bruno, – e i rimorsi immoi ti vengono?

Le onde sbattevano alle loro spalle. La roccia su cui poggiavano la schiena era umida e la brezza rinfrescava l’aria, non sembrava fossero le quattro del pomeriggio. 

– La vorrei orgogliosa. Per quello che sono, non per i voti a scuola. 

– Non fa. Dopo la maturità, forse. 

– Tu non vorresti che i tuoi lo sapessero?

– Se mio padre lo sa, mi si porta a zappare.

– E tua madre?

Bruno guardò i suoi piedi affondare nella grana sottile della sabbia, poi di lì seguì il nastro lungo della spiaggia che si infilava bianco tra le falesie e gli scogli.

– Lavoro dobbiamo trovare, – cambiò discorso, – Nannedda coi crediti ha finito. 

– Io un lavoro già ce l’ho, solo che mamma non mi paga.

– A su zoppu s’ispina.

– Ciao ragazzi, bella giornata!

I due amici ricambiarono il saluto di Maurizio. L’uomo stese il telo con i colori del Cagliari sulla sabbia poco distante da loro, si tolse la canotta bianca e si sdraiò. Indossava un costume rosso a slip e aveva gambe robuste e pelose, come il petto su cui poggiava un crocifisso d’oro appeso a una catenina a maglia grossa. Bruno lo scandagliò cercando di non farsi notare dal suo migliore amico. Vedeva l’uomo ogni domenica mattina, prima della messa, che correva verso lo stagno dei fenicotteri, fuori paese. Lì, tra i canneti, Bruno immaginava le mani grosse del muratore che lo accarezzavano. Quel pensiero lo imbarazzò e dovette girarsi, poggiando il ventre sullo scoglio.

– Ci tuffiamo di nuovo? – propose Riccardo.

– Tu va’, immoi vengo.

– Che c’hai, non stai bene?

– Sì sì, tutto a posto. È… la gamba, dorme.

– Ora passa, ti aspetto.

A Bruno piaceva la premura di Riccardo, la sua gentilezza dei modi, così naturale, senza vergogna. Fin da piccolo, quando andava a pranzo da loro, era stato un bambino a modo, aspettava che fossero tutti seduti prima di mangiare, e se c’era un vassoio di dolci gli faceva scegliere le paste per primo.

– Andiamo, la gamba sta a posto.

– Però non troppo vicino agli scogli.

– Ma è meglio!

– Sì, ma se ti rompi un braccio, gli allenamenti?

Riccardo si sentiva perso a fare le cose da solo, preferiva che fosse Bruno a prendere l’iniziativa. Lo seguiva sempre, anche quando l’amico se n’era uscito con quella proposta bizzarra: fare ginnastica artistica. Nessuno dei loro compagni faceva quello sport. Ma si erano entrambi appassionati vedendo le Farfalle esibirsi ai mondiali, e da allora sognavano di comporre il quintetto dei Bruchi. Per il momento erano solo loro due, perché non osavano parlarne con nessuno. Si allenavano due volte a settimana alla scuola di ballo di Nannedda che, mettendosi la mano sul cuore, ogni tanto dava loro una lezione a credito; gli altri giorni i ragazzi ripetevano gli esercizi e le coreografie in camera, o cercavano dei tutorial su YouTube. Poi nel fine settimana portavano le tute nella lavanderia a gettoni. 

– Troppo toga st’onda!

– Salta!

– Che giravolta! 

– Dobbiamo provarla a terra.

– E come?

– Mi appoggio a te.

Bruno sorrise senza convinzione. Ogni volta che negli esercizi si toccavano, sentiva di tradire l’amico. Temeva che un giorno Riccardo gli avrebbe rinfacciato tutti quei contatti illeciti, anche se Bruno non li cercava. Era Riccardo, tra i due, quello che si abbandonava alle effusioni e lo abbracciava forte quando si vedevano. Bruno ricambiava veloce e con fretta si allontanava, per paura di aumentare il suo carico di tradimenti.

– Usciamo?

– Sì, ho le mani da vecchio.

– Da vecchi dici che ancora qui stiamo?

– E dove se no?

– Boh, in giro, alle olimpiadi, – azzardò Bruno.

– Da vecchi? Staremo su sedie a rotelle tirati dalle infermiere!

– Non vecchi a quel modo. Ma chissà, con le scuole nostre, da qualche parte. Quello dicevo.

– Io voglio stare qui, questa è casa. E ci devi stare pure tu. 

– Sicuro.

Bruno avrebbe voluto abbracciarlo, ma si trattenne. Riccardo invece gli si avvicinò e gli mise un braccio intorno alle spalle, gli piaceva ricordare all’amico che era sempre al suo fianco. Come suo padre prima dell’incidente, da piccolo, quando lo portava in spiaggia a giocare con il drago e, poggiandogli una mano sulla testa, lo rassicurava che non l’avrebbe fatto volare via con l’aquilone.

– Tuo padre non ti vuole a lavorare in campagna?

– Murrungia che ne basta uno in famiglia a spaccarsi la schiena. Ho da studiare, dice, e poi mi trovo un lavoro degno.

– Sarebbe?

– Geometra. Commercialista. Non sa. Gli basta che la gente mi paga per non fare niente, dice.

– Cambierà dopo che vinciamo i mondiali.

– Chini scidi.

Bruno si sedette e affondò le mani sotto la sabbia del bagnasciuga. Riccardo prese posto accanto a lui, cercando la spalla bagnata dell’amico. Il mare si stava calmando. Le onde disegnavano leggere curve di schiuma che lasciavano un’ombra umida sulla rena. A quelle presto se ne sovrapponevano altre, senza che nessuna rimanesse abbastanza a lungo per ricordarsene il giorno dopo.