Quella mattina lanciai il libro per aria, uscii dall’università e andai verso la stazione. Non sopportavo più Daniela, i miei, gli esami, tutto. Volevo dire basta e pensai che l’unico modo per farlo era affrontare il problema direttamente alla radice: dovevo andare al Sarno, il mio demone, il mio incubo fin dall’infanzia.
Ricordo quando mia madre mi tappava il naso, mio padre mi diceva di non guardarlo ma io, il Sarno, lo guardavo lo stesso. Le narici si infiammavano davanti a quell’anguilla d’acqua putrida, a quell’essere vivente pericoloso, stracolmo di scarichi industriali e spazzatura di ogni genere. Si vociferava che, di notte, si gettassero cadaveri.
Passavo i giorni a pensarlo. Ne parlavo con i compagni di scuola, lo disegnavo a casa. Quel fiume riusciva a rendere superfluo tutto il resto.
Mi ha perseguitato per tutta l’infanzia, finché, quando avevo dieci anni, ci trasferimmo finalmente a Napoli. Pensavo di essermelo tolto dai piedi invece ho incominciato a sognarlo. L’ho sognato in tutti i momenti peggiori della mia vita: dopo le sbronze, con il primo cuore spezzato, nel periodo di scazzo all’università, quando esageravo con Luca e Marco, dopo i litigi infiniti con Daniela.
L’incubo era sempre lo stesso, iniziava con una sorta di fruscio nelle orecchie, un crescente senso di pressione nella testa, poi avevo la graduale consapevolezza di avere i piedi dentro quel fiume nero che lentamente saliva e saliva fino ad avvolgermi. Mi leccava. Mi succhiava con una specie di lingua gigante, un muscolo umido, sporco e puzzolente che mi stringeva sempre di più.
Lo sognavo di notte e poi passavo tutto il giorno con addosso quella brutta sensazione. Mi sentivo sporco, oltre che stanco.
Il giorno in cui decisi di affrontarlo ero davvero a pezzi: Daniela mi aveva chiesto un periodo di pausa, i miei genitori mi stavano addosso con lo studio, Marco aveva fatto quella cazzata con la polizia e Luca stava un po’ esagerando con gli acidi. Era troppo. Volevo chiudere questa faccenda, così, quella mattina, andai a Piazza Garibaldi e presi la circumvesuviana per Scafati. Appena arrivai notai che le strade, la chiesa e la villa erano le stesse ma rimpicciolite. Il fiume Sarno era una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde. Era meno puzzolente, meno impetuoso, meno pericoloso. Non c’era traccia del mostro che aveva terrorizzato la mia infanzia. Mi girai intorno confuso. Tutto il mio piano consisteva nel riuscire a rivederlo. Non avevo idea di cosa mi aspettassi.
Mi misi a guardarlo fisso. Ad annusare quel fetore che era acido ma sapeva anche di pietra umida, di muffa viscida e freddo denso. Ero convinto che, sforzandomi, il Sarno avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa, tipo che dovevo imparare ad affrontare le avversità di petto, guardandole negli occhi e capire che solo così si possono ridimensionare. Invece successe qualcosa di completamente diverso.
Lessi da qualche parte che l’odore è l’impressione sensoriale che il cervello memorizza meglio. Che ci sono persone che sono tornate indietro da un coma perché hanno sentito un profumo o un tanfo. A me la puzza del Sarno sbloccò un ricordo: mia madre che dormiva sola sul divano. Me l’ero solo immaginato o era vero? Iniziai a camminare costeggiando il fiume. Risalivo la corrente, come i salmoni.
Più camminavo più sentivo come se stessi viaggiando a ritroso. Come se a ogni chilometro tornassi indietro nel tempo. Odoravo e guardavo. Annusavo e pensavo. Incominciai a ricostruire una versione di mio padre diversa da ora: quello della mia infanzia parlava sottovoce al telefono fisso, era continuamente fuori casa ed era sempre pronto a lamentarsi di qualche canzone alla radio, di modi di vestire, di personaggi televisivi. Era un uomo infelice.
Iniziai a camminare più velocemente. Capì che era successo qualcosa in quegli anni, qualcosa che avevo rimosso. Dopo circa venti minuti mi salì in mente il ricordo di un silenziosissimo viaggio in auto proprio lungo questo fiume, dal sedile posteriore vedevo le nuche dei miei e percepivo la loro tensione. Non riuscivo a capire il rancore che mia madre provava per lui, ma era un sentimento multiforme e profondo. Troppo complesso per me.
Mi fermai. Cosa c’era stato? Un tradimento? Oscillai come se la forza di gravità non funzionasse più normalmente. Mi sedetti per terra, vicino alla riva e afferrai il cellulare. Volevo chiamarli. Volevo capire. Rimasi così per un po’. Mantenni il dubbio dentro di me più tempo che potevo e poi rimisi il telefonino in tasca. Qualsiasi cosa c’era stata, loro l’avevano sepolta qui e avevano ricominciato la loro vita insieme a Napoli. Era giusto che non riaprissi quella ferita.
Misi una mano sotto al mento e mi guardai intorno. Avevo superato la città. Ero solo e in piena campagna. Non sentivo più la puzza ma un forte odore di terra irrigata. Mi voltai. L’acqua del Sarno era diversa, era diventata fangosa. Rumoreggiava forte mentre cavalcava piccole rapide. Allungai le gambe e, in un lampo, alcuni uccelli si alzarono dalla costa davanti a me. Fu un’esplosione di nero, giallo e bluastro, un rumore di carte rimescolate.
Pensai qualcosa di strano, pensai che dovevo tenermi stretto tutto ciò. Ogni segreto del passato, dovevo tenermelo stretto. Questo viaggio, dovevo tenermelo stretto. Ma più di ogni cosa, dovevo tenermi stretta la scelta dei miei genitori di resistere più che abbandonare. Sarebbe stato facilissimo incolpare, aggredire l’altro. Nascondersi dietro un nemico, come facevo sempre io con il Sarno.
Mi rialzai e continuai a risalire il fiume. Veloce. Velocissimo. Iniziai a correre fin quando non ce la feci più e mi accasciai per terra con le scarpe piene di fango e il battito accelerato. Adesso la luce del tramonto era dappertutto, giallognola e fluente, intensa e violenta. Il vento cambiò e portò dal fiume l’odore dolciastro dell’erica.
Pensavo di essere venuto qui a sconfiggere un nemico, invece in quel momento capì che il Sarno era solo il mio modo di non affrontare mai i problemi.
Scorsi, poco più avanti, la scritta Santa Maria La Foce, una delle sorgenti del fiume. Mi alzai. Ritrovai l’equilibrio ma avvertì un calore improvviso al volto e agli stinchi. Ero così stanco che adesso era uno sforzo anche fare un semplice passo in avanti. Ma continuai. Seguii le indicazioni fino a una cascata che scendeva lenta su una scala di rocce. L’acqua faceva poco rumore mentre si abbandonava su una piccola spiaggia sassosa. Da lì sentì un soffio di vento pieno di umidità.
Mi sedetti su un costone dell’argine e osservai l’acqua luccicare al tramonto.
Il Sarno è stato lo strano, persistente e goffo tentativo di un bambino che cercava un modo per non rendersi conto che il matrimonio dei suoi genitori stava andando a pezzi. Poi? Per cos’altro l’avevo usato? E ora, cosa stavo nascondendo dietro di lui?
Un cane abbaiò, poi ci fu un lungo silenzio. Per un bel pezzo non si sentì più nulla, ma io immaginai che già esistessero nuovi suoni, nuove prospettive. Un nuovo me. Entrai nel torrente con tutte le scarpe. Mi chinai. Misi le mani a conchiglia in quell’acqua gelida e bevvi. Era buonissima.