Il mostro di pelle Traduzione di Barbara Pellegrini

Quando il mostro di pelle, come lo chiamavamo, si presentò per la prima volta alla nostra porta, la stagione di crescita era ormai imminente. Coltivavamo solo cipolle. La speranza di una vita migliore ci aveva spinti fino a Oblivia. Eppure il terreno ci restituiva solo cipolle. La colonia inacidiva di carnagioni color latte scaduto. Ci occupavamo di appezzamenti spenti e inariditi.

Il mostro di pelle si trascinava su due enormi steli che ricordavano dei gomiti. Immaginatevi una persona, prona a terra, che si trascina a scatti. I gomiti si sforzavano di scavare la terra, aguzzi e lunghi come i pali di un circo, e facevano leva sul corpo in estenuanti trascinamenti. La testa sporgeva senza occhi, oblunga come quella di un cavallo. Dietro quelle specie di gomiti che usava per trascinarsi attraverso il terreno si estendeva, come un lenzuolo teso ad asciugare, una spessa parete elastica di pelle rosa.
Era alto come quattro uomini: la parte posteriore del suo corpo era un tubo languido, e la testa, benché senza occhi, si allungava in un muso, con narici che risucchiavano e soffiavano mentre si avvicinava.
Solo uno di noi, McSorls, difese il suo territorio. Stava tentando, almeno così pensavamo, di proteggere i suoi appezzamenti. Il mostro lo aveva sradicato, ficcandoselo in bocca – che assomigliava a quella di una marionetta – e se l’era ingurgitato. O lo aveva masticato con le gengive: non aveva denti. La gamba dei pantaloni aveva sventolato, prima di scomparire.
Il mostro di pelle si era mangiato pure le sue cipolle.
Passava qualche mese, e proprio quando dalle fioriture delle cipolle stavano nascendo i frutti, ecco che puntualmente il mostro di pelle tornava sbuffante sui suoi gomiti e si portava via un altro paio di noi.
Lo consideravamo una specie di divinità.
Soprattutto allora, con una carestia che ci attanagliava: ogni singola cipolla era una festa e ogni bocca in più da sfamare un’altra visita del mostro di pelle per prosciugarci.
Coltivavamo quello che riuscivamo e ce lo mangiavamo. Periodicamente ci incontravamo in riunioni monotone. Andavamo a dormire lamentandoci. Per vedere un po’ di paesaggio lasciavamo l’accampamento e camminavamo tra le sabbie tiepide.
Come noi membri della colonia potessimo placare il mostro di pelle ci era ben chiaro, fin dall’inizio. Non ci saremmo affidati alla sorte. Né al sistema penale. Ci avrebbe guidati il principio più ponderato a nostra disposizione, ovvero scegliere quali coloni producevano meno.
Non li immobilizzavamo, questi Sotto-produttori, bensì ordinavamo loro di rimanere in un posto preciso, con la tacita costrizione dei nostri occhi puntati su di loro. Poi quando il sole, che non era del tutto nostro, iniziava a tramontare in un cielo altrettanto estraneo, il mostro di pelle arrivava strisciando dalle terre oltre l’orizzonte e si fermava, annusando, nell’appezzamento più lontano.
Mangiava un paio di cipolle vicine. O magari nessuna. A volte mangiava la persona scelta sul posto oppure se la teneva come snack dopo essersene andato. E poi ruotava mesto su se stesso, pervaso da una tristezza sterminata e inconoscibile. Si muoveva pesante attraverso le sabbie bianche brulle, desolate, animato da un impeto insondabile, a noi sconosciuto.
I Sotto-produttori che non mangiava sul posto avevano l’abitudine di guardarsi alle spalle, insicuri, come a chiederci: dobbiamo ancora? Ma anche noi avevamo un’abitudine. Ci tenevamo per mano, gli occhi di tutti chiusi, e ondeggiavamo, canticchiando flebilmente. E quando, alla fine, questa persona si rendeva conto di non essere più la benvenuta tra la sua gente, seguiva sconsolata il mostro di pelle. Noi ci limitavamo a guardarli :  il mostro di pelle davanti e il dannato dietro, finché non superavano l’orizzonte.
Finché non erano più nostri.
McSorls fu il primo. Poi venne McGaff. McShea. McVanderslice. McGuin. McGreaves…
Coloni totali: duecentoquaranta.
Coloni dati in pasto al mostro: trentasei.
Coloni salvati grazie a questa pratica (senza contare le cipolle): cento, almeno.
La vita era stata, per un periodo, la più giusta possibile.
O perlomeno fino alla faccenda di McGondric.
Era solo uno dei molti, McGondric, semplicemente uno qualsiasi di noi negli anni successivi a McSorls . Ma era anche un padre all’apice della vita, il che ci lasciava perplessi, noi così svuotati.
Ecco la sua storia.
McGondric nel campo, che selezionava tranquillo le sue cipolle, lo sguardo rugiadoso e rilassato verso il basso.
McGondric che attraversava l’accampamento con il suo raccolto di cipolle schierato sotto una garza, e santo cielo, come portava il suo cesto! Un offertorio, in equilibrio precario.
McGondric a fianco di sua figlia, McGale, mentre rastrellavano le sabbie del loro appezzamento; le braccia rosa, asciutte, definite, che spingevano e tornavano indietro verso di loro, e spingevano ancora.
In seguito a questi avvistamenti, avevamo spiato McGondric, il suo andirivieni, i suoi orari. Non soltanto in pubblico, come in passato, ma anche quando McGondric non lo sapeva, quando McGale e McGondric, figlia e padre, erano tutti soli nella loro casa. Come tutte quelle di Oblivia, anche la loro si ergeva su palizzate a causa delle interminabili tempeste  –  bestioni urlanti di vento e sabbia bianca che squarciavano la steppa incolta  –  e McGale e McGondric si aggiravano per casa a rilento, dietro il vetro retroilluminato.
Ma sempre più spesso non erano in casa. Non riuscivamo a scorgerli attraverso la finestra. Non dormivano, l’avevamo messo in conto.
E ci chiedevamo: McGondric, McGondric, che fine aveva fatto?
Dov’era finito McGondric, visto che eravamo tutti qui?
Finalmente, un giorno in cui McGale e McGondric stavano pesando il loro raccolto nella Casa del raccolto, alcuni di noi pochi curiosi di Oblivia siamo sgusciati vicino alla casa dove entrambi vivevano. Uno di noi,  Mc-qualcosa, ha iniziato a scavare con le unghie tra la sabbia. Abbiamo scoperto una finestra verso un luogo illegale: un seminterrato nella proprietà di McGondric.
E là, dietro il vetro sabbioso, l’abbiamo vista: la forma di una testa umana.
E, sotto, una mano. Un ginocchio.
Abbiamo scavato ancora per portare alla luce l’intero corpo –  McShea, ricordiamo, è stato il primo che abbiamo visto  –  e accanto a McShea c’era un’altra quindicina di persone in una stanza sotterranea di quindici metri quadrati. C’erano dei pilastri negli angoli a sorreggere il soffitto, e il pavimento era composto da bancali uno vicino all’altro. Su questi pallet, nella fioca penombra, un gruppo di persone distese, a proprio agio.
Ci eravamo detti: se li stanno mangiando. Ecco perché sono così in forma. McGale e McGondric sono sani e ben nutriti, proprio come il mostro di pelle, perché si cibano di vite umane.
Ma quando siamo entrati da McGale e McGondric, scendendo in una botola che portava nel seminterrato al cui interno avevamo svelato la lastra di vetro sepolta, abbiamo trovato McGaff, McShea, McVanderslice, McGuin, McGreaves.
Mancavano all’appello soltanto pochi dei Sotto-produttori che avevamo mandato a morire. Gli altri erano ancora lì. Ancora vivi.
E questi Sotto-produttori li abbiamo catturati, come nostri prigionieri. La maggior parte l’abbiamo gettata nella sabbia. E buona parte di questi l’abbiamo anche presa a calci e pugni sulla testa e sul collo.
McGondric, il più corretto tra di noi, il più giovane. Il McGondric di notti trascorse a casa, a rammendare teli. Proprio McGondric, lo stesso che più tardi era rientrato nella casa dove viveva con la figlia. Ci aveva trovati ad aspettarlo lì, insieme alle persone che aveva salvato, buttate in terra. McGondric, il più dolce di noi, il più gentile, mentre tutti noi ci eravamo induriti,  aveva ospitato, nutrito, nascosto a nostra insaputa uno a uno i Sotto-produttori che il mostro di pelle non aveva ingurgitato subito. McGondric, con la sua splendida carnagione, dovuta non al consumo famelico di carne colonica, bensì all’amore e alla grazia, che tutti noi avevamo dimenticato da tempo.
Tutto questo lo sapevamo, senza però trasformarlo in parole. Tutto questo lo avevamo intravisto, ma avevamo distolto lo sguardo. Ci chiedevamo soltanto perché il mostro di pelle, insaziato  –  o saziato molto meno di quanto credevamo  – non era mai tornato per annientarci completamente, ma sembrava invece aver riconosciuto il nostro dominio.
E quindi abbiamo catturato anche McGondric. Abbiamo riempito anche lui di calci e pugni.
Come aveva osato un tale intollerabile tradimento?
Che cosa lo aveva spinto a opporsi all’eterno ordine naturale delle cose?
McGondric non disse: vi prego. McGondric non disse: siete pazzi.
Disse soltanto: perché dovevo. E aveva posato lo sguardo su McGale.
Nemmeno quello ci ha impedito, quando il mostro di pelle è tornato alcuni giorni dopo, di schierare tutti questi Sotto-produttori e di condurli, ancora una volta, al loro destino.
E non ci ha nemmeno impedito di prendere McGondric, prendere sua figlia, McGale, al momento opportuno, e obbligarli a seguire i Sotto-produttori come pescatori che attraversano un fiume di ghiaccio.
E non ci ha nemmeno impedito di chiudere gli occhi sul modo in cui la figlia camminava stringendo la sua bambola, con l’altra mano in quella di McGondric, e sul modo in cui la bambola stessa se ne stava lì, appesa, apatica e abbandonata.
Anche se in effetti – ci siamo detti raggruppati a falange lungo il confine estremo dell’appezzamento più lontano, aspettando il Dio che veneravamo in estasi di noia e insoddisfazione – avevamo chiuso gli occhi non sulla figlia McGale, bensì sul mostro di pelle che si trascinava verso di noi.
Aveva agitato la testa incapace di vedere. Aveva spalancato la bocca senza denti. E aveva scosso di brividi la sua parete di pelle, da cui gli si rizzavano i peli: in realtà non era affatto pelle, ma una densità cellulare che ci risultava aliena.
Eppure non riuscivamo a vedere nulla di tutto ciò, come abbiamo detto.
Avevamo gli occhi chiusi. Le mani intrecciate.
E proprio questo ci aveva impedito di sapere infine che il mostro così temuto si stava allontanando. Che il mostro di pelle, ripugnante, era troppo lontano per raggiungerci. C’erano solo un uomo e sua figlia e molti prima di loro che avevano capito di essere perduti e ormai alla nostra mercé. E che sapevano, prima ancora che lo sapessimo noi – e lo sapevamo – che una vita come la nostra non poteva che deteriorarsi.