Il giardino delle rose di Luca Bonisoli

– Tutti hanno un punto di rottura. Basta avere pazienza e picchiare duro.
Fece spallucce, mentre beveva l’ultimo sorso di birra dalla bottiglia, ormai tiepida.
– Non è vero. Ho conosciuto persone che si sono fatte massacrare senza aver detto una parola.
Umberto scosse la testa guardando in su.
– Sto dicendo un’altra cosa. Stai attento a ciò che dico. Non restare in superficie, entra in profondità.
Alzò le sopracciglia.
– Cosa c’è da capire? Hai detto che ciascuno di noi ha un limite oltre il quale non riesce ad andare. Ma io ti ho detto che ho conosciuto persone che non si sono piegate, che hanno resistito a qualsiasi colpo, a qualsiasi carognata.
Umberto si voltò di scatto.
– Sei scemo o sei solo pigro?
Non si aspettava l’insulto. Così, diretto. E ci rimase male.
– Non sono uno scemo. È inutile che mi offendi. E piantala di bere birra, che è calda e fa schifo.
– Allora sei pigro. Perché non riesci a seguire il flusso del tuo pensiero. Ti fai trascinare dagli altri senza prendere in mano il timone della tua vita. Il timone!
Mentre parlava si sporgeva in avanti e con le dita si picchiava forte sulle tempie, per rimarcare la sua contrarietà. Poi incrociò le braccia e stette in silenzio. Si appoggiò allo schienale duro della panca in legno su cui era seduto.
– E allora dimmi tu, visto che non capisco.
Umberto si accese mezzo sigaro toscano. Davanti a lui s’innalzava la montagna, magnifica, bella oltre ogni immaginazione. Talmente bella che, secondo la tradizione del posto, un re leggendario dei secoli antichi le aveva dovuto lanciare una maledizione perché smettesse di colorarsi di rosa e di rosso sangue durante il giorno, tranne al tramonto, quand’era troppo tardi per pensare di salirci per cercare di capire da dove arrivasse quel colore, quella magia. Umberto sbuffò una nuvola di fumo denso, dalle note di legno e cuoio, poi disse:
– Siamo come uova.
– Uova…
– Sì.
Aspirò il fumo acre.
– Scusa, mi dici che sono scemo perché non capisco, cosa c’entra rompersi la testa con le uova?
– Dico che sei pigro. Perché tu non vai oltre al guscio rotto delle cose. Perché non pensi a ciò che accade quando fuoriescono l’albume e il tuorlo, a dove vanno a finire. Non è il guscio che si rompe il problema principale, ma cosa accade a quello che viene fuori.
Umberto rimase in silenzio, guardava le cime degli alberi che si muovevano piano al vento in quota. Il motivo per cui il re dell’Adige aveva lanciato la maledizione alla montagna era perché lì sopra ci viveva un popolo di nani, governato da Laurin. Questo nano ambizioso aveva rapito la sua bella e se l’era portata lassù, nel suo regno, nascosto da un enorme giardino di rose rosse. Umberto pensava che forse nessuno aveva mai chiesto alla bella Similde se le fosse andato bene o no essere rapita e portata lassù o se fosse stata anche una sua scelta fuggire con Laurin, perché tutte le sere lei guardava incantata quel meraviglioso giardino di rose rosse incastonato nella montagna, e cantava canzoni in cui il suo cuore volava come un’aquila per fare il nido tra le rose.
Umberto parlò, come seguendo pensieri lontani, disarticolati.
– Una strada bagnata, un pavimento rotto, un padiglione sporco, un letto lurido di manicomio. Oppure mani calde che puliscono e asciugano, occhi che ti guardano e ti capiscono, mani a cui affidarsi, su cui appoggiarsi e dimenticare. Non è la rottura, che è inevitabile prima o poi. Ma altro ciò che conta.
– Non ho capito.
– Quando finisci al manicomio, il tuo guscio è già rotto. Là possono solo separare l’albume dal tuorlo, con delicatezza. Oppure frullare frullare frullare frullare tutto e fare una frittata in cui non si distingue più niente! Niente! Non è l’uovo rotto il problema. Non è la rottura in sé. È ciò che tu fai o che ti fanno con ciò che esce dall’uovo. Per questo dico che tutti hanno un punto di rottura. Ma non è questo l’importante. È quello che viene dopo a essere importante.
– Sono uno scemo.
– Se lo sei tu, lo sono anch’io. No. Sei solo disabituato a pensare. Non ti hanno mai dato in mano una bussola, una barca e un timone, non ti hanno fornito carte dei mari. Ti hanno solo fatto vedere tutte le cose del mondo, ti hanno fatto vedere mari e montagne, ghiacci e foreste. Ti hanno abituato a fare a meno del pensiero. Ciò di cui avevi bisogno c’era già: bastava cercarlo. Già pensato, già visto. E il risultato è questo. Ah!
Sorrise amaramente mentre si godeva il sigaro. Lasciò passare il giusto tempo, necessario per far sì che quelle parole sedimentassero in lui, attecchissero. Chissà come si doveva essere sentita Similde quando fu liberata dai cavalieri del padre, e quando aveva visto il rosso del sangue di Laurin sovrapporsi al rosso dei petali del giardino di rose. La leggenda non lo dice. Di lei non si parla, se non come di un oggetto senza pensiero. Un guscio rotto senza contenuto. E non si dice nulla nemmeno degli altri nani. Difesero Laurin e Similde? Ci fu battaglia? O il re dell’Adige era troppo potente e crudele per loro?
Umberto si alzò di scatto dalla panca di legno.
– Andiamo? La giornata è bella, e lassù ci aspettano le aquile.
– Non so se esistono ancora le aquile qui.
– Che ci frega.
Rise di gusto a quella battuta che trovò spassosa. Si batté le mani sui pantaloni di velluto a coste, si pulì la barba dalle briciole di pane e dall’agrodolce della birra e si stirò. La vista sulla montagna era magnifica. L’alcol di primissima mattina l’aveva reso leggero e allegro.
– Non ti farà male aver bevuto all’alba?
– Per salire lassù bisogna essere un po’ matti, ci avevano detto. Ricordi?
– Sì.
– Teniamo fede alla nostra reputazione allora, – disse ad alta voce mentre si alzava e s’aggiustava lo zaino in spalla. – Saliamo allegri.
Il sentiero che si avvicinava alla normale per la cima del Catinaccio si arrampicava ripido e dopo dieci minuti di buon passo in ambiente alpino comparve il camino col colatoio lungo la parete da cui partiva la via. Subito a sinistra c’era l’attacco. Il fiato reggeva, le gambe erano robuste, nonostante l’età e tutte le altre cose.
– Sembra abbastanza asciutta. E nemmeno troppo frequentata oggi. Non si sente nessuno salire.
– Fortuna.
Il camino era levigato ma stretto, e permetteva facili appoggi che consentivano di prendere quota rapidamente. Superata la primissima parte verticale, la via tra le pareti s’appoggiava perdendo pendenza e questo permise a buon ritmo di arrivare alla prima sosta in meno di mezz’ora. A quel punto si poteva salire aggirando una parte liscia e un po’ unta, usurata dai molti passaggi, prendendo una fessura ancora a sinistra o per vie dirette, ripide e scabre.
– Liscia o gassata?
Fece un rutto. La birra fermentava nello stomaco contratto dalla fatica e dalla tensione dell’arrampicata.
– Gassata.
Su, fino a una nicchia dove partiva una parete articolata e ben appigliata che conduceva alla seconda sosta. La via si faceva intuitiva e chiara, c’era un’unica possibilità per salire: su per il canale che arrivava direttamente in cresta, e poi, da lì, un’ascesa via via più semplice sino alla vetta. Decine di minuti passavano come fossero secondi, man mano che scalava la montagna.
– Bum-bum. Pompa forte il cuore.
– Sì. Ma è bello. Non fa male.
– No.
Il panorama si apriva man mano che ci si avvicinava alla cresta, e sebbene la cima non fosse particolarmente alta per essere nelle Alpi, le valli attorno sembravano sprofondare sotto le pendici del massiccio, regalando un’estatica sensazione d’isolamento.
– Sarebbe piaciuto anche a Similde, qui.
– A chi?
– La principessa della valle, quella che amò il nano pazzo del giardino delle rose. A me ricorda tanto Manu.
Lo sguardo si adombrò. Gli scarponi da giardinaggio, usurati dal tempo, si fermarono, e cercarono un appoggio sicuro.
– Chissà se anche a lei piaceva la montagna.
– Io gliel’ho chiesto, una volta.
– Lo so.
Gli occhi vagavano tra le cime lontane, il respiro profondo e più veloce scandiva il tempo. Il mattino stava diventando giorno pieno e il sole scaldava le spalle sudate.
– Non sarebbe mai salita, però.
– Mi avrebbe aspettato giù.
– Sì.
Con cautela mosse lo zaino sulle spalle, facendo attenzione a non sbatterlo troppo.
– Fa tristezza pensare che non c’è più ora.
– A me fa ancora rabbia quella storia.
– Sì. Ma ormai non c’è più nessuno con cui prendersela.
Annuì lentamente. Avrebbe forse voluto piangere, ma era un’eventualità così lontana che non riuscì a concretizzarla. Prese la bottiglia di plastica con l’acqua che teneva nella tasca laterale dello zaino, e si tolse l’arsura dalla gola.
– Puoi berla tutta, se vuoi.
Ricominciò la salita, le gambe un po’ indolenzite dalla fatica e dalla sosta. E forse anche dalla birra. La cresta diminuiva la sua pendenza avvicinandosi alla vetta. Il sole era abbagliante e l’aria trasparente e leggera sembrava fatta da infinitesime molecole di cristallo.
– Tra poco siamo in cima.
– Già.
– Hai paura?
– Un po’.
Gli occhi sugli appigli ormai semplici, le mani sempre più staccate dalla presa, le gambe più sicure facevano capire che ormai era quasi arrivato.
– Comunque sono contento.
– Sì, anch’io. Rifarei tutto quello che ho fatto.
– Mi spiace solo che Manu si sia spaventata.
– Era un’infermiera. Il sangue non le faceva paura.
Gli ultimi passi, e poi la vetta. La grande croce di ferro con i tiranti accolsero l’arrivo. Lo spiazzo ampio della cima era assolato e pietroso. Nessuna traccia di neve.
– Eccoci arrivati.
– Non è stato difficile.
– No, per niente. Non abbiamo perso la gamba – sorrise.
Si avvicinò al precipizio, sul lato est della montagna. Guardò giù. Si asciugò il sudore abbondante e prese un profondo respiro, poi si sedette e si tolse lo zaino. Con grande delicatezza lo appoggiò di fianco a sé e lo aprì. Tolse un vecchio maglione di lana che proteggeva un pacchetto fatto con la carta di giornale e legato con elastici sottili. Lo svolse, mentre il vento faceva suonare gentilmente le funi che ancoravano la croce, e spiegazzavano la carta di giornale. Dentro c’erano tre uova bianche. Intatte.
– Siamo stati bravi. Non si è rotto niente.
Prese la prima, e la guardò. La picchiò contro uno spigolo roccioso tra i suoi piedi e l’aprì. Ne rovesciò il contenuto a terra, al suo fianco. Ci sputò sopra.
– Questo sei tu, dottore. Ti lascio a marcire quassù in mezzo al niente dopo averti ammazzato come un cane, maledetto schifoso.
Lanciò i gusci rotti nel vuoto e si pulì le mani nei pantaloni sporchi. Prese il secondo uovo. Lo ruppe delicatamente sul fondo e ci tenne un dito. Fece altrettanto in punta, con attenzione se lo portò alla bocca, e bevve tutto il contenuto.
– Questa sei tu, Manu. Ti terrò in me per sempre.
Si pulì la bocca con la manica, frugò tra la carta e prese il terzo uovo.
– E questo sono io. Il matto. Quello che parla con il fratello che non esiste. Che è stanco di tutto questo e che sa che là sotto lo stanno cercando per riportarlo nel sudicio letto del manicomio criminale.
– Sì, ma stavolta il dottore bastardo non ci sarà, eh?
Rise con la pancia.
– No, non ci sarà. Quel demonio è sottoterra, il posto che gli spetta. Con la testa scoppiata, spaccata. La vangata. Una botta! Che rumore che ha fatto. E tutto quel sangue nero che piano piano si allargava come una pozzanghera sotto di lui. Mi ha dato la soddisfazione. Lo rifarei mille volte ancora! Manu era buona con noi. Lui un porco maledetto.
– Che storia. Che brutta storia. Manu che piangeva. Ti ricordi Manu che piangeva?
– Sì.
– Quel maiale pensava che noi non avessimo sentito.
– Ma noi eravamo lì.
– Che botta. Che rumore che ha fatto. Mi spiace solo che Manu si sia spaventata per il sangue.
– Te l’ho già detto, a lei non faceva paura il sangue. Si è spaventata per noi.
– Noi non volevamo farle del male. Perché si è spaventata?
– Non lo capisci? Perché abbiamo accoppato il porco davanti ai suoi occhi!
– Tu sei sicuro che il demonio la stesse violentando, vero?
Umberto rimase in silenzio. Si grattò la testa, poi picchiò con le dita forte sulle tempie.
– Che botta. Che rumore che ha fatto la testa che si è rotta. Come un uovo. Pac! E fuori tutto quello che c’è dentro.
– Magari Manu lo amava…
Si rimise diritto. Il re dell’Adige aveva deciso che la sua Similde non poteva amare un nano delle montagne, un essere imperfetto e mantenuto a distanza da tutta la brava gente della valle. E che fosse suo compito strapparla dall’incantesimo di Laurin. A Umberto, questa storia, era stata raccontata da Manu in persona, un giorno di tarda primavera, quando lui lavorava al giardino del centro di igiene mentale e stava vangando la terra per piantarci dei roseti. Manu era il suo amore segreto. Nessuno lo sapeva, nemmeno lei.
Una sera, dopo la cena in camera, Umberto si accorse di aver dimenticato la vanga tra i roseti, era passato di fronte alla finestra dello studio del dottore dopo averla recuperata e aveva sentito chiaramente la voce di Manu che si lamentava. Era entrato nel padiglione di igiene mentale e aveva aperto la porta dello studio, aveva visto il dottore tenerla per i capelli mentre… mentre le faceva quelle cose. E quando entrambi si erano girati aveva visto il viso stravolto della sua Manu e quello invece malefico e sudato del dottore.
Era entrato senza indugiare un secondo, aveva alzato la vanga e gli aveva spaccato la testa con un solo colpo violentissimo, mentre lei, coi seni liberi (liberi!), gridava.
Non aver paura di me, le aveva detto. Ma lei era corsa via mezza nuda. E lui era rimasto lì, a guardare la pozza di sangue nero allargarsi sotto il cranio fracassato del dottore. Era uscito dal padiglione e si era confuso nella notte triestina.
– Secondo te, Manu poteva amare uno che la prendeva come una cavalla?
– Non gliel’hai chiesto, però.
– È scappata, non ho fatto in tempo. L’hai visto anche tu.
– Sì.
Era andato in stazione, aveva preso il treno. Mentre tutti lo cercavano da una parte, lui andava dall’altra. Aveva avuto fortuna. Ed era tornato alle montagne della sua gioventù. A cercare di nuovo le rose rosso sangue che a lui piacevano tanto. Fece un sospiro forte e gli uscì quasi un lamento.
– Manu ora è dentro di me. L’ho mangiata. E ora il terzo uovo deve iniziare a esplorare il mondo, senza confini.
– Siamo sicuri?
– Sta’ a guardare.
Si alzò in piedi, con le gambe un po’ anchilosate, tenendo il terzo uovo in mano.
Caricò il braccio. E lanciò l’uovo giù dalla parete, con un arco placido e molle, leggero. Come se potesse prendere il volo e librarsi in aria, percorse una delicata traiettoria verso il basso, in mezzo al mare d’aria trasparente e pura.
– Andiamo a vedere se ci sono le rose rosse anche dall’altra parte.
Poco dopo, una risata riecheggiò tra le pareti e le torri di dolomite. Continuò finché non venne interrotta da un rumore sordo. E dopo, solo silenzio.