Il bambino di carta di Claudio Conti

Portava i capelli legati con dei fermagli in legno e appariva tanto gracile da farti temere che si sarebbe persa dentro ai suoi lunghi cardigan scuri. Era raro che un sorriso riuscisse a sorprenderla eppure, quando accadeva, la sua risata si dispiegava dolce e timida; una digressione che la ragazza soffocava in fretta, quasi con vergogna, volgendo la testa di lato e coprendosi la bocca con i polsi stretti, ossuti e nervosi.

Arrivò in paese insieme a suo figlio, il famoso giorno della pioggia di bolle suonanti, sono certa che molti di voi se la ricorderanno. A mezza mattina il cielo si fece nero e, anticipate da echi di grancassa, iniziarono a fluttuare giù dalle nubi delle grosse bolle di sapone che, nel toccare la cima degli alberi, oppure il suolo, o la punta delle dita di qualche bambino divertito, esplodevano liberando nell’aria delle note musicali: un tintinnio di xilofono, un acuto, un grave di controfagotto, una battuta di timpano o un accenno baritonale. Per tutto il paese si alzò un picchiettio musicale accompagnato dallo scoppiare delle bolle; una scombussolata e dissonante melodia che rimbalzava sopra i tetti e lungo il cielo rigato d’arcobaleni saponati e iridescenti.

Era successo che un tornado s’era formato diversi chilometri più a sud e nel suo cammino verso di noi aveva prima devastato la Svanish, la nota fabbrica di detersivi, quindi aveva travolto l’orchestra del Maestro Pinpinpini che, in quel momento, si trovava all’aperto e stava facendo le prove generali per la prima de La signora scompare, un vecchio film di Hitchcock che Pinpinpini aveva riadattato in opera lirica.

Il vorticare della furia detergente aveva sferzato l’orchestra che, intimata dal Maestro, aveva continuato eroicamente a suonare, coi contrabbassisti a gambe all’aria, coi tubisti infilzati dentro ai tromboni e con il coro che urlava terrorizzato. Ma intonato.

La ragazza scese dalla corriera al suono delle prime bolle e, con grande spavento di suo figlio, fu inglobata e sollevata da terra da una di queste, la più grande di tutte: quella che conteneva l’intera ouverture dell’opera.

Per liberarla dovettero intervenire i pompieri con un’ardita operazione di salvataggio: i bambini della città, tra cui quelli della mia classe, soffiarono all’unisono dentro a un’enorme cannuccia, così da formare una bolla abbastanza grande da contenere l’impavido comandante dei Vigili del fuoco. La bolla si librò in aria a più di dieci metri di altezza e, quando si avvicinò a quella in cui era chiusa la ragazza, il comandante, con una cerbottana armata a spilli da sarta, fece esplodere entrambe le bolle. Accompagnati dal crescendo dell’ouverture caddero entrambi dritti verso il suolo. La ragazza atterrò sopra a uno di quei teli da salto che usano i pompieri; il comandante si tuffò preciso dentro a un bicchierino di cordiale, per via di una sua certa propensione alla teatralità.

– Quel giorno avrei dovuto capirlo come sarebbe andata a finire per me – mi disse la ragazza, molto tempo dopo.

– Davvero pensi che te la sei beccata lì?

– Lo dicono i medici – mi confessò, – che mi sono contaminata il giorno della bolla.

Fu una delle nostre ultime chiacchierate. Mi manca parlare con lei. Ho sempre cercato di non stringere legami con i genitori dei miei alunni, ma con la ragazza era tutto diverso. Avevo preso a cuore la sua situazione, era nuova del posto e cercavo di darle una mano. Non facevo che chiederle come andasse: nel cortile della scuola, mentre Nino la tirava per un braccio, oppure al supermercato, o magari per le strade del paese.

Si era trasferita quaggiù per un impiego alla vecchia fabbrica di starnuti dove, a suon di aerosol al polline pepato, la ragazza starnutiva producendo una grande quantità d’energia con delle mini turbine nasali.

– A parte il naso a peperone direi che va bene – mi rispondeva, – e poi un lavoro è un lavoro, no?

Ero attratta dalla sua tragicità, dal pathos che la tratteggiava e di cui credo neanche lei si rendesse conto. Ne ammiravo l’ostinazione educata, la forza insospettabile che occultava dietro a quell’aura stanca, colma di pensieri e infelicità rimaste impigliate in quei suoi maglioni esagerati.

– Ce l’ho quasi fatta – mi diceva ogni volta, mostrandomi il suo sensore antiribaltamento sottocutaneo. – Me lo sono fatto installare, così posso monitorarmi. Ora sono quasi in asse col centro della Terra, vedi?

Ed era davvero così: quando iniziarono i suoi problemi la ragazza era a buon punto, s’era quasi rimessa in piedi. Prima che tutto rovinasse senza preavviso, prima cioè che iniziasse a scomparire, sembrava davvero avercela quasi fatta.

– Si chiama degenerazione ialina – mi confessò quando non poteva più nasconderla.

– Sarebbe a dire?

Lei si era tolta gli occhiali da sole e mi aveva fissato con i suoi occhi nocciola e liquidi, eccezionalmente cristallini quel giorno. Poi aveva tirato fuori una piccola torcia dalla borsa, l’aveva accesa e se l’era appiccicata al palmo della mano. Sul lato opposto, sul dorso, era comparsa un’aureola chiara.

 – Sarebbe a dire che trasparirò. Scomparirò

Non seppi cosa rispondere, guardai suo figlio, Nino, che ho avuto nella mia classe dalla prima alla quinta.

A quasi tutta la quinta.

All’inizio Nino era un bambino come tanti, con la sua parte di chiasso, di risate e di risposte sorprendenti. Aveva un caschetto bruno fatto di sottili spaghetti di carbone, le unghie sempre pulite e una serie di pantaloni a coste, di varie sfumature autunnali, dal beige al marrone scuro, che si cambiava ogni giorno con un’apparente schema preciso.

Nei mesi a venire, col progredire della condizione della madre, lui divenne silenzioso, si immalinconì fino a slegarsi dai suoi compagni, da me. Si disconnesse. Si trasformò.

Per me fu come perdere la chiave di cifratura di quell’intricato marchingegno in cui i bambini, in simili situazioni, sembrano rinchiudersi.

La maggior parte della gente pensa che l’infanzia sia un’esistenza estemporanea e poco interessante, dopotutto: una forma larvale, un grezzo preliminare d’esistenza; le persone pensano che i bambini siano solo un comune fenomeno aurorale d’uomo. Niente di più fasullo. Ho insegnato per trent’anni e so bene che nei bambini c’è la dimenticata risposta agli enigmi che ci tormenteranno da adulti. Sono loro, non noi, la forma perfetta e compiuta. Noi siamo guasti, marci, loro sono il fulgore instabile e puro, un’adamantina rifrazione che viene ricoperta anno dopo anno da un sottile strato opaco, sempre di più, fino a quando non divengono a loro volta adulti e infelici, fino a quando, come per noi ora, di quella luce non rimane che un brillio fioco, appena percettibile.

Mi resi conto della gravità della situazione quando, qualche settimana più tardi, per la prima volta mi recai in visita a casa loro. Nino mancava da scuola da diversi giorni e non vedevo sua madre da un po’.

Anche se ero a conoscenza della sua condizione, anche se ricordavo bene la torcia sulla sua mano, quando me la trovai di fronte e potei constatare l’avanzamento della sindrome mi spaventai a morte. Non ero pronta – chi può esserlo? – a quello che la ragazza stava diventando, anzi, stava non diventando: il suo corpo si era fatto diafano, ci si vedeva attraverso, era inconsistente.

– Dio mio, ragazza! Dobbiamo andare subito in ospedale, in un qualche centro specializzato, ce ne sarà uno.

– C’è solo un centro, per le persone che scompaiono – mi disse.

– Bene, e dov’è?

– Nessuno l’ha mai visto – mi rispose sorridendo, stavolta senza nascondersi.

Aveva addosso un accappatoio che si teneva a fatica con le mani e la sua voce era appena udibile, non proprio un sussurro ma era come venisse da lontano, come se parlasse da un’altra stanza o da in fondo alla strada.

Nino mi aveva aperto la porta con uno sguardo serio e pensieroso. Durante la mia permanenza si era mostrato tranquillo e impegnato con le faccende di casa, visto che la madre aveva difficoltà nell’afferrare gli oggetti, specie quelli più pesanti, che sembravano scivolarle via dalla mano cadendo a terra.

– Perché sei venuta? – mi chiese.

– Che domanda è?

La ragazza sembrava agitata e mi pregò di non fare nulla, di non dire niente a nessuno. Mi assicurò che si sarebbe ripresa.

– Mi sento meglio e poi ho Nino, sai, lui mi aiuta, lui è tutto, capisci?

– Certo che capisco, ma…

– È lui che mi tiene qui, ancora qui.

Mi promise che sarebbe tornato a scuola l’indomani stesso, e così accadde. Ma nelle successive settimane le cose non migliorarono, tutt’altro. La classe sembrò stringersi un poco ogni giorno; ogni mattina avevo la sensazione che durante la notte le mura fossero avanzate di qualche centimetro verso l’interno. I banchi presero quasi a toccarsi, io sfioravo il soffitto con la testa e Mario, il compagno di banco di Nino, uno di quelli un po’ presi in giro, che gonfiava maglie popolate da mille chiazze con la sua pancia morbida, iniziò a rosicchiare nervosamente tutti i gessetti, tutti i giorni. Io non potevo scrivere sulla lavagna, fare lezione, e lui se ne stava lì, intristito e con la bocca sporca di rosso e bianco.

Nino smise quasi di parlare, la sua carnagione divenne sempre più pallida, fino ad assumere il colore candido della prima neve. La sua pelle sembrò perdere morbidezza ed elasticità. Divenne estremamente liscia e delicata.

– Come ti senti? – gli chiedevo.

– Così così.

– Ti ha visto il dottor Losi?

– Stasera.

(Bugia, bugia).

– E la mamma? Posso tornare a trovarla?

– Non lo so.

Un lunedì, quasi un mese dopo la mia visita in casa loro, durante l’ora di disegno Nino si tagliò, aprendosi un ampio squarcio sulla mano.

Nessuno aveva mai visto nulla di simile: dal taglio sulla mano di Nino sfioccavano fuori pallini rossi che rimbalzavano sul banco e coriandoli filanti color sangue che striavano via arricciandosi sul pavimento.

I suoi compagni gli si fecero intorno, sbalorditi e spaventati. Mario iniziò a mangiare gomme da cancellare, i due gemelli De Bussi ebbero una mitosi da shock e divennero quattro, la piccola Sara disegnò una finestra sul muro e urlò di fuori.

Mentre udii chiaramente le mura della classe stringersi ancora, uscimmo tutti di corsa. Il signor Bidello – cioè il nostro collaboratore scolastico, Bidello era il cognome – prese in braccio Nino e, in fila indiana, corremmo tutti verso il Pronto Soccorso, ululando.

Provarono con i punti, poi con la suturatrice cutanea. La pelle continuava a strapparsi e alla fine si resero conto che per chiudere la ferita sarebbe bastato del semplice nastro adesivo.

Lo trattennero diverse ore, osservandolo mentre lo facevano giocare all’Allegro Chirurgo; alla fine, potei riaccompagnarlo a casa, per quella che fu la mia seconda e ultima visita.

Non potendo più indossare alcun abito, visto che le si sfilavano tutti afflosciandosi in terra, della ragazza non rimaneva che una vaga ombra nell’aria, una sorta di riflesso quasi indistinguibile dallo sfondo, una sagoma che si riusciva a scorgere solo grazie a una torcia che Nino le puntava addosso. I bei tratti bruni, la profondità delle sue espressioni, tutta la sua essenza, i rapidi movimenti, il reticolo di gesti in cui tante volte m’ero ritrovata impigliata; tutto era perso. Rimanevano dei contorni sfumati e un corpo d’acqua di sorgente.

Provai a rivolgerle qualche domanda, ma la sua voce era scomparsa. Nel silenzio sembrava di percepire delle urla in lontananza, urla incomprensibili che cadevano dentro la cucina come un’eco sospinta dal vento.

Mi guardai intorno: la casa era uno schifo. Era in disordine, sporca e abbandonata. Capii di aver commesso un grosso sbaglio, capii che un bambino non poteva stare lì, che nessuno avrebbe dovuto viverci, in quello stato, in quella situazione.

Nino mi spiegò che la madre non poteva più afferrare nessun oggetto ma che riusciva ancora a comunicargli qualcosa, qualcosa che lui non capiva, facendo sbattere la finestra della cucina, ogni tanto. Lui la lasciava socchiusa appositamente e lei la muoveva proprio come a volte fa il vento.

– Perché è fatta di vento – mi disse convito.

– Di vento? – gli risposi tenendo d’occhio la cucina.

– Sì. Fa tipo così, – si passò una mano tra i capelli, – mi accarezza, a volte.

– Dobbiamo andare, Nino – gli dissi accucciandomi, sottovoce. – E dobbiamo farlo subito.

Lui sembrò interdetto. – E la ma’?

Mi alzai, lo presi in braccio e mi avviai a passi decisi verso la porta. Lui si mise a chiamare la madre, prima piano, poi più forte, piangendo. Mentre uscivamo sentii la finestra della cucina iniziare a sbattere, più volte, con una tale violenza da mandare i vetri in frantumi.

Pochi giorni dopo, quando neanche più le lampade a ultravioletti rilevavano tracce della ragazza, una squadra attrezzata aspirò tutta l’aria contenuta nella loro casa e la trasferirono in una conchiglia che consegnarono a Nino.

I servizi sociali lo affidarono con una lotteria paesana a una famiglia del posto e, da quel giorno, Nino si disconnesse e smise di comunicare con chiunque.

Provai di tutto: gli comprai un’abbracciatrice notturna, poi uno di quei libri che ogni sera riassumono la tua giornata romanzandola, un vasetto di cioccolata senza fondo, una scatolina di leccalecca al gusto dimentica-guai e una scheda regalo con tutto il mio tempo libero precaricato. Ma Nino, nonostante i miei sforzi, i miei e quelli degli psicologi, divenne un inestricabile mistero.

Negli stessi giorni ci convocò il Primario dell’ospedale, che aveva esaminato con il suo staff i risultati delle analisi e le osservazioni eseguite su Nino. Ci disse che aveva una cattiva e una buona notizia.

– La cattiva è che il paziente è affetto da cellulosic tristitia. E se non l’avete mai sentita è perché me la sono appena inventata. Sta subendo una mutazione psicosomatica, un caso rarissimo, unico. Una modifica chimica dei tessuti dall’epidermide, che si sta espandendo in ogni parte del suo corpo, organi interni inclusi. Nino sta diventato un bambino di carta.

– Dio mio – gli risposi disperata, – e quale sarebbe la buona notizia?

– È molto bravo a giocare all’Allegro Chirurgo.

Durante il quinto anno Nino non poteva più entrare in contatto con alcuna sostanza liquida e aveva un vaporizzatore personale che teneva a tracolla come fosse una vecchia radio, per mantenersi costantemente idratato. La pelle divenne di velina, le ossa di cartone pressato e la carne di ondulato da imballaggi. Passò dal pesare trenta chili a non pesarne neanche uno e, a causa della drastica riduzione di peso, era costretto a tenere dei sassi nelle tasche, sassi che spesso gli regalava Mario dopo averli ricoperti di smile.

Mangiava cibo in polvere e il suo aspetto divenne infine del tutto spigolato. Aveva perduto la morbidezza delle forme, pure la sua testa divenne un poliedro, con gli occhi disegnati e i capelli che apparivano come fragili filamenti di carta.

La classe, nel frattempo, s’era fatta così stretta da vederci appiccicati gli uni con gli altri. Il signor Bidello cambiava lampadina ogni giorno, ma ogni giorno la lampadina si fulminava. Mario prese a rosicchiare la parte di banco che il suo amico lasciava quasi sempre vuota.

Nino non mi parlò mai più e alla fine, a causa del suo aggravarsi, non frequentò che di rado la nostra classe e quando era presente passava gran parte delle lezioni accartocciato su se stesso, nascosto dietro alla lavagna come una qualunque cartaccia abbandonata.

Verso la fine della quinta, durante il primo giorno di caldo, che arrivò alla fine di una primavera piuttosto piovosa, accadde di nuovo quello che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Durante la ricreazione, mentre ero nel corridoio, sentii un urlo provenire dalla classe, dove tornai di corsa. Mi accucciai, entrai dalla porticina e vidi tutti i bambini guardare fuori dalla finestra, che era spalancata. E che continuava a sbattere.

Durante quella notte s’era alzato un forte vento di ponente che aveva spazzato via ogni traccia di umidità, ogni nuvola, saturando di dettagli il panorama collinare che circonda il paese.

– Nino – dissi sottovoce. – Nino, no.

I quattro gemelli De Bussi si abbracciarono così stretti da tornare a esser due, la piccola Sara disegnò sul muro un cannocchiale e me lo passò, per veder meglio fuori.

Più mi avvicinavo alla finestra più il cielo mi si apriva come svelato da un sipario e, in mezzo a quel gemmeo palco di turchino, ecco Nino volteggiare a cavallo dello zefiro, cullato dalle folate, spinto in alto e strattonato come un aquilone in fuga, come un cavallo scosso.

Si alzava in alto, sempre di più, sempre di più, sempre di più.

La finestra smise di colpo di sbattere.

Mentre me ne stavo lì piena di strazio, mentre cercavo di non perderlo d’occhio e di figurarmi quello che stava provando, ecco che Mario mi tirò da dietro il golfino. Mi girai.

Mi mostrò dei sassi, pieni di facce mezze scrostate, gialle e sorridenti.

– Maestra, erano sulla sua sedia – mi disse.

Lo guardai. Li presi, li soppesai, glieli restituii.

– Conservali tu, ti va?

Lui li guardò come se li vedesse per la prima volta.

– Per quando torna – mi disse mettendoseli in tasca.

Pensai a come avesse sempre voluto bene a Nino.

– Sì, per quando torna – gli dissi passandogli un braccio intorno al collo e stringendomelo contro.