Il bacio di Andrea Veglio

La sera del 18 ottobre 1998 avevo ventisei fottuti anni e una paura da cagarmi addosso.

Nella boscaglia lungo la strada di Vallinfreda strisciavo dietro il mio fucile Galil come un verme di terra e l’odore di muffa e piscio mi faceva vomitare e nel buio non vedevo niente e in cuffia sentivo solo Falco 1 che urlava Falco 6 muovete il culo e ordinava di proseguire verso l’obiettivo e di fare presto che i nostri avevano già lasciato le borse con il denaro e da un momento all’altro potevano arrivare i rapitori a prelevarle.

Falco 6 era la mia squadra e io ero a cinquanta metri dall’obiettivo ma gli altri di Falco 6 cioè Raffaele che era il caposquadra ed Enzo il suo secondo chissà dove cazzo erano perché Raffaele aveva deciso di aggirare l’obiettivo con Enzo e di andare nella boscaglia dall’altra parte della strada per fare un accerchiamento.

Così mi avevano lasciato da solo come uno sfigato e io me la facevo sotto perché un conto sono le esercitazioni un conto è essere lì in azione con il cuore che ti salta in gola e io mi avvicinavo all’obiettivo e Falco 1 che era il comandante delle Forze Speciali urlava in cuffia Falco 6 dove cazzo siete Falco 6 siete o non siete in posizione?

Io ero arrivato in posizione pancia a terra buona visione sull’obiettivo e Galil spianato ma Raffaele ed Enzo checcazzo ne sapevo se erano in posizione o no dall’altra parte della strada e non avevo fatto in tempo ad accendere la radio che avevo visto due uomini che si avvicinavano di corsa uno aveva un Kalashnikov in mano e l’altro aveva urlato cristo è una trappola e subito dal Kalashnikov era partita una raffica nella mia direzione e io avevo risposto al fuoco un fottuto inferno.

Poi fu solo il silenzio e la nebbia e l’odore di polvere da sparo. Non so quanto fosse passato prima che la nebbia si diradasse e mi accorgessi che il Kalashnikov era a terra abbandonato ma poi erano riprese le comunicazioni radio e qualcuno aveva detto che i due criminali erano scappati e Falco 1 aveva cominciato a bestemmiare e chiedere checcazzo è successo e nessuno diceva un cazzo ma a un certo punto si era sentita la voce di Enzo che diceva che ci avevano sparato addosso e che non riuscivano più a trovare Raffaele e io dicevo mio dio fa che non sia così mio dio fa che non sia vero mio dio fa che non sia stato io e passavano i minuti e tutti cercavano Raffaele e non lo trovavano e solo io tenevo la posizione e stavo con la faccia a terra e con le unghie mordevo il terreno e dicevo mio dio fa che non sia vero mio dio fa che non sia così mio dio fa che non sia stato io. Trovarono Raffaele. Attinto da colpi di arma da fuoco lo trovarono. Morto. Morto dissanguato lo trovarono.

Falco 1 disse che Raffaele era stato attinto dai colpi del Kalashnikov fottuti criminali assassini e tutti dissero che Raffaele era stato attinto dai colpi del Kalashnikov fottuti criminali assassini e anch’io dissi che Raffaele era stato attinto dai colpi del Kalashnikov fottuti criminali assassini.

Il giorno del funerale di Raffaele alcuni dei nostri fermarono il fottuto criminale assassino che aveva sparato con il Kalashnikov ma non lo arrestarono perché è inutile arrestare i cadaveri.

A novembre un mese dopo la morte di Raffaele eravamo tutti a tavola in caserma avevamo finito di cenare ed Ernesto che era il più anziano e il più stronzo di tutti si piazzò dietro di me e mi mise una mano sulla spalla e mi disse che era arrivato il mio momento di essere uno di loro. Che detto così sembra una cosa figa anche perché quando entri lì due o tre anni prima ti dicono che il bacio è una cosa figa una cosa da uomini fighi mica come quei froci degli alpini che per farti entrare mettono una fetta di patata in un bicchiere di piscio e poi te la danno come ostia sai che roba da uomini. E infatti io ero contento di essere finito nelle Forze Speciali della polizia e non nei reparti speciali degli alpini froci e se non ci fosse stato Vallinfreda quella sera sarei stato contento del bacio perché una volta che ti avevano fatto il bacio eri nel gruppo e loro erano tuoi fratelli e davano la loro vita per salvare la tua e tu davi la tua per salvare la loro. Ma io ero un fottuto traditore che per salvare la mia vita avevo ammazzato Raffaele anche se tutti dicevano che era stato il bandito con il Kalashnikov e il bandito con il Kalashnikov lo avevano poi ammazzato i nostri per vendicare il povero Raffaele. Ma non ero io a decidere se ero degno o no di far parte del gruppo e così dieci forse dodici tra i più vecchi mi presero e mi portarono nei dormitori e mentre dalla mensa andavamo nei dormitori io pensavo a Raffaele e al bandito con il Kalashnikov e pensavo che erano morti tutti e due per colpa mia non che me ne fregasse qualcosa del bandito con il Kalashnikov ma di Raffaele cazzo sì Raffaele era come mio fratello e io meritavo solo di morire e se fossi stato un uomo avrei dovuto ammazzarmi.

Nel dormitorio cercavo di non tremare neppure quando mi fecero togliere i pantaloni e le mutande e mi dissero che ce l’avevo piccolo ma lo dicevano solo per umiliarmi perché nelle docce avevamo fatto la classifica e più lunghi di me c’erano solo Ernesto e Gianni e il povero Raffaele.

Poi mi misero piegato a novanta faccia al muro e cominciarono con l’anestesia. Facevano a turno a darmi schiaffi sulla chiappa destra e quando a uno bruciava la mano lasciava il posto a quello dietro e così avanti per non so quanto forse per dieci minuti forse mezz’ora forse di più. Ernesto non dava schiaffi lui guardava e rideva e incitava gli altri e mi diceva di sorridere che dovevo farmi vedere degno dell’onore e che loro i froci non li volevano. E io cercavo di sorridere di ridere di incitare pure io gli altri perché un vero uomo fa così ma avevo una gran voglia di piangere e scappare e mandare tutti affanculo e piantarmi la Glock in bocca e premere il grilletto.

Ma ridevo e li incitavo ed Ernesto li incitava e loro continuavano e la chiappa mi bruciava come l’inferno un bruciore d’inferno che non avevo mai sentito prima. Poi Ernesto disse che non meritavo che si spellassero le mani sul mio culo e allora prese una paletta della stradale la paletta che usano per fermare le macchine ma loro la usavano per battere la mia chiappa. E la mia chiappa mi bruciava come l’inferno e avevo paura di svenire ma loro mi dicevano che se svenivo quando mi svegliavo quella paletta me la trovavo bene ficcata su per il buco del culo e che me la potevo pure tenere che tanto mi serviva perché mi trasferivano alla stradale perché non meritavo altro. Poi Ernesto disse che se quella paletta si rompeva lui doveva tornare da quei froci della stradale a farsene dare un’altra ma non ne aveva voglia perché magari in cambio se lo volevano inculare. Allora disse che era meglio usare il ferro e fra le risate di tutti tolse il caricatore alla sua Glock e la passò agli altri che mi battevano sulla chiappa con il calcio della Glock di Ernesto. Ma l’anestesia aveva funzionato la chiappa non aveva più sensibilità non sentivo più niente non sapevo più dire se era ferro plastica o carne quella che mi batteva anzi non sapevo più dire se mi stavano ancora battendo.

Allora Ernesto disse che bastava così che l’anestesia era fatta che ora toccava a lui. Ci furono grida fischi applausi io mi voltai a guardare Ernesto ma Ernesto mi disse che non dovevo osare guardarlo che dovevo stare a novanta e fissare il muro e per farmelo capire mi piazzò un calcio nel polpaccio che quasi non mi reggevo più in piedi. Poi si sistemò dietro di me e per un momento ebbi paura che mi inculasse ma le Forze Speciali della polizia non sono mica froci e allora che senso avrebbe avuto incularmi. E infatti arrivò quello che doveva arrivare quello che prima di Vallinfreda avevo sempre sperato e che finalmente arrivava. Il bacio. Gli altri intonarono un coro bacio bacio bacio ed Ernesto azzannò la mia chiappa poi il coro si trasformò in stringi stringi stringi e allora Ernesto affondò i denti nella mia carne finché i denti di sopra non arrivarono a toccare i denti di sotto ma io non sentivo niente perché l’anestesia aveva funzionato ma l’umiliazione era troppa e pensai a Raffaele e scoppiai a piangere come una mammola ed Ernesto mollò i denti e mi sbatté a terra e mi girò schiena contro il pavimento e mi sputò in faccia e mi strizzò i coglioni e mi disse che gli facevo schifo che non ero degno di quel bacio che ero solo un culattone raccomandato del cazzo che chiamassi il mio zietto a difendermi che tanto io potevo ammazzare anche tutti loro ma poi non mi succedeva un cazzo perché ero solo un paraculo di merda. Poi mi tirò un pugno in un occhio e uno in bocca e uno nello stomaco e io speravo che mi ammazzasse perché in fondo aveva ragione ero solo un paraculo di merda e non meritavo di vivere ma lui mi sputò ancora e se ne andò e tutti lo seguirono e mentre se ne andavano a uno a uno mi sputavano e io ero lì rincagnato a terra che piangevo come una mammola e l’ultimo ad andarsene fu Enzo ma lui non mi sputò gli dissi Enzo ti prego ammazzami ma lui se ne andò e non mi disse nulla.

Mi svegliai che ero nell’infermeria della caserma non so che ore fossero quanto tempo fosse passato ma dalla finestra si vedeva che era giorno e in piedi accanto al mio letto c’erano il comandante e il medico dott. Antonioni che ci seguiva negli addestramenti. Ero stordito e ci vedevo solo da un occhio e avevo gusto di sangue in gola e non riuscivo a deglutire ma vidi che il dott. Antonioni disse al comandante qualcosa sottovoce che non capii. Però la risposta del comandante la capii bene perché la urlò e disse al dott. Antonioni di darmi un giorno di prognosi al che il dott. Antonioni mugugnò qualcosa ma il comandante ripeté ancora più forte un giorno di prognosi e aggiunse è un ordine al che il dott. Antonioni disse signorsì perché pure lui era un poliziotto e un poliziotto deve dire sempre signorsì.

Mi rispedirono nei dormitori ma io non riuscivo a stare in piedi e mi vergognavo e stavo male e mi sembrava di morire e volevo morire ma non avevo la forza di andare all’armadietto e prendere la mia Glock e mi addormentai e fui risvegliato da mio zio il fratello di mia madre che lavorava al Ministero e che mi aveva fatto entrare in polizia e che era venuto a prendermi chissà chi lo aveva chiamato di certo non lo avevo chiamato io ma lui mi disse che mi avevano dato congedo per motivi familiari e che mi avrebbe accompagnato a casa da mia madre.

Andammo con la sua macchina fino ad Asti guidò lui passammo il viaggio in silenzio perché io ero devastato e lui mi pareva incazzato. Ma quando fummo ad Alessandria e si vedevano già le colline di Asti mi misi a piangere e gli dissi zio a Vallinfreda mi hanno sparato addosso e io ho risposto al fuoco ma anziché centrare i banditi ho ammazzato Raffaele il mio caposquadra non riuscirò mai a perdonarmi né a tornare nelle Forze Speciali zio sono fottuto zio impazzisco.

Lui mi disse che dovevo smetterla di frignare i verbali della scientifica parlavano chiaro il mio caposquadra era stato abbattuto dai colpi del Kalashnikov del bandito e i miei sensi di colpa non facevano onore a me e alla mia famiglia ma io gli dissi che la scientifica aveva scritto sui verbali quello che aveva ricevuto ordine di scrivere al che lui mi disse che ero uno stupido a dire quelle cose e poi non disse più nulla.

Si fermò qualche giorno ad Asti e fece venire a visitarmi un suo amico medico di Torino che mi diede 38 giorni di prognosi e quando vide il referto del dott. Antonioni che mi dava un giorno di prognosi disse che non era possibile che quello non poteva essere un medico e infatti aveva ragione perché la prognosi me l’aveva data il comandante che è dottore ma dottore in giurisprudenza.

Ero ancora ad Asti in congedo e mancava meno di una settimana a Natale ed era pomeriggio e io ero a letto a guardare una videocassetta di Bud Spencer e Terence Hill che fanno gli sbirri americani quando suonò il telefono e mia madre venne a chiamarmi e mi disse che era per me. Misi in pausa il videoregistratore e Bud Spencer e Terence Hill si bloccarono mentre stavano puntando i revolver di ordinanza contro due automobilisti. Andai al telefono e la voce dall’altra parte mi disse Stefano e prima che dicesse chi era la riconobbi ma non riuscii a parlare al che lei disse Stefano sono Giulia la moglie di Raffaele e si mise piangere e mi misi a piangere pure io e rimanemmo non so quanto senza dirci niente solo a piangere e poi fu lei a parlare di nuovo e mi disse Stefano ci sono voci che dicono che Raffaele sia caduto per fuoco amico che Raffaele sia caduto per colpa tua ma io a quelle voci non credo io so che non sei stato tu a fare del male al mio Raffaele io sono sicura che tu non c’entri niente ecco io volevo solo dirti questo e augurarti un buon Natale un Natale migliore di quello che passeremo noi e poi Stefano ricordati Stefano ricordati che Raffaele ti voleva bene e allora te ne voglio anch’io e sappi che anche se Raffaele non c’è più lui continua a parlarci e proteggerci e volerci bene a me a te e a tutti noi. Riattaccò prima che potessi dire qualcosa ma fu meglio perché cosa potevo dirle.

Tornai in camera. Sul televisore Bud Spencer e Terence Hill erano ancora nel fermo-immagine con i revolver puntati contro i due automobilisti. Dal cassetto tirai fuori la Glock e misi il caricatore. Era fredda e maschia è una sensazione bellissima tenere in mano un’arma senti che l’impugnatura aderisce perfettamente alla tua mano e questo ti dà sicurezza potenza ti dice che puoi decidere della vita e della morte. Misi il colpo in canna e infilai la canna in bocca e subito sentii sapore di ferro. Cominciai a stringerla fra i denti e masticarla come se fosse una stecca di liquirizia e il sapore di ferro si faceva sempre più forte e io continuavo a masticare e mordere e stringere e stringevo sempre più stretto finché un incisivo non si ruppe mi piaceva quel dolore e mi piaceva rimestare con la lingua l’incisivo rotto insieme al sangue e alla canna della Glock. Con la lingua riuscii a infilare l’incisivo all’interno della canna della Glock allora decisi di morderla ancora e di stringere sempre più forte finché non saltò anche l’altro incisivo e il dolore e il sapore di ferro si fecero assoluti e con la lingua infilai anche il secondo incisivo nella canna della Glock ma sentivo che non bastava allora con la canna della Glock martellai i denti inferiori quelli che stanno sotto gli incisivi ne saltarono due e con la lingua infilai anche questi due nella canna della Glock e fu un gioco facile perché erano più piccoli degli incisivi ma i giochi facili non mi hanno mai divertito a quel punto il gioco difficile ma neppure troppo difficile era premere il grilletto. Guardai Bud Spencer e Terence Hill che tenevano i revolver puntati contro i due automobilisti quella sarebbe stata l’ultima immagine della mia vita non il massimo ma c’era di peggio e poi il dolore era insopportabile un click e tutto sarebbe finito. Ma in quel momento in quel preciso momento ebbi la sensazione che Raffaele mi stesse parlando mi stesse dicendo che lui era in paradiso ed era felice mentre il bandito con il Kalashnikov se ne stava giù all’inferno. Fu allora che capii. Capii che in qualsiasi posto fossi andato non importava se in paradiso o all’inferno avrei comunque trovato qualcuno morto per colpa mia e allora neanche da morto avrei potuto perdonarmi per quello che avevo fatto a Vallinfreda. Sfilai la Glock dalla bocca e la puntai verso l’alto e premetti il grilletto e la cartuccia esplose e il proiettile e i denti e il sangue si conficcarono nell’intonaco del soffitto. Un attimo dopo mia madre irruppe in camera che cos’è successo urlò. Le risposi senza denti con la bocca che colava sangue. Ho mandato un bacio a Raffaele, le dissi.