I cani di Martedi Domenico Santoro

I cani su Marte prendono un odore intenso e diventano feroci, ma sembra che l’uomo non possa fare a meno del cane. Questo mi ha detto la signora quando mi ha mostrato un modellino della fattoria dove potrei andare ad abitare. Mi chiede se lo vorrei anch’io. Nel modello un cane è presente, piccolo e nero, all’apparenza mansueto. Rispondo che probabilmente no, non mi piace l’odore che lasciano per casa.
Il resto del colloquio scorre come un sogno. A volte annuisco, altre volte (quando mi è richiesto) dico di no con la testa. Naturalmente, sì, sono una persona resiliente. Mi rendo conto delle sfide che dovrò affrontare. L’isolamento. L’aridità. Il duro lavoro nei campi. E sì, capisco quanto importante sia il mio ruolo, e i vantaggi che comporta, come la vista degli abbacinanti incontri del sole col suolo di Marte. Solo io e un’altra manciata di coloni, sostiene la signora facendosi poetica, hanno la possibilità di godere di quei tramonti.
Poi (colpo di scena) prende da sotto la scrivania una scatola di plexiglass con un pugno di terra.
– La può toccare – mi dice. – Sente che odore?
– Terra di Marte?
– È un odore che qui non esiste.
Infine, prendiamo il toro per le corna. Perché una persona con il mio livello d’istruzione vorrebbe abbandonare tutti i vantaggi che ha sulla Terra
per andare a coltivare campi su Marte?
Le spiego che sono stanca della mia vita. Che non trovo più stimoli in quello che faccio. Che voglio ritrovare quel senso di avventura che provavo da bambina. Ma non è convinta.
– Me lo può confessare se ci sono ragioni di cuore – mi dice, facendosi più confidenziale. – È più comune di quanto lei non creda.
Nessuna ragione di cuore, rispondo. Spiego che voglio soltanto andare su Marte. Sono stanca di vedere i tramonti terrestri. Non mi dicono più nulla.
La signora sorride, due righe d’espressione intorno alla bocca. Dice che comprende.
– Compili questa scheda, una volta che è di là. Le faremo sapere, in ogni caso.
Me ne vado in sala d’attesa, a riempire la scheda. Come sempre mi accade quando affronto un colloquio importante, credo di non aver dato del mio meglio, di non essere stata convincente. Anche se (mi dico) non mi importa poi veramente. Sono certa che non andrò su Marte.

Naturalmente è un problema di cuore.

Solleva il gin tonic e mi guarda. Ha gli occhi grigi, che sembrano circondati da luce bianca. Penso che sarebbe perfetta per fare l’attrice in un film in bianco e nero.
– Come mai ci troviamo qui? – mi chiede, col suo sorriso perfetto, le labbra rosse appena socchiuse.
Amici in comune. Pensavano che saremmo state giuste l’una per l’altra. Il bar del ristorante è poco affollato. Fra un po’ sarà pronto il nostro tavolo. Ho già mangiato qui. Il cibo è divino.
– Ho già mangiato qui da sola – rispondo, scegliendo male le parole, come al solito. – Ti piace l’anatra all’arancia?
Beve un bel sorso dal suo cocktail. Sorride.
– Che amarcord. Non la mangio da quando ero piccola. In casa mia i soldi andavano e venivano. Nei periodi di vacche magre era sempre riso col burro, ma ogni tanto papà, quando incassava, ci portava in posti come questo.
– Ti piacciono i ristoranti così? – le chiedo, cercando di mettermi più a mio agio, sorseggiando il mio succo d’arancia. Mi ritengo sciocca perché non ho ordinato il cocktail anche io, mi avrebbe messo a mio agio. Ma non bevo mai e temevo che, sotto l’effetto dell’alcol, avrei detto qualcosa di sciocco. Non ho mai visto una donna più bella e disinvolta in vita mia. È una cantante jazz. Sono già innamorata di lei. Ho sempre avuto un debole per le artiste, non avendo io alcun talento.
– Un po’ ingessato. Però mi hai messo voglia di anatra all’arancia.
– Ti ho sentita cantare. Due mesi fa. Ero con Paolo e Clara.
– Spero di non averti delusa.
– Sei stata bravissima. Durante un brano… si chiamava… Autumn in Bangkok
– L’ho scritto io – dice. Sorride.
– Sì. Mi sono sentita addirittura sconvolta. È incredibile la gamma d’emozioni che si possono trasmettere con la musica e la voce.
Sono convinta d’aver detto la cosa giusta. D’aver fatto centro. Ma a lei non sembra importare. Deve essere abituata ai complimenti delle ammiratrici.
– È per quello che ho fatto l’accademia – mi spiega, prendendo un altro piccolo sorso. – Tu sei una studiosa, vero?
– Sono antropologa.
– Perciò viaggi molto.
– Quando mi finanziano.
Poggia una mano sulla mia spalla destra. Sorride.
– Mi piacciono le teste d’uovo. A volte penso che, se non fosse per voi, il mondo non esisterebbe. Insomma, se comprendi cosa intendo.
– Non sono certa di capire.
– Siete voi che date ragione ed equilibrio al mondo. Che ci dite come pensare.
Sorrido. È intelligente, oltre che bella e di talento.
– Tu trovi tempo per leggere?
– Cerco di sfogliare due o tre libri al mese. Mi danno ispirazione per le mie canzoni. So che non è tanto, ma devo provare di continuo, e poi ho le serate. Non hai idea di quanto ti sfianchino. Dopo non riesci a pensare a niente.
– Non è male, tre libri al mese.
– Scommetto che tu leggi di continuo. Si sente da come parli.
– È il mio lavoro. Cosa leggi, di solito?
– Un romanzo alla moda, per avere qualcosa di cui parlare. Qualcosa di saggistico. Quando ero ragazza ho letto tutti i classici, comunque. Se vuoi mi puoi anche interrogare, prof – conclude, sorridendo.
– Non male – dico. – So che non è giusto dirlo, ma ti confesso che mi sento più a mio agio con le persone colte.
– Non mi ritengo colta…
Il cameriere ci chiama. Il tavolo è pronto.
– Anatra all’arancia – ripete. – Che buffo, non la mangio da quando ero piccola.
– Ti piacerà… – dico – qui il cibo è divino – ripeto, sentendomi goffa, chiedendomi se abbia scelto il posto giusto. Lo ha definito un po’ ingessato. È un’artista. Forse intendeva dire che per lei è troppo costoso. Mi riprometto di offrire io.

Il dipartimento è tranquillo e deserto. Immagino Marte sarà lo stesso, se veramente mi selezioneranno per andarci. Ne dubito. Sono una ricercatrice universitaria che va per la mezza età. Non ho mai lavorato con le mani in vita mia, anche se alla selezionatrice ho mentito. Le ho detto che d’estate aiutavo mio zio in campagna per finanziarmi gli studi. Be’, avevo uno zio che aveva un cane, e ogni tanto gli davo di mangiare. Era un cane bianco, molto docile, mi chiedo come sarebbe diventato su Marte.
Controllo la mail. La signora che, teoricamente, mi dovrebbe mandare su Marte mi ha promesso che mi avrebbe contattato, in ogni caso. Mi chiedo perché l’ho fatto. Per dimostrare qualcosa alla mia ex, forse. O forse, mi dico, è perché si tratta dell’ultima frontiera dell’antropologia. Ormai la Terra è finita. L’abbiamo setacciata e studiata tutta. Noi, insomma, quelli che… come mi aveva detto… sì, diamo un senso di equilibrio e ragione alle cose. Poi mi aveva confessato che si era studiata quella battuta per impressionarmi. Che, anche se aveva finto noncuranza, era addirittura eccitata di incontrarsi con una studiosa. Lei, che non aveva mai fatto l’università e aveva il complesso dell’intelligenza. Per me i suoi occhi non hanno mai smesso di sprizzare lucine. Io invece sono diventata ben presto una noiosa secchiona che va per la mezza età, che mette su pancetta ma non vuole saperne di andare in palestra o di coprire i capelli bianchi.
Aderire al programma di colonizzazione di Marte. Una perdita di tempo. Non mi selezioneranno mai.

– Come ben sapete, dopo decenni di sforzi umani, Marte ora ha un’atmosfera, anche se estremamente rarefatta…
La donna, un’altra, mostra con la bacchetta i punti del pianeta più densamente abitati dai colonizzatori. Ammetto che sono vagamente interessata, e divertita. Mi hanno ricontattata per dirmi che erano interessati al mio profilo, che erano addirittura entusiasti di avere una vera e propria scienziata con una lunga lista di pubblicazioni, che sperano io possa continuare il mio lavoro su Marte e che non devo lavorare nei campi, ma possopassare tutto il tempo a fare interviste ai locali. Che noia. Io abbozzo, annuisco, mi sembra di non capire. Decido di stare al gioco.
Sono abituata ad ascoltare e prendere appunti. Ormai è nella mia natura. Mi siedo nella sala conferenze e, non tanto perché mi interessi, ma perché sono abituata a imparare, assorbo tutto quello che posso su Marte, sulla sua rarefatta atmosfera creata dagli eroici sforzi di decenni di terraformazione e sui vantaggi e sui rischi dei viaggi spaziali. Quando la donna si ferma per chiedere se ci sono domande, sempre da inveterata abitudine, alzo la mano:
– Avete poi risolto quel problema coi cani?
Tutti gli astanti ridono. Mi ricordo che anch’io, se voglio, ho un buon senso dell’umorismo. Alla mia ex piaceva. O almeno, per un po’ le è piaciuto. Poi è passata all’umorismo di un’altra.
La conferenziera ride, anche lei piuttosto affascinante, ora che ci faccio caso. Clara e Paolo mi dicono sempre, con quella saggezza popolare che non ci tradisce mai quando abbiamo a che fare coi problemi degli altri: “chiodo schiaccia chiodo” e sorridono. Io penso che sono stati loro a crearmi il problema. A presentarmi la mia ex. Io, prima, da sola, stavo benissimo. Non mi alzavo alle tre di notte col senso d’angoscia opprimente sul petto, profondamente persuasa di morire da sola, su Marte o sulla Terra.
Qualche altro amico, forse più saggiamente, mi suggerisce di prendere un cane, ma a me non piace l’odore che lasciano per casa.
– Come vi dicevo al primo colloquio, avere un cane su Marte è altamente facoltativo, e fondamentalmente sconsigliato. Ma sembra che alcune persone non possano farne a meno. Tu sei una di quelle persone?
Sorrido.
– No, non ci tengo.
– Benissimo. Nessuno problema coi gatti, finora. Sapete che a loro non importa di nulla.

Ogni tanto mi sembra di rivederla nei volti di donne che le somigliano, ma questo volta non ho dubbi: è lei. Sta in una boutique, pronta a entrare nel camerino con un vestito nero. Di solito io non entro in negozi del genere. Tendo a comprare i miei vestiti ai grandi magazzini (forse anche per questo mi ha lasciata…). Mi dico che è ora di chiudere gli occhi e passare oltre. Una cantante di secondo piano. Una persona egoista, vanesia e superficiale. Io, con tutte le mie lauree e le mie pubblicazioni, con la profondità intellettuale e spirituale che mi sono conquistata negli anni, posso certamente aspirare a ben altro.
Ma chi voglio prendere in giro?
Entro nel negozio. Fingo di interessarmi a un paio di scarpe e parlo con la commessa, fino a quando lei non esce dal camerino, in abitino nero con décolleté e spalle scoperte, perfetto per una delle sue serate.
– Che sorpresa trovarti qui – dico.
Sorride. Sembra imbarazzata. Non è contenta di vedermi.
– Come stai? – mi chiede, con fare indulgente.
Rispondo “benissimo”, e sembra chiaro anche alla commessa e pure ai manichini del negozio che non è affatto vero.
– Bene… – dice lei, sorridendo in modo affettato. Mi dà le spalle e comincia a parlare con la commessa, le chiede se si possa aggiustare un poco l’abito.
Penso a cosa dire. Che vestita così è uno schianto. Che se vuole possiamo andare a bere qualcosa, per parlare un po’. Sì, ma di che parlare? Non voglio parlare con lei. Voglio carezzarle i capelli. Affondarle la testa nel collo e sentire il suo profumo.
La verità è che sono un’insegnante di mezz’età, con la pancetta e i capelli che imbiancano. Per lei sono stata solo un esperimento, una fase, mentre io pensavo che il nostro fosse l’amore di un vita.
Lascio il negozio, imbarazzata e confusa, senza nemmeno salutarla. La città m’inghiotte.

In effetti abbaia forte, lo posso anche sentire tramite il casco e il rumore dell’ossigeno.
– Aspetti un attimo, lo lego.
– Si prenda tutto il tempo che vuole – urlo.
Nel frattempo, osservo il paesaggio marziano. Il pianeta, più che rosso, tende al grigio e al color sabbia. Ogni tanto spunta una macchia verdeggiante, le piccole fattorie della pianura. Sono stata dispensata dal lavoro manuale, anche se mi hanno dato un orticello, così, per divertirmi fra un’intervista e l’altra. A dire il vero, mi sento un po’ una venditrice porta a porta, ma dovrò scrivere un libro, qualcosa di importante. Il primo libro di antropologia marziana. Sorrido al pensiero che io, la sgobbona, la persona grigia, sarò ricordata come un’eroina della cultura, dalle prossime generazioni. Insomma, da chi sarà ancora interessato all’antropologia.
La donna ha lunghi capelli castani ed è molto magra. Indossa jeans attillati e ha una camicetta bianca. Le chiedo se il cane sia legato a dovere.
– Non si preoccupi.
Mi accoglie sul portichetto, sotto la cupola trasparente che ossigena l’atmosfera rarefatta. Tolgo il casco.
– Limonata?
– Limoni di Marte?
– I migliori. Poi le mostro gli alberi.
– Pensavo di scattare delle foto.
– Perciò finirò in un libro?
– Penso di sì.
– Non lo avrei mai immaginato.
Entra in casa e riemerge con una caraffa dove galleggiano ghiaccio e fette di limone.
Si siede. Versa il liquido.
– Come è andata la giornata? – chiedo.
– Faticosa, come al solito.
– Chi glielo fa fare?
Lei sorride. Mi sembra una persona felice. Penso che alla fine non ci vuole molto per essere felici. Duro lavoro. Un bicchiere di limonata. Un tramonto su Marte.
Guardo in silenzio il sole abbassarsi sull’orizzonte. Il cane emette qualche altro latrato. Non è contento di essere stato legato.
Quella luce bianca, laggiù, è la stessa dei suoi occhi.