Guardaroba di Paolo Federico

Quello che mi è successo non è colpa di mio fratello, eppure senza il suo regalo adesso sarei libero. Dall’invenzione della ruota, nelle famiglie è nato un nuovo tipo di parente: il tecno-filo.
L’entusiasta di turno che ogni Natale regala aggeggi ultramoderni, anche se interessano solo a lui.
A Filippo, in qualità di parente tecno-filo, non fregava nulla che papà fosse abituato a leggere i cartelli: lui gli infiocchettava comunque l’ultimo modello di navigatore. Non contava che mamma ascoltasse la musica sotto la doccia con la vecchia radio: lui doveva regalarle la cassa senza fili, ignaro che avrebbe dimenticato come ricaricarla.
E poi gli orologi smart e la caffettiera smart e la vocina in salotto che accende la luce.
Non c’era niente da fare: Filippo diceva che dovevamo adattarci ai tempi.
E i tempi, a loro volta, ci ricordavano con dizione perfetta che non bisognava più fare niente da soli.
Quando i nostri genitori sono morti entrambi nello stesso anno, confusi da questo mondo che non capivano, circondati da robot pulitori e schermi a tocco e orologi alla James Bond, Filippo si è dedicato a me.
Dopo uno sguardo al guardaroba, aveva deciso che vesto male.
Le mie scuse – all’epoca ero innocente – si nascondevano dietro lo sportello dove lavoro: uno spazio angusto all’interno di una stazione metro, spoglia di qualunque attrattiva che non fosse un distributore. A suo modo era anch’esso un aggeggio con uno schermo digitale, anche se ormai vintage.
Le poche novità, come il chip per la carta, si rifiutava di farle funzionare.
Quel rottame però lo adoravo, perché rappresentava l’antitesi dell’ultra-efficienza odierna: o ti rubava gli spicci o regalava qualcosa. Spesso mi incantavo a guardarlo, perché quelle bevande incastrate e imprevedibili mi assomigliavano: eravamo gli ultimi baluardi stupidi nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
La nostra approssimazione serviva a offrire un po’ di ossigeno al popolo urbano, altrimenti soffocato di pubblicità ricamate su misura e continui aggiornamenti di stabilità.
Potevo raccontare tutto questo a mio fratello.
Potevo dirgli che aspettavo i saldi di gennaio.
Invece gli ho lasciato intendere che il mio poco shopping derivasse solo dalla scarsità di tempo, e non dalla voglia.
È stato un errore madornale.
Mi sono azzardato a dare una spiegazione fisica a un uomo che ragiona in digitale.
“La tua realtà è limitata qui dentro, a staccare biglietti e rinnovare abbonamenti”, è passato a dirmi. “Con questi, potrai aumentarla”.
Filippo si è presentato con i nuovissimi occhiali smart della Oraw, pagati il prezzo di lancio folle che solo un parente tecno-filo come lui poteva sganciare.
Mi ha passato uno scatolino e mi ha detto: “Dai un’occhiata in giro, e comprati una giacca nuova!”.

*

Quando passi i sessant’anni, ogni sforzo per scoprire qualcosa di nuovo pesa il massimo, perché sai che i suoi impieghi futuri saranno minimi.
Meglio i percorsi conosciuti, gli sceneggiati già noti, e zero interesse per quello che non sai già.
Le poche certezze rimaste non possono traballare.
È questo che cercavo di dire a Filippo: non mi imbottire di novità. Ormai ho vinto quello che potevo vincere, quindi adesso lasciami perdere. Tu sei più giovane, invecchierai con i taxi volanti e i tuoi figli cresceranno i figli su un altro pianeta, ma il tuo fratellone rimarrà dietro il suo sportello con lo stesso pullover per millenni, tra i sedimenti di questo mondo. Ma non ha mai voluto capire, e ora mi devo presentare in tribunale.
Tutto per aver indossato un paio di lenti, tra l’altro con una montatura scomodissima.
“Ma che avevi premuto? Qual era la schermata? Puoi mandarmi uno screen?”.
Quando accetto i doni di Filippo e mi ritrovo ad averci a che fare, ben riempito di istruzioni verbali e cartacee su come accendere, spegnere, impostare e via digitando, si scatena un ultimo sussulto di ribellione che mi impedisce di farcela. Sbaglio a scorrere il dito, mi scoraggio e rinuncio, dato che ogni volta lui mi dice di inviargli delle foto del problema al telefono, cosa che non so fare e ho paura di ammettere (perché poi vuole spiegarmelo).
In pratica, mio fratello si comporta come un’assistenza clienti.
“Sono sfocati? Prova a guardare in alto a destra, dove c’è la rotellina delle impostazioni”, dice. Filippo sosteneva che quell’aggeggio serviva, tra le altre ottomila cose, a riconoscere il modello dei vestiti che indossano le persone, così da poterli comprare online.
Appena poggiati gli occhiali sul naso, però, al centro della visuale sono comparsi dei paragrafi scorrevoli, che terminavano tutti con ok oppure avanti oppure accetta.
Niente di grave, se non fosse che non avevo alcuna idea di cosa farci.
“Hai installato l’aggiornamento?”, dice la voce di Filippo al telefono. “C’è la rete 7G, lì da voi?”. Gli occhiali andavano avanti da soli a impostare preferenze, si sovrapponeva perfino un filtro che rendeva la scrivania giallognola. Ogni volta che sbattevo le palpebre, dopo cambiava qualcosa. E se le trattenevo aperte, ma spostavo le pupille, succedeva qualcos’altro. Spuntava un riquadro con il meteo o una mappa del traffico. Compariva una barra di ricerca vocale.
“Aspetta, forse ho capito” dico. Non ci stavo capendo nulla.
Filippo rideva, ma gliel’ho sempre detto: non esiste niente di più drastico dei cambiamenti avvenuti tra le nostre generazioni. Chieda pure ai suoi colleghi tecno-fili del medioevo, che regalavano l’aratro al cugino. Vada a scandagliare tutti i periodi storici che traboccavano di innovazioni, e poi torni qui a dimostrare che la MIA mezza età non è stato il periodo più difficile per tenersi aggiornati dell’intera civiltà umana.
“Ma che altro hai premuto? Qual è la schermata adesso? Me lo mandi allora, questo screen?”.
“Non lo so, Filì”, rispondo. “So solo che la gente mi passa davanti, ma i vestiti non li vedo”.
“Forse è un problema di calibrazione”. La parola gli rimbalza nelle orecchie mentre la dice.
“Hai effettuato la procedura di calibrazione?”, ripete.
“Non lo so, Filì”, rispondo. “So solo che mi sembra di aver esaudito il sogno di tutti i liceali”.
“Che vuol dire? Mario? Ci sei? Mario?”.

*

Meloni, angurie, pere, pesche. Melanzane, cetrioli, salsicce. Patate e ancora… Patate.
Sotto le mie sopracciglia tese, le lenti mi stavano mostrando tutta l’ortofrutta dei passanti che timbravano il biglietto e passavano i tornelli.
Gruppi interi di turisti e neanche una giacca o un cappotto. Niente pantaloni, scarpe o boxer. Davanti al mio sportello sbiadito e costellato di ditate, serravo la mascella e deglutivo.
Vedevo tutti ad alta definizione, compresi i riquadri laterali che lampeggiavano di collegamenti. Menzionavano marche di abiti, pronti per essere ordinati.
Tutta roba che, in teoria, le persone che vedevo stavano indossando.
In pratica, erano tutti nudi.
Pelosi, depilati, tatuati, lucidi di sudore. Corpi interi fasciati da nient’altro che dalle luci fredde della stazione. Braccia che reggevano tracolle invisibili. Mani infilate dentro il nulla.
Dovevo dirlo a Filippo, invece di attaccare il telefono e continuare a lavorare con gli occhi sbarrati. Ma ammesso che fosse un sogno – pensavo – perché svegliarmi così presto?
All’improvviso, sentivo perfino rinnovarsi una certa curiosità per il futuro.
Ogni volta che dei passi echeggiavano dalle scale, mi mordevo le labbra.
Scendeva un avvocato a rinnovarsi l’abbonamento con nient’altro che pelle e curve, mucose e areole incluse, e il pantalone iniziava a cedermi. Poi sbucava un vecchio flaccido peggio di me, allora accavallavo le gambe e le cuciture si rattoppavano da sole.
“Come sta andando con gli occhiali?”, aveva chiesto Filippo in pausa pranzo. “Tutto risolto?”.
Dirgli di sì, quella è stata la colpa che mi imputo per davvero.
Il resto, quello che ho combinato dopo, l’avrebbero fatto tutti.

*

Attraverso quelle lenti, in mezza giornata potevo scrivere una tesi in anatomia. Diventare estetista. Dopo una scorpacciata di lap dance inconsapevoli sui tornelli, all’ennesima ondata di nudisti stavo iniziando a soffermarmi su altro, oltre le ovvie zone erogene.
Prima è toccato alle posture: tra una risma di biglietti e l’altra, timbravo anche l’andatura.
Convalidavo la chiusura delle scapole.
Incredibile quante scoliosi o cifosi o petti all’infuori si celino sotto cappucci e strati di lana.
Non ho più guardato nemmeno i presunti vestiti suggeriti dagli Oraw.
Dato che i rispettivi manichini camminavano sprovvisti, l’attenzione sviava.
Grazie allo zoom, stavo studiando la pelle umana.
Filippo mi aveva parlato dell’intelligenza artificiale, ma non credevo arrivasse a tanto.
Le lenti devono aver calcolato cosa stavo fissando nello specifico, perché hanno cominciato a evidenziare i segni particolari. Linee o frecce colorate indicavano cisti, verruche, acne, incrostazioni varie. Crateri di cellulite. Piercing e tatuaggi improbabili.
Fino al punto in cui ho convinto il collega appena arrivato a cedermi il suo turno serale.
In quel momento non era più solo un collega, ma anche una cicatrice dell’appendicite, un ombelico pieno di residui di stoffa, due brufoli sul petto e un pene che svaniva tra i testicoli.
Anche Miriam dello sportello accanto mi ha un deluso, con i suoi trucchetti nascosti dai non vestiti. Pelle flaccida, fianchi stritolati come orecchie di elefante, seno rialzato per mostrare la linea che tanto prometteva, in teoria.
Ma oramai non mi sfuggiva più nulla Proprio come le potenziali displasie di un turista che stava pagando il giornaliero, secondo la mappatura dei nei.
Tutto magico, surreale, ma ancora legale.
Fino all’arrivo di Flavia.

*

Gli affari altrui non mi avevano mai stuzzicato tanto da inventarmi scuse solo per approfondirli.
“Ha con sé il certificato contestuale di residenza?”, domandavo a un immigrato regolare, un padre con figlia per mano in attesa di un umile mensile, ma reo di nascondere dei graffi sulle cosce.
Tra una firma e l’altra, chiedevo: “Avete un gattino in casa?”.
Il poveraccio sentiva le metro sfrecciare via per sorbirsi quesiti come “che mestiere fa lei?”. Oppure: “possiede un terreno coltivabile?”.
Scoprire quello che non potresti, ti spinge a dubitare di chiunque.
“Uno scarabocchio qui, piccola, per lo sconto riservato ai bimbi alti meno del vetro”, inventavo. Tutto per poterle scorgere un attimo le dita, e marcare ogni segno utile. Tracce di pelle squamosa di suo padre sotto le unghie. Residui di sebo e lotte e terribili sofferenze.
Qualunque cosa che potesse ricondurla al mostro di suo padre, dandomi la possibilità di salvarla. Ma le dita della bimba erano colorate di smalto, e il suo viso più disteso e liscio dello sportello. Insomma, vedevo la gente nuda, stilavo classifiche di peni e culi divisi per etnia, ma non bastava. Bramavo un carnefice o una vittima, o magari entrambi in fila insieme.
E quando è arrivata quella donna, Flavia, a chiedere il rinnovo con i lividi sulle costole e degli aloni di botte sovrastati da traumi più recenti, allora dovevo salvarla.
Flavia, con quel sorriso timido e senza denti, le spalle chiuse, il collo incassato e le dita intrecciate. Con gli occhiali non vedevo né la sciarpa, né il collo alto con cui copriva le tumefazioni.
Ma la sua sofferenza gridava senza voce. Lampeggiava, senza bisogno di mostrarsi alla luce.
Forse è per questo che ho infranto la regola aurea dei bigliettai: aprire la porta laterale.
La scusa era una delle peggiori: “Lei è la milionesima abbonata, l’azienda le offre un anno gratuito e un lettore di e-book in regalo. Venga a ritirarlo!”.
Mi ero addirittura ricordato di uno dei gingilli che Filippo aveva rifilato a papà.
Avrebbe funzionato, se solo ne avessi avuto uno incartato per davvero.
Appena Flavia ha scoperto che non esisteva, le ho provate tutte. Sono partito da frasi dolci come puoi confidarti o posso aiutarti. Ma ha subito smesso di sorridere.
“Chi sei tu? Che cosa vuoi?”
L’ho ripetuto anche in aula: era l’unico modo per dimostrare che sapevo il suo segreto.
Ho dovuto sfilare gli Oraw e le ho chiesto scusa, più volte, mentre le sbottonavo il cappotto.
Ho ammassato spiegazioni su spiegazioni abbassandole la cerniera della felpa.
Lei restava impietrita, intanto che le sollevavo la maglietta.
“Spiegami chi ti ha fatto questi, allora!”, insistevo.
Mi stropicciavo gli occhi. I miei occhi veri, spogli da tecnologie, mi stavano tirando uno scherzo?
La pelle spoglia di questa Flavia sbucava liscia e rosata. I lividi erano spariti.
Stupido come sono, le ho anche spostato un seno per controllare.
Non c’era nessun altro dietro lo sportello, oltre noi due.
Dall’altro lato, però, i passeggeri in fila stavano guardando tutto.

*

Certi processi sono persi in partenza.
Nei primi anni duemila vigeva una sorta di solidarietà per i poveri analfabeti digitali. Si finanziavano corsi per insegnare il copia e incolla. Poi lo sviluppo tecnologico è stato così frenetico, che neanche la mangiatoia dei fondi pubblici è riuscita a stargli dietro.
Dunque non esistevano più attenuanti per chi non capiva un cazzo dell’intelligenza artificiale. Figuriamoci per chi ignorava il funzionamento di un algoritmo procedurale.
“Durante l’installazione”, mi ha detto Filippo,“avrai negato l’accesso ai dati. Gli Oraw monitorano i capi che segui per motivi di interesse legittimo, sai com’è… ”.
Vista la situazione, il mio parente tecno-filo preferisce lasciare spazio ai faldoni dell’avvocato.
“È esplicitato nelle condizioni del servizio: in caso di mancata accettazione al trattamento dei dati da parte dell’utente, i prodotti inquadrati dalle lenti risulteranno sfocati, e i rispettivi corpi, per tutela della privacy, sostituiti da modelli anatomicamente coerenti, strutturati casualmente sulla base di algoritmi di tipo procedurale”.
Riesco solo a dire: “Cosa cazzo significa, scusi?”.
“Che questi contratti sono blindati. Lei ha accettato i termini”, dice l’avvocato. “E inoltre…”.
Il rampollo si sporge verso di me, dall’altro lato della sua scrivania di mogano.
Sfiora con le dita quel legno solido, palpabile e analogico.
“Lei la molestia l’ha compiuta, e di fronte a decine di testimoni…”.
“Fossi in lei”, indurisco il tono: “Troverei in fretta qualcosa per scagionarmi. Le conviene…”.
L’avvocato indietreggia sul suo schienale di pelle vera.
“Mi sta minacciando?”, si acciglia.
Sfioro con un dito la montatura degli Oraw.
“Posso farla radiare dall’albo”, dico. “Non credo che l’ordine degli avvocati mostrerà tolleranza per quello che va combinando…”.
Le lenti evidenziano tutti i suoi buchi di siringa su entrambe le braccia. Segni di cinghie.
Eppure, questo giovanotto che si crede il principe del foro arriccia le labbra e scuote il capo.
Filippo, accanto a me, si passa una mano tra i capelli. Lui e le sue strane cisti sebacee sotto l’ascella.
Devo dirgli di farsele controllare.
“Scusi, eh, mi sa che mio fratello non ha ancora capito…”, dice.
E l’avvocato: “Direi proprio di no”.