Un merlo dalla testa bianca: l’ho visto saltare sul davanzale della finestra e sbattere maldestro contro il vetro. Un tonfo sgraziato e io che penso: cos’è, malato? Un cucciolo?
No, è solo strano. È solo che la sua testa diversa lo fa sbandare, come chi si ritrova un cuore straripante e non sa più con quali mani contenerlo.
Sembra saperlo, il merlo, di non essere adeguato. Slitta sul marmo del davanzale e poi giù, svolazzando, nell’erba fiorita di una primavera impetuosa. Si nasconde alla mia vista.
Sparisce e già mi manca. Me ne sto lì, dietro il vetro, a guardare il vento impazzare tra gli steli in un tagliente turbinio odoroso, e penso che avrei tanto voluto mostrarlo a qualcuno, il mio merlo speciale. Frattanto, i miei occhi si riempiono tutti del verde che irrompe invitto in larghe chiazze tra il cemento: è uno squillo di gioia.
(Si può essere vivi anche così, inconsapevoli, di una felicità fatta tutta di respiro)
zIl pensiero tra parentesi mi attraversa in tutta calma, con la lentezza vertiginosa del moto apparente delle stelle nel cielo, e io m’innervosisco, schizzando via dalla finestra come se scottasse. Mi volto verso l’aula vuota e schiaccio tra mani immaginarie le due parentesi, premendole l’una verso l’altra in modo da accartocciarne il contenuto in una poltiglia insensata.
Ecco: meglio.
Torno al banco vuoto su cui ero seduta prima di vedere il merlo e recupero la focaccia che mi farà da pranzo. Mi isso sul banco, i piedi a penzoloni e il grigio-bianco del mobilio della stanza ad abbagliarmi. Mangio piano e mi dico che a diciassette anni bisognerebbe essere più magri. Bisognerebbe avere meno corpo.
Penso alla mia amica Giulia, che poco fa era qui con me nell’aula e si sporgeva dalla finestra aperta, appoggiandosi al davanzale con la pancia. Metà dentro e metà fuori, si allungava verso qualcuno in giardino e rideva, e protendeva le braccia e dondolava, su le gambe e giù il busto, e non aveva paura.
(Che bella era!)
– Ehi, sei ancora lì?
È la voce di lei, mi chiama dal corridoio. Sento i suoi passi sereni calcare la scuola deserta e m’immagino i suoi piedi calpestare le parole tra parentesi che ancora una volta mi sono sgorgate dentro.
Peccato che Giulia non calpesterebbe nemmeno una formica: eccola che compare nel rettangolo della porta, il suo ombelico teso tra la cintura dei pantaloni e l’orlo della maglietta. Ha gli occhi blu e i capelli scuri e le labbra di chi ha già baciato molte volte e anche fatto l’amore e non ne prova vergogna. Mi sorride, anche se io sono una bambina e lei no. Anche se io ho paura del mio corpo e dei suoi desideri e lei invece corre nelle cose come farebbe un cane cucciolo. Anche se io vorrei versare la benzina sul mio cervello ipertrofico e dargli fuoco e lei invece non conosce odio.
Appoggio la focaccia sul banco.
– Ho visto un merlo con la testa bianca.
Giulia fa tanto d’occhi.
– Ma i merli non sono tutti neri?
Alzo le spalle.
– E dov’è andato? – m’incalza lei. Intanto, si avvicina veloce alla finestra e l’apre; lascia entrare il vento furioso, si appoggia con le mani al davanzale e piega i gomiti indietro. Si sporge fuori. Ancora. L’aria fa dei suoi capelli un cespuglio d’alghe spazzate dalla burrasca.
– Non c’è più! – grida.
Chiude la finestra e tira su col naso, dopodiché si volta e ha il viso striato di ciocche castane in disordine. Le sposta con noncuranza e dalla tasca tira fuori un orecchino a pendente con una piuma arancione.
– L’hai lasciato a scuola lunedì – dice – l’ho tenuto in camera mia.
Mi si avvicina e appoggia l’orecchino sul mio palmo proteso.
– Grazie.
A starle vicino sento l’odore del suo sudore; mi piace, mi ritraggo. Lei fa un sorriso furbo e si allontana.
– Allora, andiamo? Ci aspettano.
Prendo i resti della focaccia e salto giù dal banco: c’è la riunione del giornalino scolastico e noi abbiamo deciso di partecipare. Lei ci viene perché è pieno di ragazzi, io perché mio padre fa politica.
– Doveva essere carino, il tuo merlo testabianca – commenta Giulia con un risolino tenero, mentre i suoi jeans larghi ancheggiano per il corridoio.
– Era brutto – ribatto io mentre mastico gli ultimi rimasugli di focaccia, e subito mi pento e mi sento in colpa e penso che mi sono meritata l’abbandono del merlo, visto che l’ho tradito.
Rido a caso, per vergogna, e Giulia in tutta risposta mi guarda con fare materno e dice:
– Hai dei bei capelli.
Lo so, che è l’unica cosa bella che ho, mentre il resto è un corpo florido di adolescente che vorrebbe solo strapparsi di dosso seni e fianchi prorompenti per tornare bambina.
(E non dover fare i conti con l’eccitazione e il distacco. E la rabbia e l’amore)
Mi mordo i lati della lingua e mi dico: a diciassette anni bisognerebbe essere come Giulia.
Com’è poi successo che io mi ritrovassi, diciassette anni dopo, a guidare un’auto verso il funerale di Giulia, non lo so.
Fatto sta che guidavo e ripensavo al giorno del merlo testabianca, e al fatto che io Giulia dopo la maturità non l’avevo più vista. Stringendo il volante, sfrecciavo in superstrada verso un cielo nero come la morte, e sotto le nuvole un nitore sconvolgente di montagne, e con me in auto quel che restava dei miei compagni di liceo – i corpi adulti di tre di loro, con le anime rinsecchite dal giudizio e un fardello immane travestito da quiete.
La mia voce diceva cose tranquille, senza ombra di contrasto, e intanto il sole residuo, ai margini della tempesta, abbagliava i miei occhi troppo chiari.
– Mi ricordo di quando con Giulia frequentavo la redazione del giornalino – ho blaterato a un certo punto.
– Ah sì, i comunisti – ha commentato la donna seduta al mio fianco. Ha detto quella parola, comunisti, con nella voce un che di nasale che aveva già allora, al liceo, quando un po’ di rosso fuoco ardeva anche nel suo petto.
Non ho risposto.
Poi, le nuvole hanno inghiottito il sole e ha cominciato a grandinare. Niente di tremendo: grosse palle di ghiaccio quasi sciolto s’infrangevano innocue sul mio parabrezza e io continuavo a guidare, gli altri a parlare.
Eppure, qualcosa di turgido cominciava a occupare gli estremi della mia coscienza e premeva forte, prendendo a spallate i confini del mio strabiliante sistema difensivo di trentaquattrenne dispersa.
Niente di tremendo, anche stavolta: era un ricordo e aveva qualcosa a che fare col ticchettio della grandine sul vetro.
Si è insinuato, l’ho lasciato fare.
Una bambina di quattro anni è in piedi di fronte alla vetrata che dà sul giardino della scuola materna. Fuori c’è la tempesta e lei è da sola nell’aula a guardare i cubi di grandine accumularsi alla base della vetrata, come tanti dadi trasparenti lanciati lì dal caso. Il grigio dentro è più scuro di quello fuori, e così la bambina può guardare la grandine e al contempo scorgere la propria immagine riflessa dal vetro.
Si vede con gli occhi cavi, come se le sue orbite fossero vuote. Si vede a gambe larghe, e intorno ha il vuoto. Vede la violenza del temporale e il suono della grandine le imprime una forma nel fondo della mente.
(Una volta ha sognato d’essere una bambola maneggiata da giganti: questi la raccoglievano, ci giocavano un po’ e poi l’abbandonavano gettandola al bordo di una strada. Proprio come i cubetti di ghiaccio, adesso, sbattuti lì dal vento)
Non lo sa, che questa cosa che sente – la voragine buia che le mangia il respiro – è la solitudine. Cerca solo di chiuderla con le mani invisibili che sente di avere, da qualche parte, dentro il petto.
La grandine sciolta sul parabrezza sembrava neve – piccole biglie di neve scagliate per gioco da un ragazzino nascosto lassù, tra le nuvole.
– Wow, tempesta d’aprile – ho detto a mezza voce.
Dopodiché, siamo stati zitti per un bel po’. Si avvicinava il paese di Giulia e il momento del funerale, il che significava dover vedere coi nostri occhi la cosa imperiosa che si chiama morte e dire a noi stessi: succede.
Io guidavo e intanto con una mano tastavo l’orecchino con la piuma arancione che mi ero messa in ricordo di Giulia. Mi faceva impressione immaginare quell’orecchino appoggiato sul comodino di camera sua, tanti anni prima, per tutta la settimana in cui lei l’aveva custodito per me, e intanto ricordavo i miei pensieri di allora, pensieri pensati e subito censurati: la camera di Giulia, e lei che lì ci invitava i ragazzi per fare l’amore e divertirsi e ridere e non avere paura.
Quand’è che ho capito che il suono del merlo contro il vetro era lo stesso dei cubi di ghiaccio della bambina, lo stesso della grandine semisciolta che accompagnava il nostro viaggio verso una fine? Quando mi sono resa conto che già allora, a diciassette anni, il merlo che sbatteva goffamente contro la finestra aveva riacceso la memoria fonda di un suono vecchio – il suono dell’essere sola?
Non c’è stato un momento, forse: mi è cresciuto dentro qualcosa, mentre guidavo in silenzio con altri tre a respirarmi intorno, e alla fine lo sapevo.
Sapevo che il merlo ero io, e anche i cubi di grandine e il riflesso sul vetro. Sapevo che non si poteva più curare la solitudine con la solitudine e che non era più possibile riconoscersi nel fuori per consolare il fatto di non sentirsi dentro, di non percepirsi vivi. Sapevo che non dovevo più giocare con la materia della mia anima, spezzettandola in corpi altrui affinché non vivesse dentro il mio.
Entrando nel paese di Giulia, la grandine diminuiva fino a sparire e io ho abbassato il finestrino per far entrare l’aria pulita e gravida.
Il sole stava per tornare.
A diciassette anni pensavo: bisognerebbe essere come Giulia; e non trovavo il modo di splendere come splendeva lei, e mi struggevo nel tentativo di somigliarle. Non ero capace di esserci, giacché Giulia, in fondo, non faceva altro che esistere.
Adesso che lei è morta e non ho più scuse, lo so.
È così semplice.
Mi chiamo Giulia anch’io.