Nel futuro non ci saranno più cose brutte come la fame”. Se la frase che hai appena letto ti sembra un bello slogan farcito di buone intenzioni, qualcosa di auspicabile, è semplicemente perché ti manca il contesto.
Nel mio mondo, a duecento anni da ora, la fame è solo un ricordo. Per molti è un brutto ricordo, tanto che si racconta di bisnonni che la pativano davvero e qualcuno addirittura ne moriva. Per altri è una leggenda, perché non possono davvero credere che un flagello del genere sia esistito. E per altri ancora… beh, non ci pensano e basta.
Iniziò centocinquant’anni fa: ogni essere umano venne dotato chirurgicamente di una valvola chiamata “Digesta”, a sostituzione del cardias (lo sfintere fra esofago e stomaco), in grado di soddisfare tutti i bisogni del corpo a livello nutritivo. Il funzionamento era estremamente semplice: una volta inserita nel corpo dopo lo svezzamento e caricata con un primo kit di elementi essenziali (fibre, vitamine, proteine ecc.), nutriva il corpo rilasciando periodicamente tutto quello che serviva. La ricarica era settimanale, e avveniva tramite una pillola fornita dal governo. Ogni blister da 52 pezzi pesava sulle tasse dei cittadini pochi centesimi all’anno. Ogni volta che si inghiottiva una pillola, la Digesta inviava un segnale di OK per avvertire il governo che non avevi saltato il “pasto”. In questo modo potevano monitorare lo stato di salute di tutti senza grossi problemi. La pillola andava assunta solo quando compariva il segnale di KO, cioè quando le riserve erano vuote. Era impossibile non accorgersene: la pancia si illuminava di rosso come un semaforo. Non potevi nasconderti dagli altri e, soprattutto, il governo lo avrebbe saputo. Quindi, o usavi le pillole, oppure dovevi prepararti al TSO, perché la fame rende pazzi e solo un pazzo vorrebbe avere fame.
Per quanto all’inizio venne guardata con sospetto, vista come una cosa inumana, nel giro di pochi anni quasi tutti avevano una valvola Digesta impiantata nel corpo, pronta a ricevere le pillole, perché offriva diversi vantaggi evidenti.
Non dovevi più cercare cibo né cucinarlo, né pagarlo uno sproposito o fare i conti con le intolleranze. Digesta era accessibile a tutti perché gratuita, quindi non era un problema procurarsela. Negli anni la procedura si era talmente semplificata da diventare comparabile alla rimozione di un neo dalla pelle. In più era difficile che si rompesse, e solo raramente qualcuno doveva tornare sotto i ferri.
Il rilascio periodico dei nutrienti forniva un continuo senso di sazietà e di appagamento e così anche i disturbi alimentari, dall’obesità all’anoressia, con tutte le sfumature nel mezzo, erano stati debellati per sempre. Gli allevamenti intensivi erano storia e gli animali non venivano più allevati per essere macellati, così come non era più necessario disboscare chilometri quadrati di foreste per creare campi sterminati per la coltivazione di frutta e verdura.
Avevamo, come specie, sconfitto uno dei peggiori Cavalieri dell’Apocalisse grazie a una valvola e a una manciata di pillole. La fame era stata abolita mettendo il cibo vero fuorilegge.
E come accade sempre, il divieto non aveva abolito il desiderio: lo aveva soltanto raffinato.
Beh, il mio lavoro puntava proprio a sfruttare questo tipo di desideri. Mi ero fatto impiantare una sensory patch nella Digesta: un dispositivo clandestino capace di condividere in tempo reale le sensazioni che provavo, con chiunque fosse disposto a pagarmi sottobanco pur di sentire lo stesso tramite stimolazione sensoriale. Insomma, se avessi bevuto un bicchiere di latte tutti gli utenti collegati avrebbero sentito il sapore dolce e la sensazione di uno stomaco caldo, anche se per finta.
Di fatto, solo quelli che come me avevano una Digesta modificata potevano effettivamente ingurgitare il cibo senza rigettarlo: grazie agli anni di assunzione costante di alimenti “reali”, i nostri stomaci non erano completamente atrofizzati come gli altri. A un primo controllo saremmo sembrati come tutti. Solo una biopsia avrebbe tradito la nostra diversità e ci avrebbe fatti finire al muro. Per questo noi pochi privilegiati dovevamo ingerire le 52 pillole prescritte – o disfarcene in qualche modo ingannando nel contempo il sensore della valvola – e sperare che il segnale non andasse mai in KO. Anche le feci erano un problema: le mie, rispetto a quelle di un individuo “normale”, tendevano a notarsi di più, e richiedevano cautela. Ma meglio evitare i dettagli.
La settimana in cui tutto ebbe inizio, per la puntata del venerdì il mio contatto mi portò un limone. Era bello maturo, forse al limite del commestibile, ma era un limone vero. Non ho mai capito come Dax riuscisse a procurarsi quella merce, pur ipotizzandole tutte: una fantomatica mafia del cibo? Qualcuno con piantine illegali in cantina che rivendeva i frutti sul mercato di spaccio? Come al solito, però, mi tenevo le domande per me e lasciavo correre: per quello che pagavo, e per quello che i miei utenti sognavano di sentirmi mangiare, non valeva la pena rovinare i rapporti.
C’erano 48721 utenti già connessi, e il numero continuava a salire, secondo dopo secondo.
Cliccai Live.
«Allora, miei piccoli fuorilegge, oggi faremo la più aspra delle esperienze: mangeremo un limone!».
Il limone pesava nella mano come una reliquia. La buccia era rugosa, imperfetta, viva, diversa dalle superfici lisce e sterili a cui eravamo abituati. I sensori della patch iniziarono ad accendersi producendo un ronzio familiare: migliaia di bocche virtuali si stavano preparando ad aprirsi insieme alla mia.
«Pronti?», dissi, anche se sapevo che lo erano più di me.
Affondai i denti nel primo limone della mia vita e l’acido mi esplose in bocca come un cortocircuito. Le ghiandole salivari impazzirono, gli occhi mi si strinsero e i brividi mi attraversarono la schiena. Non era solo sapore: era astinenza. Assenza di equilibrio, di controllo, di quella sazietà eterna e artificiale che la Digesta garantiva. Per la prima volta dopo anni sentii lo stomaco contrarsi, protestare, chiedere. Fame vera, improvvisa, acida.
Dall’altra parte della rete arrivò l’onda.
Urla soffocate, gemiti e risate isteriche. Qualcuno si scollegò di colpo dalla paura, altri aumentarono il bitrate per sentire di più, arrivando al limite di banda. La patch segnalava picchi anomali: corpi nutriti alla perfezione ora reagivano a uno stimolo, quello sepolto sotto centocinquant’anni di pillole, che si stava risvegliando. Le valvole stavano cominciando a malfunzionare.
E allora capii. La Digesta aveva sconfitto la fame biologica ma non aveva mai sfiorato quella più antica: il desiderio. Il bisogno di mancanza, di attesa, di vuoto, che si era soltanto assopito. Fino a quel momento i miei utenti avevano pagato per assaporare senza rischi, ma quel singolo limone aveva cambiato tutto. Avevamo trasformato il nutrimento in un servizio pubblico, lasciando però morire il senso stesso del voler mangiare. Ora tornava alla riscossa, dopo decenni di quiete.
Addentai ancora il limone, sorridendo, provando il gusto del proibito e instillando un seme di follia in chiunque mi stesse seguendo.
Tutto ciò aveva un sapore incredibile.
Il mio fetish non era tanto il senso di pienezza, quanto la sensazione più viva e proibita di provare quel gusto. Fino a quel momento avevo dato ai miei utenti solo un assaggio, ma adesso potevano vivere l’esperienza direttamente sulla loro pelle rischiando la vita.
Una volta finito quello straordinario pasto lo stomaco cominciò a lampeggiarmi di giallo sotto la maglietta e diversi utenti della chat, presi chi dal panico e chi dall’euforia, descrissero la stessa cosa. Il sistema stava registrando qualcosa che non tornava, un input imprevisto generato da nutrienti non certificati. Sensazioni non approvate o non conformi.
Nella barra superiore del browser avevo attivo il feed di notizie della mia zona. Mi serviva per capire se, durante lo streaming, mi stessero tracciando e se fossi in pericolo.
Lessi: “RILEVATA ANOMALIA DIFFUSA – SINTOMI INCOERENTI CON CARENZA PERCEPITA. RESTATE NELLE VOSTRE ABITAZIONI IN ATTESA DI SOCCORSI.”
Non ero più solo io. Come un virus avevo infettato, con le mie sensazioni, tutti quelli che si erano collegati a me, anche se solo per pochi secondi. Avevano cominciato a sentire il richiamo del cibo. Non per sopravvivere, né per il gusto del proibito: era diventato un bisogno fisiologico, cieco, come una droga per chi è in astinenza. E una volta risvegliata, quella fame non si poteva più spegnere con una pillola.
Sputai i semi nel palmo della mano che mi stava tremando. Erano piccoli, bianchi e insignificanti, eppure contenevano una possibilità che il governo aveva cancellato quasi due secoli prima. Sotto la maglietta, la luce gialla quasi tendente al rosso smise di lampeggiare, fino a che si fermò del tutto. Il succo di quel limone doveva essere stato talmente acido da aver corroso la mia Digesta modificata.
Sorrisi alla webcam mentre raccoglievo i blister di pillole e vi inserivo i semi. L’idea era quella di scappare e piantarli da qualche parte.
“Nel futuro non ci saranno più cose brutte come la fame”, dicevano. Ma nessuno aveva promesso che non sarebbe tornata a cercarci.
Simone Palmiotti
Cresciuto a Torino, è incuriosito da tutto ciò che può essere compreso fra “come funzionano le stelle” a “perché le formiche si muovono incolonnate”, appassionandosi a tutto ciò che gli passa davanti. Avido lettore, scrive brevi racconti fin da piccolo. Tiene ancora oggi un blog in cui riversa tutto ciò che gli piace, mentre suona il basso e lavora come informatico. Le cose più complesse lo affascinano e trova nella fantascienza uno sfogo, sia per i dilemmi etici sia per la tecnologia e le sue rappresentazioni.