E sì che m’aveva chiamata da subito a quel modo, ma a me mica importava così tanto, del mare, gli dicevo, Dammi tempo, gli dicevo, e vedi come poi ti sparisco da sotto il naso, così, puf!, mi rivedrete, certo, ma al cinema, o in qualche pubblicità sui cartelloni, quelle del borotalco o della carne in scatola a lunga conservazione, che all’epoca era un lusso dei lussi e mia madre, le mani sporche di sugo fino al gomito, mi strattonava per il bavaglio del vestito, sempre di corsa ero, per via delle comande al ristorante, quelle non si fermavano mai, soprattutto quando c’erano i tedeschi durante la guerra, Frau Rina, mi dicevano, Kartoffen!, e io su a girare i tacchi e di volata da mia madre e dalla zia: quelli solo patate volevano mangiare, e pesce, tanto pesce, fino a farsi scoppiare le ganasce. Ché poi il mio piacere più grande era correre da lui, anche se fingevo d’arrabbiarmi per quel nomignolo da pescatori, Fragola di mare, mi diceva fin da quando ero una mocciosa tutta croste e muco, era per via dei capelli, sai, gli stessi che hai tu, e per queste lentiggini inspiegabili, Sei figlia di normanni, mi diceva lui, Son figlia tua, gli rispondevo io, e giù a sbrogliare le reti, a tirare la barca in secco, che da piccola era divertente, sai? Sempre scalza stavo, e in costume da bagno, dalla mattina alla sera, ma poi era venuta la recita e m’avevano messo a cantare la canzone della scarpetta, travestita da maschio ero il maggiordomo del principe e facevo provare la scarpetta perduta a Cenerentola, Se la scarpetta dorata il piede ti calzerà, ero secca secca, sai, rachitica, magra lo ero già da prima della guerra ma con la guerra era peggiorato tutto e Kartoffen!, e io Ja, Kommandant!, e loro giù a ridere, Maiali, gli dicevo, ma con i denti tutti tirati fuori in un sorriso lustro lustro che mica ci capivano niente, quelli, Va’, dallo ai porci, diceva mia madre, Va’, portalo al porcile, diceva la zia, ché quelli ghiande e sporco e fango si meritavano ma mica lo si poteva dire, e quindi patate, patate e nient’altro, e anche pesce se per questo, con certi sputacchi che ci facevo su io, puh!, e come se li pappavano, i pesci, conditi a saliva e rosmarino, Che bontà! Mamma mia!, gli dicevo schioccando un bacio sulla punta delle dita, e quelli giù a ridere, i maiali, a ridere di gusto.
La guerra le ha bloccato la crescita, diceva mamma, che a quattordici anni signorina non lo ero ancora diventata, e mamma certe preoccupazioni aveva, farmi fare la sguattera a vita e la zitella, Piatta come il ferro caldo m’è uscita, diceva: io davanti allo specchio ripetevo l’Odissea e recitavo Sbarbaro con le noci in bocca senza lasciare tracce di sputo sulla specchiera, A volte, mentre vado per le strade della città tumultuosa solo, mi dimentico il mio destino, non potevo permettermi di mangiarle, le parole, perché lo dovevano capire che un giorno la fama m’avrebbe portata via, sissignore, ferro caldo o meno, stampata sui manifesti, sui cartelloni del cinematografo, e papà lo diceva che ero una mula, testarda ma allegra, che sullo scoglio scuro porta l’allegria, diceva, Come le fragole di mare che spruzzano colore in faccia alla risacca, e io giù a fare linguacce a lui e al Tonio suo compare, Quella Caterì, gli diceva Tonio in un modo che a me piaceva, e mi faceva correre più forte, con più gusto, e fare i tuffi di testa più dritti che potevo.
Certo, era papà che a nuotare m’aveva insegnato, mica Tonio. M’aveva insegnato al modo della gente di mare che i figli li caccia in acqua: eravamo al largo, dove non si tocca, insomma mi butta in acqua che manco me ne accorgo e Come i cani!, gridava dalla barca mentre trangugiavo acqua salata, Come i cani, Caterì!, e io che muovo braccia gambe culo e sto a galla e giro in tondo, in tondo, prima su me stessa, poi intorno alla barca, la lingua penzoloni e il mento in alto, proprio un cane sembravo, mi sono messa ad abbaiare, pure, e a girare in tondo, in tondo, perché sulla barca mica ci volevo risalire, con mio padre che dava certe remate nell’acqua, Vieni su, Caterì, e io che abbaiavo e andavo lontano ̶ Basta così, Caterì! ̶ più lontano ancora.
E insomma che con questa storia della recita mica me li toglievo dalla testa, il teatro e i balletti e il musical, tutto, Brava, Caterì, mi avevano complimentato tutti, sai, più che a Cenerentola, lei la faceva la Jole e giusto i boccoli biondi e la pelle chiara ci stavano, per il resto un’aria da sardina impalata che pure i piedi al principe pestava nel ballo, io no, Se la scarpetta dorata ̶ e con un inchino mostravo la scarpa splendente con un vero tacco da signora ̶ il piede ti calzerà ̶ e guardavo il pubblico allargando le braccia, e il pubblico applaudiva, era una magia, mi dicevano le insegnanti, li tenevo in pugno, da allora nessuna recita mancai, mi davano parti da protagonista e negli eventi istituzionali Mandateci la Rina, dicevano, e io che lucidavo coi polsini le scarpe di vernice e mettevo il vestito buono della messa e mia madre, le mani sporche di sugo fino al gomito, Qui c’è da lavorare, Caterì! Ma niente, correvo via a recitare, che poi tutti mi battevano le mani e le vecchie del paese specialmente mi carezzavano le guance, le mani callose al sapone di Marsiglia, Brava la Rina, dicevano, e poi via di corsa al ristorante, Kartoffen!, e papà se ne teneva bene alla larga, dal ristorante, diceva che o lui ammazzava loro, i tedeschi, o loro lui ed era meglio per tutti se se ne stava a contare le pinne al largo e nessuno faceva male a nessuno.
Lui sì che mi stava ad ascoltare, sempre: con la lenza riavvolta tra le labbra e il pesce in cassetta, m’interrompeva a volte solo per dirmi Va’ piano, Caterì, prendi fiato, respira, e Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti, con una mano battevo il fianco del barchino e mio padre mi guardava e sorrideva e annuiva, Bella memoria che tieni, Fragolì, e Arriverà il giorno in cui aiutare la mamma, tu pensa a quello che ti piace ora, a quello che sai fare, ché a portare i piatti fai sempre in tempo, e quando mamma allora chiamava dal sottoportico ci andavo più volentieri, scappavo via sollevando un gran polverone che Tonio le mani sugli occhi si metteva, Quella Caterì, diceva, e io mi voltavo senza smettere di correre, all’indietro, l’acrobata facevo, la buffona, Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare, e Tonio così con la mano, faceva, come a scacciare una mosca o un piccione, ma io ero già volata via ché i piatti andavano portati caldi o i clienti chiedevano la riduzione sul prezzo, e le sberle quelle poi non me le avrebbe levate nessuno.
La zia entrò durante le prove all’oratorio. Ero riversa a terra e sussultavo con spasmi e singhiozzi che stavo quasi per far piangere il Giobatta: chino sopra di me, era, col fiatone dopo l’aspro duello, Clorinda perde la vita uccisa da Tancredi che in realtà è l’amore suo, ed ero sdraiata mentre supplicavo il battesimo e di avere salva l’anima quando la zia entrò, sentimmo la porta in fondo cigolare forte e sbatacchiare, al muro c’erano ancora le decorazioni di Natale appese e ricordo che ho pensato Ora cade l’angelo, perché entrò tutta trafelata, zia Adele, e non sapeva che aprendo così la porta l’angelo di cartapesta appeso in bilico lì sopra volteggiava come fosse vero, Ora cade l’angelo, ho detto, ma penso che solo Giobatta abbia sentito, perché la signorina Armanda con il copione in mano era stata tutta ferma e zitta, l’aveva capito che c’era qualcosa che non andava, nella zia, lo vedeva nei capelli, nella faccia, nella bocca, nel modo in cui trascinava i piedi verso il palco e non si sentiva altro, solo il fruscio dei festoni scossi dalla folata della porta che s’era aperta e richiusa. Disse qualcosa alla signorina Armanda e lei mi guardò e fece Oh, e gli altri a quel punto cominciarono ad agitarsi, a lanciare per aria gli spadini di legno e le armature di cartone, io no, perché la signorina Armanda a me m’aveva guardato e si era messa la mano davanti alla bocca, così, quindi mi alzai e andai verso di loro, e ora sentivo pure lei cosa diceva, la zia Adele, Piccola cara, diceva, Piccola cara, e dopo eravamo io e lei dirette verso la porta, non mi ero neanche tolta l’elmo, mi sono voltata e vedevo la signorina Armanda battere le mani, dire Ragazzi ora basta, tutti ai posti, e la zia che poco prima che riaprisse la porta le ho fermato il braccio, le ho detto Faccio io, zia, e piano piano ho aperto la porta con l’angelo che si è mosso delicato e come spostato da un soffio.
Al funerale di mio padre ci stava tutto il paese, era per via del ristorante, e del pesce, ovvio, con quel pesce così ti fai amici tutti, persino i maiali tedeschi che adesso stavano cominciando ad andarsene, proprio ora che papà si era rovesciato con la bocca aperta sulla sabbia, una mano al cuore e Tonio subito era andato di corsa da mia madre, le mani sporche di sugo fino al gomito, se le mette sulla faccia, le mani, se le mette nei capelli, e quando torniamo con zia Adele la trovo così, seduta al bancone tutta spruzzata di rosso e io non resisto e Fragola di mare, le dico, ma lei mi guarda e sembra non vedermi, non capirmi, che lingua parlo, non so se mi riconosce, ho l’elmo e tutto e sono Clorinda, la zia mi tocca la spalla, io guardo mia madre, Fragola di mare, ripeto, e quando comincia a piangere io corro, corro finché non c’è più sabbia sotto i piedi e i piedi rallentano, i piedi affondano, si staccano dal fondale melmoso, perdono peso, galleggiano, e Come i cani, Caterì!
Che poi mica lo avrei mai detto, che mi guardavo questo pezzo di mare tutta la vita. Ci ho creduto alle mie parole d’adolescente alitate sullo specchio, ma gli anni passano e il ristorante è tutto quello che ti resta, e l’unica recita che fai è quella del menù del giorno, guazzetto di cozze e polpo con Kartoffen e gli anni che passano, e capisci che non hai altro modo di essere felice, tutto sommato lo sei, anche se vorresti che fosse un fondale, questo mare, e vorresti strappartelo dagli occhi. Non so cosa ne penserebbe mio padre, probabilmente che è difficile che patelle e molluschi e fragole di mare si stacchino dal loro scoglio, anche se il mio destino, chissà, era diverso, e magari lui l’ha creduto davvero, sai, nonostante nessuno si ricordi più ormai di me, della Rina, delle poesie declamate, delle recite parrocchiali, della rosa che tuo nonno durante una pomeridiana gettò in proscenio ai miei piedi, t’accorgerai che sono le piccole cose che ti costringono a rimanere, ti trovi a ricontarle sulle dita, una a una, la rosa ai piedi che raccogli in un inchino, i capelli sporchi di sugo, la barca tirata in secco, il nome che non vuoi, a volte non si può fare altro che rimanere, capisci, rimanere e basta, e spruzzare colore in faccia alla risacca.