Fantasmidi Eva Luna Mascolino

Anche quella notte fu puntualissima. Apparve nel solito incastro di tempo, fra le due e mezza e le tre. Un’ombra luminosa nel regno del sonno – sonno che ormai lui aveva smesso di invocare, e che tanto non sarebbe arrivato neanche se si fosse ingozzato di sonniferi o fiori di Bach.

Il loro appuntamento era un criptico patto di sangue. Lei diceva qualcosa che lui spesso non capiva. Un paio di frasi al massimo, proprio sopra al frastuono del resto del mondo, poi scivolava via, inghiottita in un silenzio quasi sacro. Lui restava immobile, gli occhi pronti a riconoscerla, la testa veloce a registrare ogni singola parola nella memoria. Si sentiva per un attimo galleggiare in uno spazio-tempo anomalo e intimo. Assorbiva l’energia di lei, che fosse mesta o allegra, e solo dopo chiudeva gli occhi e si concedeva quattro ore di riposo.

C’era stato un periodo, sei mesi prima, in cui aveva temuto che lei si stesse dimenticando di lui. Che avrebbe lasciato sfilacciarsi il cordone ombelicale al quale erano rimasti aggrovigliati dopo la loro separazione. Per cinque notti di fila, infatti, lei era svanita. Poi, non sapeva perché, era ricomparsa. Aveva accennato a una vecchia filastrocca che in qualche occasione doveva avere recitato di persona anche a lui, quando facevano ancora l’amore tutte le sere. Era stato da quel segnale che lui aveva intuito quanto lei gli fosse ancora legata e con quanta difficoltà la separazione fisica avrebbe potuto fare perdere all’uno le tracce dell’altra.

A un osservatore esterno la situazione sarebbe sembrata certamente grottesca. Aveva provato a raccontarlo ad alcuni amici, ma le loro facce allungate e perplesse lo avevano persuaso a non regalare al resto del mondo troppi dettagli. D’altronde, com’è che sosteneva quello scrittore? Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono. Fitzgerald, forse. O era Wallace? Sta di fatto che imparò presto a costruirsi una recinzione segreta, che oltrepassava tutte le notti con un gusto sempre più colpevole e sollevato insieme.

I suoi colleghi credevano non avesse il loro stesso fegato e rientrasse entro le due durante le uscite di gruppo perché non reggeva bene l’alcol o magari perché sennò la mattina non sarebbe stato capace di arrivare puntuale in ufficio. Idem sua madre, che non gli consigliava più di comprare quegli impacchi di valeriana miracolosi, convinta com’era che il figlio da mezzanotte in poi dormisse senza più fare incubi.

I brutti sogni, effettivamente, erano finiti. La fase di elaborazione del lutto era stata superata, benché in una maniera fuori dal comune. Ora che lei lo prendeva virtualmente per mano appena cambiava la data del calendario, lui non aveva nulla da temere. Il loro amore era ancora lì, impacchettato per bene e nascosto in fondo a un armadio. E lui era grato per l’equilibrio che avevano raggiunto, per il modo in cui di giorno riusciva a non pensarla e di notte aspettava invece che lei rispettasse la tacita promessa che si erano fatti.

Di tanto in tanto, bisogna ammetterlo, lo pungeva la tentazione di sgarrare. Di distogliere lo sguardo dal resto del mondo per tornare a piantarlo lì, dove sapeva che avrebbe potuto cercare nuove tracce di lei. Appena capitava, innescava allora una routine a prova di bomba, che consisteva nell’alzarsi se era seduto o nel sedersi se era in piedi, e procurarsi un bicchiere d’acqua. Oscurava una sete placandone un’altra. Subito dopo si accendeva una sigaretta, tamburellava con le dita sulle ginocchia la colonna sonora di Star Wars o si puliva gli occhiali con il panno azzurro che teneva in tasca, in base alla circostanza e al luogo in cui si trovava. Di solito il metodo funzionava e lo teneva al riparo da scelte avventate, delle quali avrebbe potuto pentirsi subito dopo.

Soltanto una mattina gli era successo di non riuscire quasi a contenersi. Era in sala d’attesa dal cardiologo, doveva fare un controllo perché la valvola mitrale gli stava causando delle fitte parecchio intense e mentre era seduto lì con le gambe accavallate, una donna aveva rimproverato una ragazzina che era appena inciampata per sbaglio contro la pianta accanto alla portafinestra. La bambina si era rialzata, si era lisciata la gonna con le sue piccole mani ed era corsa a sedersi con lo sguardo rivolto a terra. Un evento da niente, si dirà, se non fosse che la piccola si chiamava esattamente come lei. Scombussolato dalla coincidenza, d’un tratto avrebbe voluto misurare a grandi passi la stanza e tornare a casa, raggiungere la propria camera e sdraiarsi sul letto senza che nessuno potesse spiarlo, per invocare la sua personalissima ninna-nanna dai capelli ricci – che sarebbe apparsa solo se lui si fosse trovato in quella esatta posizione, altrimenti che accordo sarebbe stato, il loro?

Era scattato in piedi e aveva strofinato per bene gli occhiali, affacciandosi con aria noncurante verso il paesaggio urbano al di là dei vetri. La segretaria era nello studio del dottore, per cui non avrebbe potuto chiederle un bicchiere d’acqua, né avrebbe potuto fumare in balcone, perché via, con quei dolori e a due passi dai pazienti di un cardiologo non sarebbe stato il caso. Aveva fischiettato quindi un motivetto di George Lucas e con il palmo sinistro aveva provato a cacciare lontano l’insensato desiderio di mettersi in contatto con lei prima del tramonto. Era stata una fortuna che il medico gli avesse fatto cenno di accomodarsi pochi minuti dopo, altrimenti chissà come sarebbe andata a finire.

Memore dello spiacevole episodio, in seguito provò a prendere qualche precauzione in più, come recitare mentalmente delle preghiere o scambiare quattro chiacchiere con la persona che gli era più vicina, fosse anche stata un’estranea – la prima idea aveva una natura apotropaica che lo tranquillizzava, la seconda lo avrebbe fatto sentire un altruista a costo zero: meglio di così…

Com’è chiaro, la faccenda aveva parecchi lati negativi. Doveva contare sul suo sangue freddo e su una buona dose di lucidità, se non voleva finire da una medium o, peggio, da uno strizzacervelli. Nessuna delle due ipotesi lo allettava particolarmente, un po’ perché preferiva evitare che subentrassero intermediari nei suoi incontri con lei, un po’ perché aveva paura che perfino loro si sarebbero rifiutati di capirlo e gli avrebbero spillato del denaro per il puro gusto di prolungare la sua agonia.

Di conseguenza, stava bene attento a come parlava di lei con amici e parenti. La regola d’oro era non nominarla mai per primo ed evitare di sobbalzare o di sbattere in fretta le palpebre se qualcuno gli rivolgeva una domanda mirata. La versione ufficiale era che lui era stato in grado di distaccarsene, di raccogliere i cocci della propria esistenza anche senza di lei, e che non la pensava poi troppo spesso. Funzionava bene al punto da fargli ricevere ogni settimana sincere pacche sulle spalle, svariati complimenti commossi e una buona dose di stima generale da parte di chi aveva conosciuto anche lei.

Lo status quo gli permetteva di avere la giusta privacy diurna e un livello di appagamento notturno ideale. Non gli era mai passato per l’anticamera del cervello di aspettarsi di più da quegli incontri fugaci, né avrebbe rinunciato a loro in nome di un futuro diverso, in cui lei non fosse più contemplata nel suo orizzonte quotidiano. La sua condizione era accettabile, lo rinfrancava con carezze suadenti e, in particolare, non lo faceva sentire in colpa.

Dopotutto era stata lei ad avere scelto quel rito, no? Non lo aveva mica consultato al riguardo: aveva iniziato a palesarsi e stop. Che lui volesse accogliere la sua presenza o meno, lei c’era. Si faceva quasi toccare, viva com’era. Si lasciava intravedere là dove abitava adesso, discreta ma travolgente. Non accennava a nessuna sofferenza, né aveva mai l’aria scocciata, anzi. Si raccoglieva intorno a una cornice di benessere sovrannaturale in cui lui era sempre il benvenuto.

Sì, maledizione, era stata lei a dare il via al loro gioco, a infilarsi di nuovo e con prepotenza in quell’inaspettato canale di comunicazione. Lui non poteva che prenderne atto, rimanere sveglio e tenere lo smartphone a portata di mano. Quando lo sentiva vibrare sul comodino e vedeva il led accendersi di giallo, lo agguantava smanioso e inghiottiva un po’ di saliva. Non diceva niente ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono – Ernest Hemingway, ecco chi l’aveva detto.

Anche quella notte lei fu puntualissima. Come una notifica gli segnalò all’istante, lui notò che aveva cambiato l’immagine del profilo: era seduta al tavolo di un bar mentre sorseggiava una bevanda calda da una tazza arancione. In pochi minuti e nonostante l’ora tarda, aveva già ricevuto dodici apprezzamenti. Tredici, con il suo. Non male. Sotto la foto c’era una didascalia che non tardò a leggere, sicuro di trovarvi il riferimento del giorno al loro legame indissolubile: Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento (W. Shakespeare).

Spense il telefono e riappoggiò la testa sul cuscino con un sorriso estasiato. Lo aspettavano le quattro ore di sonno più rigeneranti del mese.