Ethiopian Airlines di Giacomo Cavaliere

L’estate dura sempre di più. Il sole scalda l’aria oltre i quindici gradi e anche l’acqua, dopo il primo contatto, non sembra poi così fredda. Ma lo è, e ritorna gelida in fretta quando le narici cercano d’emergere nell’intervallo tra i cavalloni. C’è bel tempo, il mare pareva calmo quando il peschereccio è partito da Bengasi. L’equipaggio parla afar, la donna ne riconosce i fonemi, mentre stringe al petto il figlio di un anno e sigilla con la sua la manina di quello più grande, schiacciato tra il suo fianco e le costole in rilievo di un ragazzino della Sierra Leone. I soldati che sono entrati nel suo villaggio del Tigray erano eritrei e parlavano afar, e hanno fatto quello che hanno fatto parlando quella lingua, senza scrollare la testa né storcere il naso. Perché dal suo villaggio erano convinti che fossero passati i ribelli; sarebbe stato meglio se li avessero trovati, così avrebbero evitato di punire le donne che li avevano sfamati e rimessi in forze prima che se ne andassero senza lasciare traccia del loro passaggio. Sono più di centoventi sul barcone, spinto da tre motori fuoribordo con impressa la scritta “350”, solo due dei quali funzionanti. Raggiunta la distanza prescritta, i due eritrei occultati tra i passeggeri del barcone si tuffano in mare, l’equipaggio del peschereccio sgancia la catena dal ponte, scioglie i nodi di giunzione, taglia le cime troppo strette e bagnate per essere slegate e lascia il barcone alla corrente, mille e passa chilometri prima della loro destinazione, qualunque sia.
Dall’altra parte del mare, qualunque terra è quella giusta. Nessuno, durante i sei mesi passati in Libia, ha mai promesso di portarli a destinazione, lì dove s’aspettano di trovare la civiltà. Quella sì, gli è stata promessa. Un’indigenza migliore, dove anche la povertà è vestita di benessere.
Il ragazzo sierraleonese stringe di continuo i due lacci di scarpa legati insieme da un nodo piano attorno alla coscia, trafitta più volte dalla lama di un piccolo coltello a scatto col quale il poliziotto aveva tranciato la camera d’aria del gommone. Il laccio non si stringe, non resta in tensione e l’umidità non permette alle ferite di rimarginarsi. Il sangue si nebulizza come polvere colorata nella pozza in cui tutti immergono i piedi e che puzza del piscio di quelli che s’imbarazzano a calarsi le brache per farla fuori bordo. Non è al suo primo viaggio e forse nemmeno quel gommone era stato il suo primo tentativo, visto l’ardore con cui ha tentato di difenderlo.
La vita nell’entroterra ha insegnato alla donna a guardare il mare come a una promessa di morte; allarga d’istinto le braccia per stringere a sé le nuche dei figli e avvertire sul costato la pressione del più prezioso dei tesori, per rispondere alla minaccia dell’acqua con un gesto comprensibile all’intero universo: non li avrai. Qualcuno l’ha avvertita che, adesso, le estati in Europa sono più calde e asfissianti delle loro, l’economia precipita e hanno riscoperto anche la guerra, ma nessuna brutta notizia valeva la rinuncia. Neanche ora, neanche potesse invertire la rotta e ridiscendere il continente fino a casa. Nessuno su quel pezzo di legno e ferro arrugginito ha però intenzione di mettere radici, né d’abituarsi troppo al clima, tutti i viaggi sono uguali, si spera sempre nel viaggio di ritorno. Casa non sarà mai brutta abbastanza. Una nuova vita non sarà mai abbastanza nuova o abbastanza vita, lontana da casa; il cuore non si lascia trasportare, non sente ragioni e inciampa nella logica, come un gatto anziano troppo affezionato ad arredi e pareti per traslocare insieme alla famiglia. Casa è casa, come la mamma: non si sceglie.
Cala la notte, il vento sale, i flutti si gonfiano e tre uomini armeggiano coi motori privi di copertura. Con la notte torna anche l’inverno, con tutto il suo corredo naturale di freddo e nebbia che i giorni limpidi e tiepidi fanno dimenticare. Non c’è modo di sapere quanto mare abbiano percorso, quanta strada lasciata alle spalle, quanta ancora ne abbiano davanti.
La corrente potrebbe aver invertito il senso di marcia e niente impedirebbe di trovarsi a inciampare in una motovedetta della Guardia costiera – e allora non ci sarebbe più niente da fare, nessuno le restituirà i soldi, nessuno gliene darà degli altri per ritentare, le porteranno via i bambini e la seppelliranno in qualche buco finché non riusciranno a venderla come schiava di famiglia.
Per tutta la notte armeggiano coi motori e continuano anche dopo che una fiammata fonde il poliestere della felpa sulla pelle di un uomo che grida e piange in amarico. È etiope anche lui. Nessuno può lasciare la sua posizione per spostarsi e non può che gettarsi nel buio siderale del mare. Qualcuno prova a tirarlo su, ma trenta centimetri di nero insondabile separano le mani che tentano d’afferrarsi a vicenda. Pochi minuti di grida prima che il fruscio del vento le fagociti, la corda fradicia resta a galleggiare sulla superficie d’ardesia.
Una parola araba aleggia tra i respiri affannati: khalas. Andato, finito.
Il cielo si schiarisce del cobalto dell’alba, cartoni e giornali non tengono più, l’acqua filtra dalle toppe di metallo allentate dal beccheggio, la chiglia punta dritta al fondale, come il cranio reclinato in avanti dalla rassegnazione di un podista allo stremo. L’unico motore ancora vivo funziona al venti percento e tossisce scarichi esausti che infiammano le gole e saturano i polmoni. La nebbia nera non gli permetterebbe di guardarsi in faccia neanche fosse giorno.
Il naso tenuto all’insù, gli occhi dritti verso un cielo sfacciatamente azzurro e senza nuvole. La carezza di una tiepida mattinata invernale quieta le acque, la barca s’affossa sul lato, langue a pelo d’acqua con la sua popolazione aggrappata come formiche attorno a un pezzo di torta. Adem, il figlio più grande, è aggrappato al copertone che serve da parabordo. Il rombo dei motori a getto degli aerei di linea sopra le loro teste sembra poterli risucchiare in cielo. Questo procede nella direzione opposta, come quello prima e quello prima ancora, ammesso che loro siano rivolti in quella giusta. Senza bussola è difficile saperlo.
Adem tiene gli occhi sugli enormi angeli d’acciaio finché non è costretto a restituirli all’orizzonte, gli sembrano più bassi di quando li vedeva dalla terraferma. E non ne ha mai visti così tanti in una porzione così piccola di cielo.
Si abbassano, siamo quasi arrivati, siamo quasi arrivati.
«Mamma, dov’è Sani?»
Lei non risponde, affonda le unghie nel legno marcescente della chiglia rivestita di molluschi. Piccole gocce di sangue rosa tracciano sentieri sulla vernice scrostata, immediatamente lavati dall’acqua. Lei gli afferra il polso e lo stringe come fosse cosa inanimata, lui capisce di potere lasciare la presa sulle teredini affilate. Lo trascinerà finché ne avrà le forze. E ne avrà la forza finché sarà viva e vive saranno le sue dita. La corda avvolta attorno al polso strozza l’afflusso del sangue e il suo avambraccio comincia a gonfiarsi, la schiena cede all’indietro, l’abbandono del peso stringe il giro di corda, ma il relitto ancora resiste. Se dovesse andare a fondo – no, non se, quando – mollerà il braccio di Amar così da non tirarselo dietro e allora sarà solo, senza corde e senza appigli. Ha imparato a nuotare nel fiume, prima della siccità, galleggiare in mare dovrebbe essere più semplice.
Sani non c’è più, Sani non poteva nuotare, né sapere, né capire. Sani non c’è più, khalas, andato – ma non serve che dica niente.
Non c’è modo di andare avanti senza lasciarsi qualcosa alle spalle. Anche chi viaggia senza bagaglio.
Anche loro, lassù in cima, stravaccati comodi e senza scarpe nella classe Economy dell’Ethiopian Airlines, hanno dovuto lasciarsi qualcosa alle spalle. Una forbicina ai controlli, una fidanzata arrabbiata, una casa che non potevano più mantenere. Anche il loro traguardo è tornare indietro. Casa.
O forse no, forse niente.
Forse, per loro, la storia è un’altra.