Ehi di Giuseppe Crispino

La scorsa settimana abbiamo provato a fargli allacciare le scarpe. Secondo mia figlia era troppo presto. Ha appena ricominciato a tenere in mano un cucchiaio, mamma. Lascialo stare, mi diceva. Ho invece insistito perché provasse. Sta facendo progressi e non possiamo fermarci. Non possiamo accontentarci. E poi anche io ne ho bisogno. Ho bisogno di riaverlo indietro. Come era prima. Ho bisogno di vedere dei segnali, altrimenti temo di crollare. 

A volte, durante la notte, ti giuro che mi prende la paura che non ce la faremo. Quando succede posso pure scordarmi di dormire. Non c’è verso, nemmeno con le gocce. Vago per la casa con addosso un’angoscia… È come se il mio corpo pesasse il doppio del normale. Per questo ho insistito. 

Forza, gli ho detto. Lo hai fatto un milione di volte. Fallo di nuovo. Gli ho preso la mano e l’ho portata verso le scarpe. I nostri visi erano così vicini. Non erano mai stati così vicini, da un bel po’ di tempo. Lui sembrava guardasse un punto qualsiasi, alle mie spalle, ma sapevo che mi ascoltava. Sapevo che lui c’era, lì dentro. Da qualche parte. Forza, ho insistito. Col pollice e l’indice, così, devi prendere il laccio, così. 

Mia figlia, dietro di me, gli ripeteva il gesto con entrambe le mani. Come un granchio, gli diceva. 

Lo sa come fare, non ha quattro anni, le ho detto, da dietro la spalla. Me ne sono pentita subito. Non era colpa sua. 

Ne abbiamo parlato, più tardi quel giorno, mentre lui dormiva. Mia figlia non piangeva. Non è il tipo. Ma si vedeva che lo avrebbe fatto volentieri. 

Sto facendo del mio meglio, mi ha detto. Ma evidentemente per te non è abbastanza. 

Lo so, lo so, le ho risposto. Mi dispiace. Ma dobbiamo trattarlo come abbiamo sempre fatto. Lui è ancora lì dentro. È la stessa persona di prima. 

Guarda che lo so, mi ha detto lei di rimando.

Proviamo da un lato intanto, gli ho detto. Mi sono chinata ai suoi piedi e gli ho disteso delicatamente l’indice e il pollice. Gli ho piegato il laccio ad anello e gliel’ho messo tra le dita. Doveva solo stringere. E ci ha provato, anche se le mani gli tremavano un poco. Ha chiuso il laccio tra le dita, ma non aveva forza. Ho lasciato andare l’anello e gli è scivolato via dai polpastrelli come niente. Mi sono aggiustata i capelli che mi cadevano sul viso e abbiamo ricominciato. Siamo andati avanti per due ore. Due ore per un laccio di scarpe. Anzi, nemmeno quello. Due ore per prendere un laccio tra le dita. Almeno quella sera ho dormito. Ero esausta.

Non ci siamo dedicati ad altro, per tutta la settimana. Certi giorni ha fatto progressi. Riusciva a tenere il laccio con le dita per qualche secondo. Altri giorni non c’è stato nulla da fare. Io però tiravo dritta. Non gli ho permesso di rinunciare. Mia figlia mi diceva sempre di lasciarlo stare, che non ce la faceva. Io la ignoravo e basta, non le rispondevo nemmeno.

Il rapporto con mia figlia è andato peggiorando, non lo posso negare. L’altra sera sono andata a prendere un cartone di pizza al taglio, per cena. So che le piace. Lo facevamo sempre, una volta, di prendere la pizza il venerdì sera. Non avevo proprio energie per cucinare e speravo ci avrebbe permesso di fare una tregua, ma quando le ho chiesto se volesse un’altra fetta di pizza mi ha risposto come se l’avessi presa a sberle. Avrei dovuto lasciar correre, invece le ho detto che non doveva rispondermi con quel tono. Che non me lo meritavo. E così abbiamo finito per litigare. Non so perché non lo capisce. La verità è che siamo stanche, troppo stanche. Non dormiamo quasi più, nessuna delle due. Davvero troppo stanche per trattarci con affetto l’una con l’altra.

E poi ieri è cambiato tutto. Siamo arrivate alle mani. Se ci penso adesso, mi sembra che non sarebbe potuta andare in nessun altro modo. Sono tornata dal fare la spesa e l’ho trovata in ginocchio, davanti a lui. Gli stava allacciando le scarpe. Cosa fai, le ho urlato. Non so perché la rabbia mi sia montata così all’improvviso. Avrei potuto trattare la cosa in mille modi diversi, ma non ci sono riuscita.

Cosa fai. 

Gli sto facendo vedere. 

Lo sa come fare, non ha bisogno che glielo fai vedere. La mia voce continuava a crescere.

L’unica cosa di cui ha bisogno è di provarci, ma se gliele allacci tu non lo farà mai. 

Stavo solo dando una mano, si è difesa lei. 

Vattene da lì, stai solo facendo peggio. Le sono passata davanti e mi sono chinata a slacciargli le scarpe. 

Lei ha provato a bloccarmi. Lascialo stare, mi ha detto afferrandomi il polso.

L’ho presa sotto un braccio e l’ho spinta via. Lei però si è rifatta sotto, e allora le ho tirato uno schiaffo. Mi ha guardato con due occhi grandi così. Era più che altro sorpresa. Non l’avevo mai fatto. Ma dopo tutti quei giorni, tutta quella fatica, non riuscivo più a vedere differenze tra noi. Eravamo entrambe allo stesso punto, io e lei. Non ha detto neanche una parola. Ha solo fatto un passo in avanti e mi ha restituito lo schiaffo.

Uno schiaffo. Da mia figlia. Credimi, una cosa del genere è capace di cancellare tutto. È come un colpo di spugna. Ribalta ogni cosa. È come se riscrivesse tutto quello che c’è stato prima di quel momento. Mette in dubbio chi sei tu. Chi è lei.

Stavamo per metterci le mani addosso. Lo volevamo entrambe, si capiva. E poi è cominciato. Non ci abbiamo fatto caso sul momento. Sembrava un sospiro. O un risucchio d’aria. Ma era lui.

Ehi! 

Ehi, diceva piano. Ci siamo voltate entrambe. Era chinato in avanti, provava a guardare verso di noi, da quella strana posizione, con la testa girata tutta su un lato. Teneva i lacci tra le dita, piegati ad anello. Uno per ogni mano. Non so come ci sia riuscito.

Sono rimasta a bocca aperta. Bravo, ha sussurrato mia figlia. Io le ho preso la mano e l’ho stretta. Forte. Non me ne sono quasi resa conto, a dirla tutta, ma la stringevo come se avessi paura che potesse volare via. La sua mano all’inizio era rigida come un pezzo di legno, ma dopo un po’ le sue dita si sono intrecciate alle mie.

Non è un nodo. Non ancora. Sono solo due lacci tenuti ad anello. Stretti a malapena tra la punta delle dita. Non è un nodo. Ma qualcosa è. Stanotte ho dormito come non facevo da tempo.