Editoriale #15

Un giovane scrittore squattrinato vaga per le strade di Kristiania, oggi Oslo. Ha fame. Nello stomaco una voragine buia, ma l’orgoglio intatto. Non chiede elemosine, non implora pietà, la sua miseria è ben nascosta sotto al paltò rammendato allo sfinimento. Ogni briciola che riesce a raccogliere è un evento, l’ennesimo pasto mancato è una vertigine morale. Una lotta, quella del protagonista senza nome di Fame di Knut Hamsun, tra il corpo che reclama e la mente che vuole restare sovrana. Tra una fame di pane e una fame di attenzione, di umanità, nella sua ostinata sopravvivenza.

Difficile per noi dal giusto lato del mondo comprendere oggi la fame, perché forse non l’abbiamo mai provata. Viviamo in un tempo bulimico, saturo di immagini e parole, ma talvolta povero di senso. Divoriamo tutto eppure restiamo affamati, di una fame moltiplicata, crescente, più subdola. 
E alla fine, in ogni fame brucia la stessa domanda: che cosa ci nutre davvero? 

Così i personaggi delle storie del numero 15 di Lunario raccontano di questo vuoto, di quello che rimane dopo aver mangiato, del ringhio nella testa dopo che lo stomaco è stato placato. Di piccole rivoluzioni per comprendere di cosa abbiamo davvero fame. 

Forse la letteratura non distribuisce razioni, non placa l’appetito e non promette sazietà, ma può restituire sapore alle parole in un’epoca che le consuma in fretta.  Può far luce sul perché non riusciamo o non vogliamo riempire quel vuoto, e aiutarci a mettere a fuoco quale sia nostro bisogno. Come il vagabondo di Hamsun, lucidissimo nel delirio della fame, finalmente appagato quando dietro al pane che gli viene offerto trova una mano, degli occhi, un sorriso. 

Fabio Soriente