A proposito degli ultimi ne sentiamo sempre qualcuna. Forse perché essere ultimi è ambivalente: il timore di non contare nulla si mischia all’evidenza di essere comunque in una posizione di visibilità. In una classifica, non solo chi è arrivato primo, ma anche chi sta al fondo te lo ricordi sempre.
Per riscattarli da una condizione di primo acchito e per convenzione svantaggiosa, allora ecco che sugli ultimi sono fioccate da sempre sentenze e promesse ideologiche: ride bene chi ride ultimo, è giusto vivere ogni giorno della vita come se fosse l’ultimo, gli ultimi saranno i primi, per non parlare poi della cruciale importanza di essere il chiudifila in caso di incendio, dell’ultima chance concessa a qualcuno, dell’ultimo paragrafo di una storia. Eppure, anche quando essere ultimi significa restare, resistere, e ci suona caparbio, ce l’abbiamo sempre un po’ d’amarezza, quel sospetto che sarebbe potuta andare meglio di così.
La prima immagine che mi è balenata in testa quando per scrivere questo editoriale mi sono chiesta come mi sono sentita, io, a essere ultima, è stata l’ora di educazione fisica al liceo. La professoressa sceglieva sempre due caposquadra – leggasi: i più bravi – che a turno, uno alla volta, ne sceglievano i componenti. Non importava molto quale fosse lo sport che avremmo fatto, perché io, che negli sport di squadra ero pessima, ero sempre tra gli ultimi, se non proprio l’ultima, a essere scelta: ero brava in italiano, ma col basket proprio non avevo nulla a che fare. E anche se a me del basket non importava proprio niente, essere tra le ultime rimaste a essere incluse in squadra mi faceva sempre sentire in imbarazzo, lì seduta ad aspettare che mi chiamassero, con quella sensazione di fatalità addosso che non potevo farci niente, ma tant’è. In quel momento, di sapere che gli ultimi un giorno sarebbero stati i primi proprio non mi tirava su il morale.
Vorrei potervi dire che poi, un bel giorno, ho fatto un canestro strepitoso che mi ha fatto guadagnare la gloria in classe e la mia sorte è cambiata, ma sarebbe una bugia, anche perché ero sempre pure tra le ultime a cui si passava la palla per tirare. Posso dirvi però che non ho mai abbandonato una partita e che ci provavo, a giocare al meglio delle mie possibilità.
Chi sono quindi gli ultimi rimasti? In questi racconti, sono quelli le cui storie forse davvero non riveleranno vittorie improvvise, ribaltoni o riscatti. Sono però quelli che non fingono, che pur avvertendo quel senso di fatalità negli eventi, non si nascondono.
Li vedi, sono lì.
Non puoi dimenticarli.
Elisabetta Ceroni