“Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni
persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna
con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è”.
José Saramago
“Sssh!”
“Zitta.”
“Fai silenzio!”
Quando ci affacciamo al mondo, subito dopo il nostro primo vagito, quel grido che annuncia la nostra presenza, ecco che ci viene detto di non disturbare, di stare zitti, di fare silenzio. L’invito al silenzio ci accompagna durante tutta la nostra vita: attraversa case popolate da troppi bambini, si insinua tra i banchi di scuola e riecheggia nei luoghi pubblici fino ad arrivare alle biblioteche, sature di parole che non si possono dire a voce alta. Il silenzio diventa così presenza costante, una dimensione in cui siamo immersi, spesso senza rendercene conto.
Chiusi nel nostro silenzio e faccia a faccia con noi stessi, fin da subito stabiliamo con esso una relazione ambigua: il silenzio si fa gabbia e insieme cassa di risonanza della nostra vita interiore. Perché è proprio nell’assenza di rumore, lontano dalla voce dell’altro che ingombra, che siamo in grado di distinguere la nostra, di voce. Ed è lì che fioriscono i pensieri, i non detti, le paure nascoste. Come il DNA, ecco che il silenzio si fa cifra della nostra irripetibilità.
Ciascuno è il silenzio che abita, che custodisce, che sceglie di condividere. Non è isolamento, ma un luogo fertile in cui si radicano le nostre identità. Uscire dal silenzio è una sfida, significa fronteggiare quello degli altri in campo aperto e senza punti di riferimento che ci mostrino possibili vie di contatto o di fuga. Ma è proprio lì, in quello spazio vuoto, che possiamo trovare l’intrepidezza di essere chi siamo, senza condizionamenti, senza ostacoli. E generiamo dall’assenza una presenza, la nostra.
Facciamo silenzio, dunque. Non per paura, ma per scelta: solo così potremo abitarci pienamente.
Giovanna Maria Bianco