Editoriale #12

Nel deserto del Kalahari, in Sudafrica, vive una pianta che si chiama comunemente “albero del pastore” e che ha sviluppato delle radici da record: un tuffo di ben 68 metri attraverso la roccia arsa dal sole. Quella casa, inospitale per la stragrande maggioranza dei suoi simili, alla Boscia Albitrunca piaceva così tanto che l’unico modo per sopravvivere è stato adattare le proprie radici a cercare l’acqua in profondità. Ben fissata al terreno, si fa beffe di siccità e tempeste di sabbia.

Se ci spostiamo a Calcutta, in India, troviamo un albero che le radici, invece, le usa per spostarsi di chilometri e chilometri: è il Grande Albero di Banyan e a vederlo così sembra un’intera foresta, con centinaia di tronchi. In realtà si tratta di un’unica pianta e i tronchi sono le radici giganti che getta dai rami e che si conficcano nel terreno, dandogli stabilità e permettendogli di coprire lunghe distanze. Con questo stratagemma ha occupato un’area di quasi diciannovemila metri quadrati. Ne ha fatta di strada, se si pensa che il tronco primigenio non esiste nemmeno più.

Insomma, c’è chi, là fuori, le radici le cura, le sviluppa, le conficca ben bene nel terreno per non spostarsi più da lì, e chi invece se ne allontana, e magari se ne porta un po’ dietro. Quel che è certo è che, da sempre, siamo inclini a cercare, riscoprire o custodire le radici che parlano del nostro percorso di crescita, quindi del nostro passato, ma anche del nostro futuro, e certamente di chi siamo ora.

In una realtà che a volte sembra trascurare ciò che sta in basso, chiediamoci cosa c’è sotto terra. Ciò che nascondiamo allo sguardo è anche quello che permette alle cose che mostriamo di germogliare e proliferare. Esploriamo dunque oltre la superficie: così come sopra, anche lì c’è un mondo che si muove.

Fabio Soriente