Editoriale #11

Fino a che gli è durato il gioco, Dorian Gray si è considerato fortunato: c’era un ritratto, nascosto in soffitta e coperto da uno spesso drappo, che invecchiava al suo posto, accusando ogni colpo che la vita gli infliggeva. Ogni giorno, sul suo viso dipinto, comparivano sempre più evidenti i segni del tempo e del peccato, rendendo il volto sulla tela sempre più contratto, sinistro, torvo. Dorian Gray, d’altro canto, restava etereo, giovane, inscalfibile e lasciava che fosse il quadro a patire la vita al posto suo. Quello che però all’inizio pareva un miracolo, ben presto diventò una condanna, perché guardare ogni giorno quella tela era peggio che guardarsi allo specchio: il dipinto lo accusava di essere un vigliacco, di scappare da sé stesso.
A differenza di Dorian e fuori dal romanzo, ciascuno di noi porta addosso ogni giorno i segni di sé: una costellazione di lentiggini, l’acne giovanile, una voglia a forma di, una cicatrice, un tatuaggio, e con l’andare del tempo, anche qualche ruga. La pelle racconta per noi la nostra storia – basta pensare che ciascuno di noi ha le impronte digitali diverse da chiunque altro nel mondo – e disegna nel tempo una trama personalissima, la mappa del nostro viaggio.

I personaggi di questo numero, proprio come Dorian Gray, riflettono allo specchio storie senza sconti, dove la caparbietà diventa premura, l’ambizione diventa sfregio, la curiosità diventa vergogna, l’attaccamento alla vita diventa codardia. La destinazione delle loro storie non è decisa, vi invitiamo a seguire il tracciato e, se possibile, immaginarlo.

Elisabetta Ceroni