E più o meno quando arriva?Traduzione di Alessandra Callà

Suonano alla porta. Sento il trillo del campanello, lontano. Rapido si avvicina a me, non importa dove io sia.
Chi sarà? Non conosco nessuno qui. Cercano me. Un vicino? Qualcuno che vuole dei soldi? Non ne ho idea. E ripiombo nel sonno con un sorriso infinito, quello che compare sul volto di un neonato con i testicoli a mollo. Un neonato? Proprio così… Un neonato. Oh, sì… Qui tutto è buio. Placido, come la morte, dicono. Buio, come un’area di sosta o come il vento che attraversa la strada. Come lo schermo di un televisore. O la fine di una domanda.
Apro gli occhi. E davanti a me, la primavera: sole.
Merda!
È il mio campanello. Sì. Stanno suonando alla mia cazzo di porta. Quella del cortile. Ma le porte non servono per essere suonate, anzi, il primo che le ha inventate lo ha fatto perché voleva non essere disturbato. Mi alzo ancora intorpidito, lascio sul letto i libri che come me riposavano fino a poco prima, El Tercer Reich di Roberto Bolaño e Poemas y Antipoemas di Nicanor Parra, e mi affaccio alla finestra più vicina, quella della mia stanza, ma non vedo niente. Non riesco a capire chi mi vuole. Saranno le cinque e qualcosa, non ancora e mezza, perché in quel caso ci avrebbe pensato la mia dolce sveglia a farmi alzare, e non lo sconosciuto che sta suonando alla porta.
Indosso le infradito ed esco per accogliere il mio ospite. Apro la porta di casa, attraverso il giardino e mi dirigo verso il cancello esterno.
Due donne sulla quarantina mi compaiono davanti, sono dall’altra parte del cancello. Ecco chi non doveva trovarsi lì: sono loro che hanno suonato il campanello. A un primo sguardo vedo solo fiori. Sulle loro camicie. Tra i loro capelli. Sui loro occhiali. Sono ancora un po’ addormentato. Mentre mi avvicino, loro mi esaminano dalle fessure del cancello con sguardi candidi e teste piegate verso sinistra, mostrando sul volto una gioia eccessiva, che non fa che accrescere la mia avversione verso tutto ciò che si trova dall’altra parte.
In un primo momento, faccio per prendere le chiavi dalla tasca dei pantaloni per aprire. Non abbiamo ancora scambiato una parola, ma poi mi accorgo del libro. A quel punto indietreggio, mi incollo al muro e solo allora le saluto:
– Buonasera.
Hanno entrambe una Bibbia in mano.
– Buonasera, giovanotto – dice la signora più vicina alla porta.
Abbozzo un sorriso stanco mentre mi appoggio più comodamente al muro. Non aprirò, ovviamente, ma sento che non sarà facile. Il mio sguardo si sposta sull’altra donna.
– Siamo qui per portarle la parola del Signore – continua la bionda più vicina a me, più anziana e un po’ meno bionda dell’altra.
Io faccio di sì con la testa. E rivolgo lo sguardo alla bionda più lontana: è una signora molto attraente. Ha gli occhi verdi, una figura slanciata, e porta una gonna corta da cui spunta un gran bel paio di gambe.
La signora A (chiamerò così la prima bionda, quella che non ha delle belle gambe) mi passa un opuscolo da una fessura del cancello, e dice:
– Guardi, legga questo.
È un opuscolo con una serie di domande sulla copertina: Dio si preoccupa realmente per noi? Guerre e sofferenza finiranno mai? C’è speranza dopo la morte? Che cosa ci accade? Come si deve pregare per riuscire a farsi ascoltare da Dio? Come si trova la felicità? Il dépliant contiene tutte le risposte. Ogni risposta è accompagnata da una foto: un uomo in mezzo a una folla; un bambino con una ferita bendata; tombe; una bambina che guarda il cielo con una rosa in mano; un altro uomo che prega; una donna con un libro.
Com’è naturale, l’opuscolo è scritto in italiano. Ecco la mia prima opportunità:
– Tenga, signora – dico. – Non capisco l’italiano – e glielo restituisco.
– Ah, e di dov’è? – chiede la signora B (la bionda con le belle gambe).
– Sono spagnolo.
– Bene, aspetti, ce l’abbiamo anche in spagnolo, in tutte le lingue! Ce l’hai tu? – chiede la signora A alla signora B.
La signora B tira fuori un altro dépliant e me lo passa attraverso il cancello.
– Questo è in inglese – la correggo, e glielo restituisco.
– Ah, scusi – dice la signora A, girandosi verso la signora B –, vedi delle parole strane e ti confondi! – la riprende, ed entrambe ridono.
Vedo che B ha già un altro libretto in mano, e me lo porge dalla fessura del suo lato. Questa volta è una rivista, in spagnolo, datata 1999.
– Bene. Questa è in spagnolo – le informo.
Le due mi guardano compiaciute. Sono di bassa statura. Dev’essere un quadretto simpatico visto da fuori, penso. E in quel momento mi ricordo dei miei cari vicini. Mi guardo intorno. E nessuno è affacciato. Me li immagino nascosti, seduti sul pavimento del salotto, aggrappati alle tende, mentre sospirano con la mano sul cuore, pensando che sarebbe potuto benissimo toccare a loro.
La situazione è strana. Normalmente avrei saputo come sfuggire a questo genere di cose. Ma ora mi sembra che l’atmosfera sia diventata quasi intima. Mi è passato il malumore. Quindi, perché no?
A un certo punto mi rendo conto che la signora A ha iniziato a fare un sermone, o a recitare, o dispensare, o in qualunque modo si dica. Quindi guardo verso il basso, come chi ascolta con attenzione, mentre lei legge dalla piccola Bibbia con cerniera che tiene in mano.
Sta parlando di qualcosa che mi è familiare, del potere che è in mano ai bugiardi e ai ladri, del popolo che soffre la fame, e del giusto che viene sottomesso mentre i malvagi ne escono vittoriosi.
– Lo ha già sentito? – mi chiede la signora A. Io rispondo di sì. E lei chiarisce: – Sono gli ultimi giorni, stanno arrivando.
Contraggo le labbra, sollevo la testa e inarco le sopracciglia mostrando le cinque rughe che ho sulla fronte, ma non dico niente. E penso: guarda un po’ che bello! E io che sto cercando lavoro…
– Stiamo avvisando tutti – continua la signora A – vogliamo diffondere la parola del Signore, vogliamo che si torni a leggere la Bibbia. Diamo un aiuto per interpretare il Suo messaggio, perché è lì che si trovano le risposte ai problemi di oggi. E affinché in questi giorni, ormai gli ultimi, le persone siano forti e ferme, e rispettino le leggi del Signore, perché solo così i giusti rimarranno.
– In che senso “rimarranno”?
– Gli altri saranno giudicati, per questo arriva il Signore – risponde A.
– E più o meno quando arriva?
– Presto, stanno arrivando.
– Come “stanno arrivando”?!
– Sì, gli ultimi giorni… – rispondono le due, all’unisono.
– Ah, i giorni… – annuisco, e aggiungo, con stupore misto a ironia – Rimarremo in pochi, eh… – Poi sorrido, in cerca di complicità. E all’improvviso mi sorprendo di essermi incluso tra i salvati.
Anche le due donne hanno notato quella frase e la mia sorpresa nel credermi uno dei sopravvissuti.
– Di che religione sei? – chiedono.
Mi rendo conto che stanno vincendo e temo che da un momento all’altro la porta possa aprirsi da sola. Come in un miracolo.
– Cattolico, sono cattolico – rispondo, quasi giustificandomi. E per un istante mi blocco, di fronte a questa notizia: è la prima volta che confesso la mia fede, vera o presunta che sia. (Ammetto che è bizzarra l’origine di alcune mie affermazioni. Ricordo che l’unica persona a cui ho detto “sono uno scrittore” è stato il mio dentista, quando una mattina mi ha chiesto, con gli strumenti in mano, che lavoro facessi.)
– Conosci il Padre Nostro? – mi chiede la signora A.
– Beh, sì, lo cantavo da piccolo – rispondo.
– Lo cantavi?
La signora B sorride, e le sorrido a mia volta. Pausa. Ci guardiamo tutti e tre.
– Stiamo facendo orientamento, se vuoi possiamo tenere una prima riunione a casa tua – propone la signora A.
– Mi dispiace, ma non è casa mia. Non posso far entrare nessuno. Stamattina è venuto un signore per leggere il contatore dell’acqua e non gli ho aperto.
– Sei ospite – dice la signora B.
– Sì – rispondo, e aggiungo – sono venuto in Italia per cercare lavoro. In Spagna la situazione è tragica. E ora sono qui, a casa di un’amica.
La signora B guarda la signora A, quasi esaltata, le brillano gli occhi, e le dice di cercare qualcosa nella Bibbia. Le dà un nome e un numero. Poi si ferma a guardarmi. (Ho sempre gli occhi di una delle due puntati addosso, a controllare che io sia ancora lì, come se avessero paura che possa abbandonarle da un momento all’altro).
Dopo alcuni secondi di incertezza, la signora A trova quello che cerca, e inizia a leggere qualcosa su ipoteche, schiavi, vigneti e case fatte di fango, e di gente che mangerà il pane che produce. La signora B accompagna la lettura della signora A facendo dei gesti con le mani. Indica il mio orto, poi me e poi cerca nei miei occhi una complicità. Mi ricorda la mia professoressa delle superiori. Io rispondo con un mezzo sorriso e guardo di nuovo in basso, per ascoltare con più attenzione il discorso della signora A, che continua a leggere… Se non mi interessa quello che dice perché non la mando a quel paese?, mi chiedo. Oppure mi interessa? Non è educazione… C’è qualcosa in me che desidera a tutti i costi vivere questo momento, per quanto mi metta a disagio. Ma che cosa? Fede? Spirito giornalistico? Mi stanno convertendo? A cosa?
In quell’istante mi accorgo che le fessure attraverso cui stiamo parlando – o facendo una riunione, come ha detto la signora A –, sono a forma di croce: tutta la cancellata della casa è formata da croci di ferro nero intrecciate. Provo a immaginarmi la porta di un confessionale, e confronto questo scenario con quello di una chiesa vuota, e realizzo che le due porte non si somigliano per niente, e tanto meno le situazioni.
– Questo dovresti essere tu, no? – mi chiede la signora B, indicando i nomi che compaiono sul citofono. Si è accorta che vivo qui. Che comunico senza problemi nella sua lingua, e che prima le ho mentito. Anche che sono interessato a quello che hanno da dire.
– Sì. Questi sono i miei due cognomi: il primo di mio padre, poi quello di mia madre. In Spagna ne abbiamo due. Il nome qui non c’è.
La signora B si avvicina ancora all’inferriata e legge con attenzione i miei cognomi. Sento il suo profumo. Poi mi chiede come mi chiamo. Io le rispondo. E subito dopo prende un pezzetto di carta su cui segna qualcosa, il mio nome, suppongo. Poi prende un altro foglietto e me lo passa attraverso il cancello. Ne approfitto per sfiorarle dolcemente la mano.
– Questi sono gli orari delle nostre riunioni – dice. – Un attimo, correggo l’orario. Fatto. Alle quattro. Tutte le domeniche e i giovedì dalle quattro, ci trovi a questo indirizzo.
– E ci siete sempre entrambe? – chiedo alla signora B.
– Certo. E poi, ovvio, chi vuole venire… – rispondono ancora una volta in coro, alzando la voce, tra le risate.
– Allora vi auguro di avere molta fortuna nel predicare l’arrivo degli ultimi giorni – dico loro.
Il mio tono è sereno, il mio sorriso sincero, come il mio augurio. Ci credo davvero e anche nell’impresa. La signora B, immagino per congedarsi, dà alla signora A un altro nome e un altro numero, e questa comincia un’altra lettura.
La signora B mi sorride.
Io abbasso lo sguardo.
Solo allora mi rendo conto che quello che ho visto davvero tutte le volte che ho abbassato lo sguardo per seguire le letture sono le gambe della signora B: delle gambe davvero belle e abbronzate, che mi annunciano come il canto degli uccelli l’arrivo dei primi giorni di primavera.
Quando la signora A finisce la lettura ci salutiamo e ci auguriamo buona fortuna. Assicuro loro che passerò alla riunione la domenica successiva e mi rispondono che mi aspettano. Quindi mi salutano di nuovo, soddisfatte, e spariscono lungo la strada, al di là del cancello. Loro con la Bibbia in mano, io con la rivista di quattordici anni fa.