Dal Diario della prigione delle Grazie di Francesca Palano

Oggi

Noi creature delle fiabe incompiute siamo apolidi bramose di uno scopo che ci definisca. Gli altri, quelli che si muovono sicuri nelle loro storie ben tracciate come quel sentiero di mattonelle gialle, si sentono in imbarazzo con noi e così ci mandano alla Prigione delle Grazie.
Io sono rinchiusa in cima a una torre, ma i miei capelli non crescono mai abbastanza per farne una corda su cui qualcuno possa arrampicarsi.
La mia compagna di cella si chiama Angelica e di notte sogna di volare. Forse perché di giorno non può farlo, dato che da tempo ha perso le ali. Ha la veste candida di una fata e lo sguardo di una strega. Spesso tiene in mano un gomitolo di lana rossa, tutto consunto e pieno di nodi che fa e disfa come fossero incantesimi.

Oggi

Regola vorrebbe che questo diario scandisse il passare del tempo, ma che senso ha dare un nome ai giorni se sono tutti uguali e io vivo in eterno sulla stessa pagina bianca?

Oggi

Come la strega Grimilde, considero lo specchio il più sincero dei miei consiglieri. Colui che mostra sempre il dritto, anche quando lo rovesci. Da qualche tempo però non sono più certa di quello che mi fa vedere. Ci sono giorni in cui arrivo a dubitare della mia immagine, al punto di chiedermi se non sia lo specchio ad avere potere su Grimilde e se io non sia caduta nello stesso tranello. Cerco risposte nel mio riflesso, ma la mia attenzione viene catturata da Angelica che alle mie spalle fa nodi e bisbiglia. Potrebbe aver distorto il mio specchio con un maleficio, per questo sono così confusa.

Oggi

Disegno i miei desideri e li appendo sopra la testiera del letto, per lo più sono sentieri gialli, strade di campagna che portano verso belle avventure. Non mi aspetto che alla fine ci sia una città di Smeraldo, ma almeno mi piacerebbe sentire la musica di una giostra provenire da dietro la collina.
Poco fa Angelica ha ricopiato uno dei miei disegni. Era tutto uguale, tranne il sentiero che da giallo sfumava in arancione e poi in rosso, e via via che il colore cambiava la strada si faceva sempre più contorta fino a diventare un groviglio di nodi.
Poi me lo ha dato come si consegna una maledizione. «Le strade per l’inferno sono lastricate d’oro» ha detto.
Devo toglierle quel gomitolo.

Oggi

Angelica dormiva e io mi sono avvicinata quatta a piedi scalzi. Mi sono allungata verso il suo comodino e il mio braccio le è passato così vicino che la manica del mio pigiama ha ondeggiato mossa dal suo respiro. Ho afferrato il gomitolo: era morbido e floscio per l’essere troppo maneggiato. L’ho nascosto in uno dei miei cassetti.
Ora che lei non può nuocermi più, so che sognerò dritti sentieri dorati e specchi sinceri.

Oggi

Appena sveglia, Angelica ha mosso la mano verso il suo comodino, con lo stesso movimento meccanico con cui un miope cerca gli occhiali. Ha tastato la superficie con tocchetti distratti, ma quando le sue dita non hanno trovato il gomitolo si è alzata di scatto. Ha rivoltato il letto e frugato nei cassetti. Ha perfino chiamato i nostri carcerieri e loro l’hanno aiutata a cercarlo. Allora ho finto di dare una mano, se non l’avessi fatto sarebbe stato sospetto.
Oggi, ma un po’ più tardi
“Ce l’hai tu” mi ha detto, quando siamo rimaste sole.
Ho sollevato lo sguardo dal mio libro di fiabe. “No” ho risposto e sono tornata a leggere.
Lei ha teso la mano verso di me. “Ridammelo.”
“Non ce l’ho.”
“Io non tocco il tuo diario, né i tuoi disegni, perché non posso avere il mio gomitolo? Io tengo così il conto di quello che succede.”
Mi ha incuriosita, ho chiuso il libro, tenendo il segno con l’indice.
Lei ha indicato il mio letto. “Posso?”
Mi ha colpita la delicatezza con cui si è avvicinata, i letti sono spazi intimi quanto i corpi. Mi sono chiesta se le distorsioni che vedo nello specchio non siano piuttosto nel mio sguardo. Così ho deciso di darle una possibilità, ho annuito e lei si è seduta in fondo al letto, sul bordo.
“Ho conosciuto uno che aveva paura di volare” ha cominciato. Colpa di un sogno, diceva, sempre lo stesso. Sorvolava la pianura con un piccolo aereo di inizio ‘900. All’improvviso precipitava. Poi un giorno era in vacanza in Francia e mentre guidava ha riconosciuto il luogo del suo incubo. Così ha fatto delle ricerche e ha scoperto che lì c’era stata una battaglia aerea in cui aveva combattuto il suo bisnonno. Era stato colpito ed era precipitato, si era ferito nella caduta, ma era sopravvissuto.
Dopo aver sentito quella storia mi sono detta che forse il dolore lo ereditiamo, e che alcuni sogni sono solo ricordi di chi è venuto prima di noi, scritti nel nostro codice genetico come il colore degli occhi.” Si è stretta le spalle. “Certi giorni è d’aiuto sapere che questo dolore in cui affogo non è solo mio.”
Forse Angelica ha ragione, forse a volte il dolore lo ereditiamo, forse il mio va indietro fino al tempo di Eva. Perché se Dio ti caccia dall’Eden per il morso di una mela, come fa dopo il cibo a non farti schifo? Come fai a non sentirti colpevole a ogni boccone? A non sentire che i chili persi non sono mai abbastanza per fare ammenda?
Ho aperto il cassetto del mio comodino e le ho restituito il gomitolo. Lei se l’è portato al petto, come avrebbe fatto un bambino con il suo pupazzo prediletto. È stato allora che le maniche della sua camicia da notte si sono sollevate un poco rivelando le garze attorno ai suoi polsi.
“Un nodo da solo si può sciogliere, ma quando ce ne sono troppi si forma una matassa impossibile da districare” ha detto. “Però ci sono anche giorni buoni in cui scioglierne uno soltanto è sufficiente.”
Guardo il gomitolo e mi sembra senza speranza. Se il dolore si eredita, se non è solo qualcosa che appartiene unicamente a te, come fai ad affrontate tutto?
Non puoi, non da solo. L’esistenza è un gomitolo aggrovigliato, non una strada sicura e ben tracciata. Per nessuno, nemmeno per chi vive fuori dalla clinica psichiatrica di Nostra Signora delle Grazie. Di più: ogni esistenza e ogni dolore sono intrecciati a quelli di qualcun altro.
Ho messo da parte il libro, posandolo sul comodino assieme agli altri. “Magari,” ho detto “magari possiamo provare a sbrogliare qualche nodo assieme.”