ConfiniTraduzione di Arianna Pagano

In questa casa ormai non si entra più dalla porta principale, è un privilegio di altri posti. In questa casa, dove tre uomini mangiano arance con avidità, seduti su un pavimento di piastrelle rotte, terra e vetri, qualsiasi squarcio o buco può essere usato come entrata. Infatti, carichi di borse piene di arance, sono entrati attraverso ciò che una volta era una finestra del soggiorno.
Sono arrivati da poco, ma l’odore di frutta matura, dolce e appiccicoso, impregna già tutti i muri della casa. E ciò avviene nonostante la differenza tra dentro e fuori qui non abbia più senso: le finestre non hanno vetri – e se ce li hanno si tratta solo di piccoli triangoli rotti, bordi che disturbano il vento e lo fanno ululare –, le pareti hanno buchi attraverso cui riesce a passare un uomo robusto e il tetto si sta a poco a poco spogliando, come se qualcuno potesse trovare suggestiva tale lentezza. Il fatto che questa differenza, peraltro fondamentale per una casa dignitosa, qui non esista più, lo dimostra la pioggia che riempie l’ambiente di gocciolii e suoni.
I tre uomini che ora mangiano arance – con impazienza: le sbucciano con le unghie e le mordono come se fossero mele, senza separare gli spicchi – odiano i giorni di pioggia, perché la casa, come se avesse bisogno di una forma qualsiasi di cura o di qualcuno che la abiti, raccoglie all’interno delle sue finestre vento e umidità, finendo per creare un luogo ostile, fatto di legno e mattoni. Per questo, forse con un ultimo tentativo di recuperare ciò che fu in passato, la casa conserva l’odore delle arance, della frutta quasi marcia e ora sbucciata in modo osceno sulle piastrelle rotte. Ci sono bucce e spicchi e un rumore di treno – un tremore leggero che arriva dal pavimento – che si interrompe con i tre uomini soddisfatti, sazi e in qualche modo puliti, nonostante i vestiti sporchi, bagnati di sudore e strappati sui gomiti e sulle ginocchia: cenci che si confondono con la pelle stessa.
Alla fine gli uomini si guardano i palmi delle mani e le unghie bianchissime. Contemplano – in silenzio, a parte il rumore mentre masticano – i resti delle arance, piccoli fili tra le unghie e la carne, i solchi delle gocce sui palmi. Come veri saggi, assaporano il momento in cui, finalmente, non esiste la fame. L’istante preciso in cui la casa sembra una casa e nell’addormentarsi strapieni possono persino sognare che quando si sveglieranno, dopo diverse ore, anche se pioverà e farà freddo, usciranno dalla porta principale.


Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta La sabiduría de quebrar huesos, Témenos Edicions, Barcellona 2017.

Pablo Matilla
Classe 1986 (Mieres, Asturie), è scrittore, docente di scrittura creativa e laureato in Filosofia presso l’Università di Barcellona. Nel 2013, con il suo racconto Los que huyen ha vinto il premio dell’Associazione Culturale Energheia (Matera, Italia). Ha pubblicato il libro di racconti La sabiduría de quebrar huesos (2017), che è stato selezionato come finalista del premio Setenil per il miglior libro di racconti pubblicato in Spagna. È stato anche finalista del premio Tigre Juan, dedicato alle opere di autori emergenti. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Barrancos.

Arianna Pagano
Nata e cresciuta in un paesino delle campagne torinesi, studia Scienze della Mediazione Linguistica all’Università degli Studi di Torino. Affascinata da lingue e culture diverse, vive prima un anno e mezzo a Tenerife e poi sei mesi in Germania. Torna in Italia con una certezza: il desiderio di fare della traduzione la propria professione. Diventa così nel giro di qualche anno traduttrice freelance con specializzazione tecnico-scientifica da inglese e tedesco, mentre predilige lo spagnolo in ambito editoriale.