Come nascono le storiedi Leonardo Nolé

Mio nonno era nato su un’isola. Le sue storie, quelle che mi raccontava d’estate, nei pomeriggi afosi passati in casa, sdraiati sul letto con le tende tirate, parlavano tutte di quell’isola, dei suoi abitanti, delle loro personali follie. Erano talmente tante, e tutte legate le une alle altre, da formare l’epopea di un mondo lontanissimo, i cui eroi più valorosi, almeno per me, erano il pescatore che collezionava oggetti non più funzionanti, la zia che preparava sempre lo stesso numero di polpette senza contarle, la maestra che metteva solo vestiti abbinati ai fiori del suo giardino e il fratello che sapeva parlare con gli asini e dipingeva con la zappa bellissimi solchi concentrici. I suoi occhi cambiavano quando ripercorreva con le parole quei vicoli, quei tratti di costa, quei campi arsi dal sole. Si faceva talmente prendere dal racconto che sembrava rivivere tutto davvero, in quel momento, sdraiato accanto a me sul letto di una stanza semibuia in un luogo molto lontano da quello in cui era nato. 

Mio nonno, però, era soprattutto un uomo di terra. Nei suoi racconti il mare aveva funzioni limitate, precise, come offrire cibo, lavoro e talvolta una via di fuga. Mai una parola spesa in più sull’acqua, sui suoi colori cristallini e la sua fauna misteriosa, se non quando costituiva un pericolo, come nella storia della bambinetta in fuga dall’onda che la chiamava per nome o in quella del postino che perse una mano per difendere le lettere dai pescecani. La terra, invece, con i suoi campi e le sue colline, con i suoi frutti, con i suoi abitanti umani e non, era protagonista sempre, in ogni dettaglio, in ogni momento importante. Non era un caso, infatti, che se la fosse portata dietro quando era dovuto scappare da casa, quel giorno in cui la montagna al centro dell’isola aveva ricordato a tutti di essere un vulcano. Mentre la lava iniziava a fare capolino lassù in punta e gli altri abitanti si affrettavano a recuperare l’essenziale dalle loro case, mio nonno prese la zappa con cui lavorava ogni giorno e andò verso il suo orto, chiudendo in un sacco un bel po’ di quella terra fina, nera, fertile, che aveva già iniziato a tremare a causa dell’eruzione. Solo a quel punto, o almeno così mi raccontò, fece ciò che veniva insegnato a tutti sin da bambini: prese mia nonna sulla schiena e si avviò verso il porto, per salire sulla piccola barca di famiglia e remare il più in fretta possibile lontano da quell’isola che non avrebbero più chiamato casa. Lui forse non lo aveva ancora capito, ma mia nonna sì, eccome, e fu lei a scegliere la meta di quel viaggio inaspettato – o forse sarebbe meglio dire che l’aveva già scelta da tempo e la conservava nel cuore, in attesa del momento giusto per cominciare una vita diversa da quella che aveva sempre vissuto. Fu così che arrivarono nella città in cui sono nato, grande e frenetica, ricca di possibilità e povera di relazioni. Mia nonna passava le giornate fuori, a cercare lavoro qua e là, a imparare i fondamentali della vita cittadina. Mio nonno trovò un lavoro solo, in fabbrica, e quello gli bastò. Per il resto passava gran parte del tempo in casa, proprio quella casa in cui, diversi anni dopo, iniziò a raccontarmi le storie ambientate in un’isola mitica che ormai mi sembra di conoscere. Non c’erano mai storie sulla città, che pure avrebbe potuto fornire non pochi personaggi accattivanti – come la barista che assaggiava tutti i caffè prima di servirli o l’autista di autobus che faceva soste non previste sotto le case delle innamorate. Ma l’immaginazione di mio nonno non arrivava fin qui, era ferma al di là di quel mare che aveva attraversato una volta sola, radicata in quella terra che aveva amato e continuava ad amare. 

L’ultima volta che lo vidi, quando stavo per trasferirmi al di là di un altro mare e volevo salutarlo con calma prima della partenza, mi congedò con l’ennesima storia. Gli tornarono gli stessi occhi lucidi che avevo già visto in precedenza e mi portò sul balcone che si affacciava sul cortile interno e che pensavo fosse inutilizzato. Lì, dietro alle scope e agli stracci, mi indicò un piccolo vaso pieno di terra fina, nera, puntellata di germogli. Mi spiegò che conteneva solo la terra della sua isola, quella che aveva salvato prima dell’eruzione, mai mischiata con altra. Appena arrivati in città ne aveva trasferito una parte in un vaso e aveva continuato a bagnarla finché non erano spuntate le prime piantine selvatiche da quei semi che resistono in tutte le terre del mondo. E poi era andato avanti a curarla, tenerla viva, a seminare le stesse piante ogni anno, aggiungendo un po’ della terra necessaria ricavata dalla sua scorta personale e preziosissima. Mi suggerì di fare lo stesso prima del mio viaggio, di prendere un po’ della terra di casa e portarla con me. E così feci. 

Ma quando arrivai al di là dell’oceano, in una città più grande, più frenetica, più ricca di possibilità e ancora più povera di relazioni, le cose non andarono come aveva detto mio nonno. Cercai un piccolo vaso, lo riempii della terra che avevo conservato e iniziai a bagnarlo ogni giorno, senza successo. Lì incontrai la coinquilina che usciva solo con ragazze che avevano un neo al lato destro della bocca, il superiore che quando si arrabbiava iniziava a urlare insulti in esperanto, così che nessuno potesse capirlo, e la pianista che suonava con una mano sola, la sinistra, per propagandare le sue idee politiche al grande pubblico. Ma nel mio vaso non succedeva niente, assolutamente niente. Finché un giorno non arrivò un vento insolito, un temporale violento e imprevisto che bloccò tutta la città. La mattina dopo il peggio era passato: quando mi svegliai e aprii le tende della mia stanza, vidi un bel sole e un cielo azzurro, terso. Poi abbassai lo sguardo e mi resi conto che il vaso non era al suo solito posto, sul davanzale: era stato spinto giù dal vento ed era finito nel giardinetto sul retro della casa, in mille pezzi. Provai subito una strana sensazione, un misto di paura, rimorso, tristezza per quell’eredità andata in frantumi. Non riuscii neanche a toccarlo, per giorni, pensando di rovinarlo ancora di più. Ma non ce ne fu bisogno. Dopo una settimana esatta, il giorno della mia festa di compleanno, stavo uscendo in giardino per gli ultimi preparativi prima dell’arrivo dei miei ospiti – tra cui spiccavano il collega di origini indiane che si faceva portare al guinzaglio dal suo cane, l’avvocatessa che accettava solo cause che era sicura di perdere e la coppia di maghi che passavano ore e ore a rivelare a tutti i loro trucchi. Non appena aprii la porta sul retro capii immediatamente che qualcosa era cambiato: tra i cocci del mio vaso, sul terriccio che era fuoriuscito mischiandosi con quello del giardino, iniziavano a spuntare i primi germogli, chissà di quali piante, chissà da quali semi. E pensai: scusa nonno, ma è da questa terra mista, contaminata, che nasceranno le mie storie.