Bubù Salmonedi Marco Morana

La prima volta che lo vidi stavo precipitando dal terrazzo. Aldo aveva tirato un rigore perfetto. Io avevo tolto la palla dall’incrocio con un salto, ma mi ero dato troppa spinta ed ero venuto giù dal cornicione.
Mentre cadevo, il cielo aspirava le finestre. Mia madre urlava dentro ogni appartamento.
Quinto piano: – Ti avevo detto di guardare la tivù!
Quarto piano: – Ti avevo detto di guardare la tivù!
Terzo piano: – Ti avevo detto di guardare la tivù!
E poi, arrivato al secondo piano, eccolo: un salmone per niente diverso da quelli che avevo visto tante volte dal pescivendolo quando accompagnavo mia madre a fare la spesa. Precipitava insieme a me porgendomi un amo.
– Bubù! – mi fece.
– E tu chi sei? – gli chiesi.
– Io sono quello che sono, non mi vedi?
– Ho capito che sei un salmone, ma come posso chiamarti?
– Vuoi salvarti o vuoi perdere tempo a parlare di me? – disse.
L’amo era attaccato a una corda. Lo presi e lo lanciai verso la ringhiera di un terrazzo. L’amo si incastrò e io mi fermai di colpo. Rimasi penzolante sopra l’asfalto. Lui, invece, si spiaccicò sul marciapiede. Decisi di chiamarlo Bubù Salmone.

Avevo sempre voluto un amo. Erano mesi che assillavo mio padre.
– Papà, voglio un amo.
– Perché?
– Ce l’hanno nei cartoni animati e lo usano per salvarsi.
Lui mi aveva spiegato che nella realtà non ci si salva con gli ami, al massimo ci si va a pesca. Io non gli avevo creduto, e adesso potevo finalmente dimostrargli che si era sbagliato. Con gli ami ci si poteva salvare eccome.
– Vedi che i cartoni animati esistono? Senza l’amo che mi ha dato Bubù Salmone ora non sarei qui – dissi mostrandogli il mio piccolo uncino.
– Mi vergogno di te – rispose lui. – Sei un bugiardo come tua madre. Per punizione, una settimana senza tivù!

L’indomani chiesi ad Aldo di convincere i miei genitori.
– Tu sei morto – fece lui con le gambe che gli tremavano.
– No. Sono vivo, Aldo. Mi ha salvato Bubù Salmone.
– Non è possibile. Ti ho visto cadere dal terrazzo.
– Sì, ma Bubù mi ha dato un amo, con l’amo mi sono attaccato a una ringhiera e adesso eccomi qui.
Aldo strabuzzò gli occhi, tutto sudato. E poi scappò via portandosi il pallone.

Non lo vidi più e fu una disgrazia. Aldo era l’unico che veniva a chiamarmi per giocare sul terrazzo. Lì sopra, con la nostra fantasia, avevamo fabbricato un campetto immaginario. Le porte con i pali, il cerchio del centrocampo.
– Adesso che non posso più giocare a calcetto con Aldo, che faccio di pomeriggio, Bubù?
– Per prima cosa, potresti smetterla di chiamarmi con questo nome ridicolo.
– Va bene, ma una volta che smetto di chiamarti così, che altro posso fare?
– Quello che faccio io tutti i santi giorni.
– Cioè?
– Nulla.
– Non è vero, tu risali la corrente.
– Balle. Io passo le mie giornate così, a poltrire.
– E non ti annoi?
– Sono un pesce, non conosco il tempo, secondo te come faccio ad annoiarmi?
– Va bene, ma io non sono un pesce. Sono un bambino. E se resto tutto il giorno chiuso in camera a guardare la tivù, mi annoio.
– E allora esci dalla camera. Parti, esplora il mondo.
– La fai facile, tu! Un bambino non può andare in giro da solo.
– E allora diventa un pesce come me, così dimentichi il tempo e la noia ti passa.
Ci pensai qualche minuto. Mi sembrava un’ipotesi assurda. Come potevo diventare un pesce?
Poi mi venne un’idea.
– Perché non mi porti tu a esplorare il mondo?
– Io? E come potrei portarti a esplorare il mondo?
– Volando.
– Forse non mi sono spiegato. Io sono un salmone. Hai mai visto un salmone volare?
– Se è per questo, non ho mai visto nemmeno un salmone parlare.
– E io non ho mai visto un bambino fare tutte queste domande – ribatté saltellando sulla coda, ormai stufo di sentirmi.

Mio padre ci lasciò qualche giorno dopo. Quando sbatté la porta in faccia a mia madre, io lanciai l’amo con la speranza di riprenderlo. Purtroppo l’affare colpì la finestra, che finì in mille pezzi. Come fece un coso così piccolo a frantumare una finestra non riuscii a spiegarmelo.
L’avevo combinata grossa. Mi aspettava un’altra punizione. Per fortuna, dopo qualche ora arrivò uno sconosciuto con una valigia, che sistemò il vetro e l’umore di mia madre. L’uomo si trasferì da noi, e io non persi tempo e gli chiesi di comprarmi un altro amo.
– Che tipo di amo vuoi?
– Un amo per far tornare qui mio padre.
L’uomo fece una faccia da pesce lesso.
– Tuo padre era cattivo. Se n’è andato perché non voleva più stare con voi.
– No, – risposi – se n’è andato perché non credeva a Bubù Salmone.
– E chi sarebbe?
– Un pesce che mi ha salvato.
Da quel giorno, l’uomo non mi rivolse più la parola, e convinse anche mia madre a non parlarmi più. Così, poco dopo, me ne andai di casa anch’io.

M’incamminai verso paesi lontani. Raggiunsi posti sconosciuti, paesaggi meravigliosi, le città enormi che avevo visto solo in tivù.
Dormivo in una scatola di cartone. Per sopravvivere, chiedevo pezzi di pane alla gente e in cambio raccontavo la storia del salmone che mi aveva salvato la vita con un amo, proprio quell’amo che per toccarlo ci volevano due monete.
Purtroppo non si fermava nessuno. I piedi dei passanti battevano veloci sul marciapiede, a volte bagnato di pioggia, altre incandescente per il caldo.
Solo un signore mi aiutava. Si presentava di notte, silenzioso. Io facevo finta di dormire, per osservarlo di nascosto mentre lasciava il sacchetto con gli avanzi.
Una volta decisi di seguirlo e scoprii che aveva un ristorante.
– Che ci fai qui? Perché mi hai seguito? – urlò quando si accorse di me.
– Volevo sapere perché continui a portarmi da mangiare.
– Semplice: non mi piace buttare il cibo.
Anche se aveva urlato, il signore non sembrava cattivo. Gli chiesi se aveva un lavoro da offrirmi. Mi disse che in una cucina c’è sempre bisogno di un lavapiatti.
Per quel che ne sapevo, la cucina era un buon posto dove lavorare. In tivù avevo visto che si poteva diventare ricchi e famosi lavorando in cucina. Non che volessi diventare famoso, ma insomma, doveva essere un lavoro divertente.

Dopo qualche giorno mi resi conto che nelle cucine vere c’è un neon al posto del sole. I miei colleghi non sorridevano mai ed erano sempre nervosi. Ogni piatto era la vita o la morte.
Nonostante non fosse il lavoro che avevo visto in tivù, ero felice. Per la prima volta guadagnavo qualcosa e non ero costretto a chiedere l’elemosina. Quando aprivo la lavastoviglie e venivo inondato dal vapore, mi sentivo soddisfatto come se fossi stato io a sgrassare e sciacquare ogni singolo piatto.
Dopo qualche mese, il signore, che nel frattempo avevo cominciato a chiamare “padrone”, mi promosse.
– Da oggi non sarai più un lavapiatti. Oggi imparerai a usare il coltello.
Così, conobbi le armi: lame di ogni sorta, pinze e taglieri speciali. Affettai verdure e carne in quantità. Quando si trattò di tagliare un salmone, però, mi bloccai.
– Sbrigati. I clienti hanno fame – disse il padrone.
Io balbettai qualcosa senza staccare lo sguardo dalla carcassa lucida.
– Ti ho dato un lavoro senza nemmeno conoscerti e mi ringrazi così? Vuoi finire di nuovo in strada? – mi riprese ancora.
Misi la punta del coltello vicino alla pancia del pesce. L’occhio mi guardava inespressivo. Feci un lungo respiro e affondai. La pancia si aprì e uscirono le budella e altre cose che non sapevo. Poi lo sciacquai e cominciai a sfilettarlo.
– E dunque prendi e mi sfiletti?
– Bubù!
– Mi chiami ancora così? Bel saluto che mi dai dopo tutti questi anni…
Il padrone mi guardò imbufalito.
– Con chi parli?
– Col pesce – feci io senza pensarci.
Fortunatamente lui la prese per una battuta.
– Sbrigati o ti licenzio! – sbraitò andandosene.
Quando il padrone fu abbastanza lontano, ripresi a parlare con Bubù.
– Ti ho fatto male?
– Sì, ma non importa. Tu continua a tagliuzzarmi.
– Davvero, Bubù? Non soffrirai?
– E tu non soffrirai senza questo lavoro?

Di promozione in promozione diventai un ragazzo, e poi il capo del ristorante, e così tolsi il pesce dal menu.
Conobbi una ragazza. Veniva sempre tardi e sempre da sola. Ordinava un’insalata, che consumava lentamente, leggendo dei fumetti colorati. Quando la vedevo, diventavo muto come un pesce (stavo finalmente diventando un pesce anch’io, come Bubù mi aveva consigliato da bambino?).
Un giorno si presentò un altro cliente solitario. Si sedette al tavolo della ragazza. Lui cominciò a parlarle e lei cominciò a ridere. E mentre rideva, io distolsi lo sguardo e mi concentrai sulla contabilità.
– Non che io creda alle stupidaggini sull’anima gemella, – fece Bubù spuntando tra le ricevute – ma se adesso la vuoi vedere morta perché ride con un altro, allora è quella giusta.
– Solo che ormai l’ho persa, Bubù, come faccio?
– Ricorda: tu hai l’amo – concluse, e poi cominciò a battere sulla calcolatrice con le sue piccole pinne.
La ragazza si alzò, l’altro fece lo stesso. Lei venne a pagare il conto, lui aveva già pagato. Mentre tirava fuori i soldi e li contava, lei prese a guardarmi come se stesse cercando qualcosa nel mio viso, qualcosa di prezioso, che era stato suo e che aveva perso in un tempo lontano. Chiesi a Bubù di spiegarmi come ci si comporta quando una ragazza ti guarda così, e lei si mise a ridere perché avevo parlato da solo. Poi, i due si allontanarono verso l’uscita. In quel momento io lanciai l’amo. La punta si agganciò al fiocco del suo vestito e glielo slacciò. Io tirai forte, e mentre si avvicinava, risucchiata dalla forza dell’amo, il vestito cadde, rivelando un abito da sposa.
Il giorno del matrimonio, mentre ci avvicinavamo all’altare, vidi Bubù sguazzare nell’acquasantiera.
– Come mai c’è un salmone lì dentro? – fece lei, che evidentemente l’aveva visto.
– Non lo so, – mentii stupito – forse il prete non aveva più posto nell’acquario.
– Questa spiegazione non ha senso. Se vuoi stare con me, devi dirmi chi è questo salmone.
Capii che dovevo dirle la verità. E così, durante la messa, le raccontai sottovoce la storia di Bubù.

Mi ritrovai in strada una seconda volta quando mia moglie morì. Ero disperato e senza soldi. Avevo tante cose da chiedere a Bubù. Lo cercai nei fiumi, negli allevamenti, perfino nei mari e negli oceani, eppure lui non si fece vivo. Da parte sua, solo silenzio. Per la prima volta mi sentii solo. Che Bubù se la fosse presa perché mi ero sposato? Ma se era stato lui a consigliarmi di pescare mia moglie!
Mi interrogai per mesi sul motivo della sua assenza senza venirne a capo. Poi, a un certo punto, la disperazione si tramutò in rabbia e gettai l’amo in una fogna. Presto la rabbia si trasformò in rancore, tanto che un giorno, per vendicarmi, assaggiai il salmone. Non lo trovai né buono né cattivo, ma mangiandolo smisi di sentire la mancanza di Bubù.
Di salmone in salmone, mi venne l’idea di aprire una salmoneria. Un posto dove avrei offerto solo un tipo di pesce. Crudo, alla piastra, al cartoccio o affumicato. Fu così che diventai di nuovo ricco. Tornai a essere il padrone. Tornarono le clienti solitarie. Ragazze che leggevano romanzi impegnati, ragazze che leggevano fumetti e altre che non leggevano niente. Ma io non mi sposai più.

Bubù ricomparve molti anni dopo, quando ormai l’avevo dimenticato.
Mi trovavo sul terrazzo. Ero vecchio, avevo venduto la salmoneria, e la mia testa era diventata un acquario sporco. I fatti della vita galleggiavano nella mia memoria a pancia in su.
– Ti annoi? – mi disse lui.
– Non posso. Sono malato e non conosco più il tempo – ammisi.
– Hai visto? Sei diventato un pesce.
– Se lo dice lei – feci tanto per dire. – Ci conosciamo? – gli chiesi poi.
– Io non permetto a nessuno di conoscermi. Diciamo che le nostre strade si sono già incrociate.
– Mi perdoni, ma proprio non ricordo.
– Sono Bubù – disse lui.
– Bubù? – Feci un risolino che non riuscii a soffocare. – Mi perdoni, ma è un nome davvero buffo.
Lui mi guardò sconsolato.
– Se non ti fossi rimbambito completamente, me ne andrei – commentò scuotendo la sua piccola testa.
Quindi mi prese per mano. Mi fece alzare e, lentamente, mi accompagnò al cornicione.
– Adesso sì che è arrivato il momento – continuò.
– Quale momento?
Con le pinne mi indicò il vuoto. I miei occhi caddero sulla strada e sui passanti, ma io vidi qualcos’altro. La parata all’incrocio dei pali. Io che precipitavo. Mio padre che se n’era andato per colpa mia. La vita in strada, e poi la cucina, e mia moglie.
– Dove sei stato, Bubù? Perché sei sparito? Ti ho cercato dappertutto – bisbigliai.
– Sono sparito perché mi hai cercato. Adesso buttati.
– E l’amo? – feci, pensando che da bambino mi aveva salvato.
– Questa volta non servirà.
Saltai. Però, invece di cadere, cominciai a volare.
– Gli uomini non volano, Bubù – gli dissi nel cielo.
– Se è per questo, neanche i salmoni – rispose lui spiegando le ali.