19 ottobre
Ci hanno assediati. Tutto è successo come in un incubo. È arrivata la notizia di questa enorme armata dei Pomani che si stava avvicinando alla nostra antica terra e poi – assolutamente all’improvviso – quando hanno saputo dei saccheggi, delle violenze, dei massacri, tutti sono stati presi dal panico. Grazie a Dio, i messaggeri hanno cavalli veloci e una buona reputazione; ma questa efficienza, apprezzata in tempo di pace, ormai non serve più. Ormai nient’altro che le alte mura possono placare l’impeto dei barbari. Facciamo in modo che il nostro castello diventi imprendibile, ci ha detto il sindaco Gjin Tanushi; eravamo raccolti sul belvedere della cinta esterna, noi, i nobili, e altri importanti quadri la cui parola aveva un peso; stava calando il buio e le gru volavano lontano, indisturbate nel cielo autunnale; a quanto pare i Pomani avevano intenzione di mettere le mani sul castello senza perdere troppo tempo, altrimenti non avrebbero attaccato a ottobre; ma nessuno sa che cosa gli abbia ordinato il loro Dio…
25 ottobre
Ci hanno assediati. Da una delle torri meridionali, insieme a me, il comandante delle guardie, il conte Marin Vrana e il generale Bua Leka, responsabile delle derrate alimentari e dei depositi d’acqua potabile, guardano l’armata oceanica dei Pomani posizionarsi nella valle; immagine agghiacciante avere di fronte una tale incontenibile forza della natura; ma credo che anche i comandanti nemici abbiano la stessa sensazione abbagliante, guardando i maestosi merli della nostra bianca fortezza dal buio delle loro tende piene d’umidità. Nel castello, gli uomini sono decisi e calmi; negli ultimi giorni si sono uniti a noi Jak Clementi, Marin Topia e il saggio Gjon Buzamadhi; Dedan Gjoka – cognato di Marin Vrana – è venuto pure lui, con suo cugino Uk Martini; il vecchio viceré Shkret Nichetta ha appena consegnato la guida dell’esercito al principe Zenebish Stanisha, un nobile saggio amato da tutti, perciò la notizia è stata molto gradita dentro le mura; ero lì presente mentre lo stesso Zaccaria Mocra – nipote naturale di Tanush Engjëlli – lodava il principe; e pensare che ha solo trentatré anni.
22 novembre
Questi Pomani sì che sanno combattere; e per di più sanno anche perdere. Per ben due volte hanno attaccato la nostra fortezza, con scale, torri mobili, catapulte e altre diavolerie; i loro barbuti combattenti si sono arrampicati sulle nostre mura come scimmie impazzite per sgozzare i nostri valorosi ragazzi; ma con l’aiuto di Dio ce l’abbiamo fatta a sgozzare noi molti di loro. Comunque, ho il dubbio che Tavgià, il loro enigmatico atamano, se ne infischi delle perdite umane; ha riserve e risorse infinite giù a valle e non vede l’ora di usarle. Abbiamo anche noi le nostre risorse: prima di tutto i nostri brillanti comandanti Mercurio Spani (torre meridionale), Stres Alessi (torre occidentale), e Muzaka Bua (fortezza interna). Un’altra cosa: lo sfortunato barone Goico Drishti è stato ferito da una freccia vagante; lo sto rimpiazzando io, provvisoriamente, alle porte.
30 novembre
Una pioggia intensa sta inondando sia i Pomani giù a valle che le nostre truppe quassù; il terrore dell’assedio fa il suo contro di noi, difensori, danneggiandoci proprio dove il nemico non può nuocere con le sue rozze armi, la ferocia bestiale e le indicibili crudeltà. Frang Perlati, che è responsabile della sicurezza, mi ha appena comunicato che il conte Marin Vrana ieri sera ci ha traditi; la mia, forse, è una mente limitata, che non riesce ad afferrare cosa può aver motivato questo efialte ad abbandonare la sua grande famiglia, i suoi compagni d’armi, e noialtri che avevamo affidato a lui le nostre vite per andare a baciare i piedi puzzolenti e fungosi di Tavgià. Di sicuro i soldi; perché le spie pomane dentro le mura avranno già notato l’ingordigia gargantuesca del conte. Che la vergogna lo copra e il suo nome sia maledetto!
14 dicembre
Abbiamo un nuovo comandante per la torre occidentale: il duca Reposh Alessi, altro nipote di Tanush Engjëlli; è successo perché Stres Alessi è sparito, insieme alla signora Andronica, sorella del sindaco Gjin Tanushi; nessuno vuole dire ad alta voce quello che tutti sospettano: che abbiamo a che fare con un altro alto tradimento. Furioso, il principe Zenebish Stanisha ha licenziato su due piedi il conte Frang Perlati: che cavolo di sicurezza ha avuto il castello, se perfino il comandante di una torre riesce a sparire quando nessuno se lo aspetta, trascinando con sé perfino l’unica sorella del sindaco; Zenebish Stanisha ha pronunciato parole amare anche per noi, gli altri comandanti, addirittura per il ferito Goico Drishti, che ha partecipato alla riunione in barella. La riunione ha avuto luogo mentre i Pomani attaccavano ancora da due diverse direzioni, urlando a squarciagola; ma noi ormai abbiamo perso il conto di questi attacchi, dal momento che i nostri capitani delle mura, Kostë Preveza, Vlash Arta e Gjikë Epiroti, o i “tre tenori”, come li chiamano, sono in grado di respingere le orde pomane senza problemi.
23 dicembre
Duca Gjini, un bravo ufficiale, è stato incaricato di sorvegliare la sepoltura dei Pomani uccisi. Ce ne sono così tanti: sembra che i Pomani cadano morti a terra senza una ragione plausibile, visto che pare impossibile che le nostre guardie – per quanto brave – riescano a ucciderne in così grandi quantità. Perciò adesso dobbiamo considerare un nuovo nemico: gli avvoltoi, che si cibano dei cadaveri putrefatti dei morti e che si sono moltiplicati assai, tant’è che sembra stiano lottando tra loro per avere più spazio sui versanti dove costruiscono i loro nidi ben fortificati; per il rumore assordante che tiene la gente sveglia e la paura delle malattie, Duca Gjini ha ordinato di sbarazzarsi di loro con il veleno.
24 dicembre
Quale triste vigilia di Natale quest’anno! Milosh Hyllini, Damiano Mirdita, Gjorg Clementi, il mazziere Urt Gjonbiri, Dedan Gjoka e Dodan Rozafa hanno tradito; si dice abbiano usato il ponte levatoio senza dare nell’occhio. Il principe Zenebish Stanisha sta schiumando di rabbia; è sceso giù da solo per ispezionare il ponte levatoio e parlare alle guardie scimunite; subito dopo ha ordinato l’arresto di Frang Perlati; dimenticando che aveva sostituito Frang Perlati con il duca Reposh Alessi, subito dopo il tradimento di Stres Alessi; ma adesso viene fuori che sia Frang Perlati sia Reposh Alessi sono passati dall’altra parte pure loro… Mi sforzo di capire cosa stia succedendo con la crema dei nostri comandanti; l’assedio non sta andando poi così male; l’esercito pomano non fa così paura come avevamo temuto; come condottiero Tavgià lascia molto a desiderare; eppure non passa giorno senza che i migliori dei nostri tradiscano uno dopo l’altro! Il mio caro amico Gjopal Nika, che comanda le brigate dei muratori, mi dice che il conte Marin Vrana è stato visto guidare i pretoriani pomani che attaccavano le mura, proprio quelle mura che i suoi muratori cercavano di riparare; e quel testone di Zenebish Stanisha si è rifiutato di ordinare lo sgombero della brigata, convinto che l’attacco pomano sarebbe fallito (come difatti è successo).
29 dicembre
Finalmente una buona notizia: Stres Alessi è ricomparso con una faccia di bronzo, come se niente fosse; si è fatto crescere barba e capelli, sembra un menestrello in quel di Francia. Il generale Bua Leka, mio vecchio e fidato amico, con il quale ho passato più di una notte sorseggiando vino e assaggiando con calma formaggio fresco di malga, mi dice che la gran dama, Andronica, ha dovuto dare delle spiegazioni al sindaco Gjin Tanushi. Mentre riguardo a Stres Alessi, non c’è da meravigliarsi che il principe Zenebish Stanisha lo abbia nominato responsabile della sicurezza del castello, infliggendogli così una condanna tanto sottile quanto ironica. In realtà, la sicurezza del castello non è mai stata messa peggio di adesso; non passa notte senza che qualcuno scappi, tant’è che non ricordo più chi è andato via e chi no; perfino Leka Golemi, primo marito della signora Andronica e comandante dei forni militari, si dice sia fuggito. Come mai così tanti guerrieri, una volta onesti e coraggiosi, hanno deciso su due piedi di tradire i loro fratelli, la loro terra e la parola data, per andare a leccare le natiche impastate di Tavgià? Non si capisce il perché, dice Bua Leka, con gli occhi persi negli scintillii del vino dentro il calice; cotali misteri solo le generazioni future li sapranno sciogliere.
15 gennaio
I comandanti stanno finendo. Non è che sono caduti in prima linea difendendo le mura e i torrioni del castello, semplicemente non sono più tra noi: Gjok Topazi, Vuk Perlati, Leka Gjoleka, Pietro Filja, Pietro Matranga, Pal Mërtiri, Mëhill Mazreku, Gjin Nika, Leka Duca, addirittura Goico Drishti con nove ferite: sono tutti passati al campo nemico. Non si capisce come l’atamano Tavgià riesca a prenderseli tutti. Durante il briefing mattutino, gridando con la sua voce squillante da castrato, causa il trambusto dell’attacco pomano proprio sotto le finestre della sala delle conferenze, Stres Alessi ha avanzato una nuova e originale teoria riguardo a questi tradimenti senza fine: ci sarà qualche tunnel segreto che collega i sotterranei multipiano del castello con il campo nemico giù a valle. Ha anche detto di aver incaricato i suoi uomini migliori di scovare l’entrata del tunnel e tapparla. Intanto Bua Leka mi dice che Gjin Tanushi ha ordinato in Direzione Carpentieri Militari che gli preparino un paio di pesanti valigie, di quelle impermeabili; sembra una mera coincidenza, anche se non si riesce a capire dove cavolo voglia andare così in fretta il sindaco di una città assediata…
20 gennaio
In un editoriale pubblicato oggi sul Bollettino degli Ufficiali, Stres Alessi racconta come molti dei nostri traditori siano finiti a fare gli ufficiali da campo nell’esercito di Tavgià, con qualcuno di loro a fare addirittura il vice del comandante nemico: per esempio il visconte Catenaccio, il furbo veneziano che è fuggito la settimana scorsa. Non riesco a nascondere la mia ammirazione per questo Stres Alessi, malgrado qualche macchia del suo carattere; alla fine non è l’unico a essere stregato dalle seducenti grazie della signora Andronica. In un altro sviluppo, il vecchio viceré Shkret Nichetta è passato a miglior vita per cause naturali (gli orecchioni), mentre noi tutti stavamo aspettando che passasse dall’altra parte; ma lui è rimasto fino alla fine un vero eroe, un esempio per le nuove generazioni e per tutti noi che, contro ogni previsione, stiamo ancora resistendo. Bua Leka mi dice che il sindaco Gjin Tanushi, facendo scalpore, ha restituito le valigie che i carpentieri dell’esercito gli avevano consegnato, accompagnate da un biglietto pieno d’amarezza, poiché non le avevano fabbricate come avrebbe voluto; Matish Marku, Direttore della Direzione Carpentieri Militari, non ha retto alla vergogna e ha dato dimissioni irrevocabili.
1 febbraio
Bella giornata soleggiata oggi; stavo a guardare l’attacco pomano dalla finestra del bagno, l’unico punto della casa da dove posso vedere chiaramente le operazioni militari, ma anche dove posso prendere appunti. Posso anche scorgere i miei ex colleghi tra le file nemiche: il conte Marin Vrana e il dandy Milosh Hyllini, mai sopportato; e quel ratto da fogna, Balsha Stresi; Dedan Gjoka, che ha sempre avuto una vista aguzza come il nibbio, mi ha notato da lontano pure lui e mi ha salutato, esultante. Non era un cattivo ragazzo; me lo ricorderò sempre come un appassionato di aquiloni statici, di ferro battuto e di uccelli da caccia impagliati; l’ho salutato anch’io.
14 febbraio
Stiamo tutti discutendo il nuovo articolo di Stres Alessi, dall’ultima edizione del Bollettino degli Ufficiali; secondo l’autore, se i nostri non fossero fuggiti così in massa, all’esercito pomano non sarebbero bastati gli ufficiali, anzi perfino i soldati; la lista pubblica dei fuggitivi occupa quasi due pagine in octavo; dopo questo articolo, Stres Alessi è sparito dalla circolazione e non apre la porta di casa a nessuno, ma il segretario, il giovane ambizioso Mëhill Gjeta, ha confermato che il suo capo andrà fino in fondo alle cose. Il sindaco Gjin Tanushi ha dato ordine di allargare la porta che va verso l’unico ponte di passaggio del castello; probabilmente, si sta preparando il contrattacco decisivo. Mi è iniziato un mal di denti indicibile; ma l’unico dentista che avevamo nel castello lima e sbianca ormai da tempo le zanne delle bestie di Tavgià… Non c’è nulla di più brutto del tradimento, amici miei; non c’è nulla di più doloroso e di più crudelmente insopportabile.
18 febbraio
A quanto pare la fine è vicina: il sindaco Gjin Tanushi e il comandante in capo, il principe Zenebish Stanisha, sono entrambi fuggiti stamattina, attraverso il ponte di passaggio; nessuno prende più in carico niente; Bua Leka è entrato nella fase terminale di un coma etilico (anzi, ha retto già abbastanza); anche quel taglialegna dal fiato puzzolente, Matish Marku, ha tentato di scappare, ma non ha fatto in tempo, a causa di un imprevisto attacco pomano; si è poi dovuto aprire un varco con la spada in mano e devo ammettere che ha combattuto coraggiosamente, finché non lo hanno decapitato i suoi stessi soldati. Duca Gjini, il quale ha il compito di prendersi cura dei cadaveri dei Pomani, è venuto a discutere con me delle sorti del castello: la storia ci ricorderà come quelli che hanno fronteggiato fino all’ultimo respiro il nemico, mi dice. Riguardo a Stres Alessi, dicono che stia dando gli ultimi ritocchi a una sua teoria unitaria sulla guerra, la pace e tutto il resto; aspettiamo con ansia.
29 febbraio
Mi attardo a uscire di casa, mentre la nebbia che copre la valle mi ostacola la vista dalla finestra del bagno. Hanno liquidato Stres Alessi con una coltellata sulla schiena; si sospetta un suo discepolo, un certo Nik Keta, che poi ha rubato il manoscritto della teoria unitaria ed è scappato a chiedere asilo, insieme ad Andronica, alla corte di Tavgià; siamo rimasti solo Duca Gjini e io; e il povero Duca Gjini non ha nemmeno il tempo di respirare, poiché deve seppellire Pomani da mattina a sera. Ma chi è che li falcia poi, tutti questi Pomani? Temo che neanche le generazioni future riusciranno a sbrogliare la matassa: ma le tombe sono là, sotto lo sguardo di tutti; con i morti in fila, come armate riciclate e cosparse di calce, e i registri mortuari compilati per bene dai copisti di Duca Gjini in tre lingue: albanese, latino e slavo. Sono stanco di scervellarmi su questa guerra idiota; stanco perfino per fare un piano di fuga pure io.
1 marzo
In un silenzio asfissiante mi giungono all’orecchio passi di pesanti stivali di un combattente, che salgono la stretta scalinata per avvicinarsi all’entrata del mio appartamento. Strascicando le pantofole nel corridoio buio, vado ad aprire al visitatore solitario; non è rimasto un solo servo nel quartiere residenziale del castello (inutile spiegare dov’è terminata la loro corsa). L’uomo davanti alla porta è alto, occhi rossi, con un torace robusto come un barile di polvere da sparo. Lo riconosco subito: il terribile Tavgià.
– Sei l’unico che non mi ha tradito, – dice.
– E Duca Gjini…?
– Un mio agente segreto, dall’inizio; il mio primissimo agente.
Mette la pesante zampa sulla mia spalla pelle e ossa.
– Sei l’unico che non mi ha tradito, – ripete. – Riguardo agli altri, posso dire solo una cosa: non l’avrei vinta questa guerra, non fosse stato per i vostri ufficiali. Stres Alessi aveva ragione: a me stavano finendo gli ufficiali, i soldati, addirittura anche i becchini…
Mi guarda per un po’, con occhi penetranti; noto che pure lui respira rumorosamente, come il mio vecchio amico, l’ormai comatoso generale Bua Leka.
– Stanno tutti aspettando fuori dalle mura, – mi spiega. – Colleghi, tuoi amici; sono così tanti che non ricordo più i loro nomi. Ma chi se ne fotte poi, dei nomi? Tutti aspettano di prendere il controllo del castello.
Ma loro lo avevano il castello sotto controllo, penso; e le battaglie erano così facili da vincere; e la gloria così facile da gustare; cosa credevano, quando fuggivano in massa?
– Stanno aspettando, quegli scemi, – dice Tavgià, estraendo all’improvviso un grosso mazzo di chiavi da un lembo profondo della sua tunica a brandelli. – Tieni, fratello; prendi le chiavi di questo castello. È tuo.
Conosco le chiavi; le ho viste addosso a Gjin Tanushi, nell’ufficio del Comune.
– Cosa vuole dire tutto questo, Tavgià effendi?
– Ti nomino Sovrano del Castello, caro, – dice Tavgià, toccandomi il cocuzzolo con la lama levigata della sua spada. Scopro di essermi inginocchiato senza volerlo.
– Solo per causa tua posso considerarla vinta, questa guerra, – continua Tavgià, monotono. – Altrimenti questo castello sarebbe rimasto un rimpianto, una vana conquista, un grattacapo in più, da nominargli pure il signore… Monumento senza senso di una vittoria del tutto vuota.
Gli si inumidiscono gli occhi e mi abbraccia, vecchio orso circense in esonero, mentre io sento il peso mortale del potere sulle mie delicate spalle da scriba…
21 marzo
Primo giorno di primavera; piove a dirotto. Le frane hanno scoperto i morti nel cimitero dei Pomani, scavato in tutta fretta da Duca Gjini. Sono tempi difficili per tutti noi, giorni di lutto, di rimorsi e di rivincita. Comunque, è una sensazione buona e consolatoria trovarsi di nuovo tra vecchi amici: il principe Zenebish Stanisha, duca Reposh Alessi, conte Marin Vrana – ormai sotto i miei ordini; mi si gonfia il cuore per il drappello che ho preparato, senza menzionare poi il fiero Dedan Gjoka e Zaccaria Mocra – nipote naturale di Tanush Engjëlli –, e Leka Golemi, di poche parole, e lo stesso sindaco Gjin Tanushi, che ho nominato Maestro delle Cerimonie, ma anche mio maggiordomo privato quando ci sono degli ospiti illustri nel castello. Passiamo la maggior parte del tempo a ricamare lunghi e dettagliati rapporti al nostro capo, Tavgià, che mandiamo poi con dei messaggeri; per il resto la vita non è cambiata molto, a parte mia moglie Andronica; la guerra è guerra, ma il quotidiano è quotidiano…
Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nell’antologia Shqipëria tregon: 1991-2010 (L’Albania racconta: 1991-2010), a cura di Ardian Klosi ed Elsa Demo, K&B, Tirana 2010.
Ardian Vehbiu
Nato a Tirana nel 1959, è uno scrittore, linguista e pubblicista albanese. Vive a New York e ha pubblicato numerosi libri di saggistica e narrativa. Membro dell’Accademia delle Scienze dell’Albania, è fondatore della rivista culturale online “Peizazhe të fjalës”, importante punto di riferimento della cultura albanese contemporanea.
Arben Dedjia
Nato a Tirana nel 1964, ha lavorato in Albania come medico chirurgo. Emigrato in Italia nel 1999, ha conseguito un dottorato all’Università degli Studi di Padova, dove lavora. Nella sua vita parallela ha pubblicato due libri di poesie e due di racconti. L’ultimo è Trattato di Medicina in 19 racconti e ½ (Vague Edizioni, 2020). In Albania ha pubblicato di più e ha vinto numerosi premi. È anche traduttore: l’ultima fatica è la traduzione dall’italiano all’albanese della Vita Nuova di Dante.