Ancora di Simone De Vita

Se ne stava in fondo al bancone a forma di ferro di cavallo, lì dove nei ferri di cavallo veri si ferma il fango e la sporcizia. Era il suo posto, passava lì le giornate. Ray ne aveva viste di tutti i tipi e gli si erano sempre girate contro. Non era mai stato un uomo fortunato e nemmeno abbastanza intraprendente da migliorare le cose. Aveva perso il lavoro alle Poste, aveva perso una moglie, anche se perdonata dopo un tradimento. Aveva perso i genitori, entrambi sepolti per malattie ai polmoni. La madre il destro, il padre il sinistro. Anime gemelle nella salute e nella malattia. Amen.

Amici non ne aveva mai avuti. Una vita troppo difficile per badare anche a quella degli altri. Non aveva più sogni perché a cinquant’anni è roba da fessi. Non aveva un cane. Aveva una stanza in un palazzo abitato in prevalenza da peruviani e portoricani spesso in faida tra loro. Erano anni che non salutava nessuno. Era tanto tempo che delle donne notava solo le gambe perché non alzava mai lo sguardo. Aveva comunque raggiunto una buona tecnica nel riconoscere le più attraenti solo dalle ginocchia.

Ma una cosa buona Ray l’aveva: era un duro. Niente l’aveva scosso. Con l’aiuto di qualche bicchiere era riuscito a farsi scivolare addosso tutta la putrida merda che gli era piovuta in testa. La tenacia con cui riusciva a sopportare di essere il signor nessuno era da ammirare. Rifiutava qualsiasi impegno, che si parlasse di donne, risse, lavori, furti, cazzate varie. Un morto in attesa di riconoscimento. Quello era.

Stava lì al suo posto a fissare la schiena sudata di Dampsy il barista. Era la sedicesima nottata di fila che passava con il culo incollato a quello sgabello, aspettando l’orario di chiusura. Lì dentro ce n’erano altri simili a lui ma non uguali. Gli altri si lamentavano per le loro vite compromesse. Frank il camionista aveva la moglie diventata lesbica a furia di stare a casa a bere tè con l’amica. Larry era stato licenziato dal magazzino di materassi e ora sul materasso ci passava i giorni interi. Mansell era tre anni che non aveva una donna, la cercava con tutte le sue forze ma era brutto come il lato B della morte e più che una scopata con Sharon, la vecchia troia in pensione che girovagava per il locale, non riusciva a combinare. Tutti a contorcersi le budella tra un bicchiere e un altro. Tutti a maledire il destino che in risposta scorreggiava sui fiori.

Ray ascoltava e provava pena per tutti quei bastardi che con il loro carico di anni non avevano ancora capito come andava la vita. Si alzò dal suo sgabello e andò a mettere Walk Away al juke-box, Tom Waits lo animava. Lo guardarono tutti mentre la canzone partiva, e lui tornava al posto facendo due scoordinati e terrificanti ondeggi con il bacino. Si sedette e scolò il drink.

Appena la canzone terminò, dalla porta entrò una donna. Aveva i capelli rossi e un rossetto sbavato sulla guancia. Gli occhi erano gonfi e i vestiti non erano stati stirati. L’ingresso era alle spalle di Ray, così non la vide entrare e lei non lo vide in viso. Mansell provò a fare un fischio di ammirazione ma uscì un suono sbilenco, sgonfio e ridicolo. Si attaccò al bicchiere per nascondere la figuraccia. Frank si spostò di sgabello per farle posto ma la rossa non lo vide.

Si andò a sedere in fondo al locale, dal lato opposto rispetto a Ray. Appena si sedette mise la testa tra le mani e rivolse lo sguardo verso il basso. Ray sfilò una sigaretta dal taschino e l’accese. Dopo due tiri gli cadde nel bicchiere e si spense. Ordinò un’altra birra e si accese un’altra sigaretta. Con questa andò meglio.

La rossa aprì la borsetta ed estrasse una banconota di taglio molto grande. Così grande lì dentro non si era mai vista. La porse a Dampsey.

– Uno scotch con acqua, grazie.

Dampsey guardò la banconota e poi i suoi occhi. Erano due fondi di cera. Spenti per sempre. Riguardò la banconota.

– Il primo giro lo offre la casa, chéri.

– La ringrazio.

– Ehi, cos’è ‘sta novità, Dam?

– Chiudi il becco Frank o finisci sul retro.

Frank prese in mano il bicchiere e buttò giù un sorso cortissimo.

La rossa passò il dito sul bordo del suo whisky, poi per la prima volta alzò lo sguardo verso Ray. Ray che si stava guardando le punte dei piedi. La rossa tossì come un motore a scoppio e cadde dallo sgabello. Un bel botto. Cadde di schiena come le cimici sfortunate. Tutti a parte Ray si alzarono per andare ad aiutarla ma i loro movimenti erano elefanteschi, sofferenti e, prima che l’avessero raggiunta, la donna si era già alzata riacquistando una certa dignità.

Continuando a guardare dritta verso Ray, prese acqua e whisky e si diresse verso di lui. 

– Deve averla presa secca la botta per andare da quello.

Si misero a ridere tutti.

– Ehi, signorina, ha picchiato la testa?

Si misero a ridere di nuovo. Si spintonarono in modo fraterno ma uno si imbestialì. Comunque la rossa si mise proprio sullo sgabello al fianco di Ray. Stavano a pochi centimetri. Le puzze dei loro corpi si erano già confuse. Ray non accennò nemmeno un movimento. Restò col bicchiere quasi vuoto a mezz’aria.

– Dave?

Ray prosciugò il bicchiere e fece un rutto che provò a trattenere goffamente.

– Oh, Dave, non è possibile. Sei tornato… Ma che ci fai qui?

La rossa allungò le gracili braccia verso il viso di Ray. Ebbe un sussulto.

– Giù le zampe, bambina.

La rossa ritirò i suoi rami secchi come ferita da un animale violento.

– Oh Dave, sono Grace, non mi riconosci?

– Non esattamente.

– Che ti è successo? Oh, Dave!

– Dave un corno, mi chiamo Ray, signora mia… Ray Gandolfi.

Grace dette un colpo secco al suo whisky. Si stropicciò gli occhi per cambiare la realtà. Ma a cambiare fu solo il viso, il trucco sbavò di nero le sue guance molli. Un rigurgito di Pablo Picasso.

– Non è possibile, tu sei il mio Dave, conosco il tuo viso, fammelo toccare.

Allungò le mani e iniziò a manipolare il naso e la bocca di Ray, quasi a voler rimettere in ordine un puzzle senza aver voglia di farlo. Ray stavolta non oppose resistenza ma tirò fuori dalla tasca il portafoglio. Mentre Grace continuava a tastare e palpare, Ray prese la sua carta d’identità e gliela mise davanti agli occhi.

– Lei sta toccando il viso di Ray Gandolfi, ecco.

Grace abbassò le mani e guardò il documento. Sbarrò gli occhi e aprì la bocca senza quasi volerlo. Un cedimento più che altro. Quella bocca socchiusa, crollata, era in qualche modo sexy, notò Ray. Poi dette uno sguardo alle ginocchia di Grace e ordinò altri due drink.

– Incredibile.

– Sì, di visi del genere non ce ne sono in giro molti.

– No, sei identico al mio Dave… La guerra… è partito da qualche anno e non ho più sue notizie da un po’… Ma tornerà, tornerà… Me l’ha promesso… Vedrai che tornerà.

– Mah, potrebbe essere…

La rossa lo incenerì.

Ray si accorse di essere stato indelicato. Fece finta di cercare qualcosa in tasca e aprì bocca per combattere l’imbarazzo.

– Quindi è tuo marito?

– Sì, mio marito… Diamine, sei uguale, non ci posso credere, mi ha preso un colpo.

– Impossibile, sarà che non lo vedi da tanto, non si confonde il marito con un altro.

– Ti dico che tu sei lui.

I due drink arrivarono. Si guardarono negli occhi. Non c’era luce in quello scambio di sguardi. Ray allungò la mano per fare un brindisi disperato.

– Beh, a Dave allora.

– No, no… A te.

Ray non era abituato a un trattamento del genere. Un brindisi in suo onore. Probabilmente era dalla prima comunione che non succedeva. Si sentì al centro del mondo. Un pugile con una cintura d’oro. Scolarono il drink e rimasero a fissarsi in silenzio. Poi Grace estrasse due sigarette e gliene porse una. Le accesero e si fumarono addosso.

– Hai… Avevate figli?

– No, non c’è stato il tempo.

Ray finì così il suo scarno repertorio di domande. Non parlava con una donna da tempo ma anche prima non era stato un grande oratore. Non era brillante e non era spiritoso. Non era affascinante e non era interessante. Non era, Ray non era. E di conseguenza non aveva niente da dire. Ci pensò Grace. 

– Ci verresti a casa mia?

Frank, che era il più vicino, sentì, e si strozzò con la birra. La sputò sul bancone per non morire e Dampsey gli dette un pugno sulla nuca. Ray guardò Grace in viso e ci vide un’ancora. Aveva uno sguardo supplichevole, patetico. Dolce come un coniglio in pericolo. Si alzò dallo sgabello, si aggiustò la camicia dentro i pantaloni e si diresse al juke-box. Mise Closing Time di Leonard Cohen. Tornò al suo posto ciondolando lentamente la testa su e giù. 

– Hai un giradischi a casa?

– Sì.

– Ci verrei volentieri a casa tua.

Gli occhi di Grace si riaccesero come le fiamme di una vecchia caldaia in disuso. Si aggiustò il vestito sotto il seno. Ordinarono ancora un paio di drink che scolarono senza parlarsi. Gli occhi di Grace sempre addosso a Ray Gandolfi. Quelli di Ray fissi sulla piastrella che sbucava da sotto i suoi piedi. Finito di bere si alzarono e senza salutare nessuno uscirono. Si sentirono un fischio e un rutto ma nessuno dei due ci diede importanza.

Arrivati a casa, Grace aprì la porta e fece entrare prima Ray. C’erano una cucina e un salotto da cui partiva un corridoio con altre porte. Una casa molto grande, faceva caldo. Ray toccò uno dei caloriferi e sentì che stavano quasi per esplodere. Fu colto da un brivido di benessere.

Grace gli disse di accomodarsi in salotto, ma lui la seguì in cucina. Grace preparò due whisky con acqua con una cura meticolosa. Ray guardando il piccolo tavolo si chiese a che ora si cenasse in quella casa. Raggiunsero il divano ciascuno con il proprio bicchiere in mano. 

– Vivi sola quindi?

– Sì, da un po’ di tempo sono sola in questa grande casa… Tu dove vivi?

– Ho un appartamento… O meglio, una stanza, nel quartiere sudamericano.

– Sei un uomo coraggioso allora?

– Meglio, baby… Sono un uomo disperato.

– Stai lì da solo? Niente moglie? Niente figli?

– Una volta mi era venuta una mezza idea di prendere un cane, ma gli avrebbero fatto fare una brutta fine.

Grace accennò un sorriso.

– Ma senti… Ti posso chiamare Dave?

Ray si accorse di quanto quella donna fosse rimasta a ballare un tango solitario nella notte. Dave Gandolfi. Non era poi così male. Si immaginò un campanello di palazzo con scritto quel nome. 

– Fai pure.

– Dave, che fai quindi per vivere?

– Bevo Grace… Vado al bar e inizio la giornata cercando di arrivare alla fine ancora con il bicchiere in mano.

Solo allora Grace si accorse che Ray era un uomo ferito a morte. Come fosse passato sopra a una granata. Era rimasto sordo. Mutilato. Scavato nelle ossa. Grace gli toccò la mano senza stringerla. Si alzò, andò al giradischi e mise Sacrifice di Elton John. Prese il centro del tappeto ondeggiando con dolcezza. Sorrise a Ray e lo invitò a raggiungerla con la mano.

– Vieni a ballare, Dave.

Ray si irrigidì.

– I duri non ballano.

Grace continuò a ballare sola, con quella poca dignità che la risposta gli aveva lasciato. Finita la canzone, spense il giradischi e si rimise a sedere a fianco di Ray che intanto aveva vuotato il bicchiere. 

– Quindi lei non ha un lavoro, signor Gandolfi?

– Esatto, neanche uno.

– Perfetto.

– Non direi… Non sono un grande amante del lavoro, ma in alcuni momenti della vita può servire.

– Vivi solo, passi i giorni al bar, non hai un lavoro e sei identico al mio Dave… Non mi sembra vero di aver trovato una persona del genere.

Ray sembrò scosso dall’esame della sua vita. Si grattò la fronte e si alzò con rapidità. Come punto da un calabrone. 

– Grace, credo che tu possa trovare anche di meglio.

Su un mobile, insieme a degli animali di cera, vide un paio di foto. In entrambe Grace era abbracciata a lui. 

– Dio, questo sarebbe Dave?

– Lui.

– Non è possibile.

Si allontanò dal mobile barcollante e con lo sguardo stupefatto.

– Sento che Dave arriverà proprio stasera. Ne sono sicura. Tornerà stasera. Tornerà.

Era pazza. Che situazione assurda.

– Ti vedo pallido Dave, vai in bagno a lavarti il viso.

– Sì, mi sembra una buona idea.

– Si trova lungo quel corridoio, a sinistra.

Ray prese il corridoio. Stava sudando come un corridore a fine gara. Avrebbe preferito uscire. Aprì la prima porta a sinistra: solo scope e strofinacci. Aprì la seconda, di scatto. Si trovò sdraiato a terra con addosso se stesso. Un se stesso a petto nudo, freddo, freddissimo, ghiacciato. Rigido. Provò a urlare ma gli si fermò tutto in gola come se avesse inghiottito una palla di pelo. Rimase lì sotto quella carcassa mastodontica e pesante. Poi la ribaltò e la mise a pancia in su. La guardò attentamente dalla testa ai piedi. Era proprio uguale a lui, Cristo. Al centro del petto c’erano tre fessure. La carne intorno era sfibrata ma pulita. Sembravano delle vagine. Delle lunghe vagine linde e immacolate. Vergini. La matta l’aveva anche pulito. La immaginò in ginocchio ai bordi di una vasca a detergere delicatamente con una grossa spugna il petto lacerato del suo uomo. Ray strizzò gli occhi. Li riaprì sul volto di quella sua macabra controfigura. Si accorse di avere la sua stessa espressione costernata. Non era quindi la morte ma la vita a provocarla. Si sentì mancare ma poi si riprese. Non aveva tempo da perdere. Doveva andarsene da quella casa. 

Con una forza che non credeva di possedere sollevò il morto e lo lanciò nel ripostiglio. Si impose di rimanere calmo. Si aggiustò capelli e vestiti. Sarebbe tornato in salotto, avrebbe scambiato ancora due vuote parole e poi si sarebbe congedato per tornare allo sgabello del bar. Certo, se la pazza l’avesse ucciso, non sarebbe stata una grande tragedia. Cosa gli era rimasto da perdere? La sua vita era un solitario fallito. 

Arrivò in salotto. Grace era in cucina. Avrebbe potuto comodamente uscire da quell’appartamento e dimenticarsi tutto quanto. Tornare al suo bar, al suo bancone, alla sua birra, al suo…, alla sua…, alle sue…, a che cosa? 

Restò immobile a fissarla, tutta ben pettinata e composta, con un grembiule da cucina rosso che le stringeva il corpo e le modellava i fianchi come fossero di fresca terracotta. Era ai fornelli, con un mestolo di legno stava girando qualcosa in un grande pentolone. 

Sembrava una di quelle donne. Una brava, buona e bella casalinga che attende il maritino di ritorno dall’ufficio.

Dopo un bel pezzo si accorse di Ray.

– Oh Dave, sei andato a rinfrescarti?

I suoi occhi, la sua bocca, il suo sguardo. Era l’espressione più naturale che avesse mai visto in vita sua. Sentì le budella stracciarsi e dissolversi in un acido caldo. Ma Grace era perfetta così come la stava guardando in quel momento. Un sorriso bianco, scintillante. Una corona di perle incastonate nelle gengive. Un viso amorevole, da amante, da moglie, da mamma, da donna. Un’infermiera, una dea pronta a prendersi cura del suo piccolo mondo. Il profumo che aveva riempito il salotto era qualcosa che il suo naso non captava da tempo. Uno di quegli odori che ti riportano alla giovinezza e fanno venir voglia di piangere. 

– Eccomi, sì, sono pronto.

– Ti sei lavato bene anche le mani?

– Certo.

– Bravo cucciolo, ti ho preparato lo stufato di carne e verdure.

– Buonissimo, grazie.

Rispondeva stando lì impalato davanti alla porta. Come uno che sta per uscire ma si imbarazza perché non trova il momento buono per togliersi dai piedi.

– Dai su, vieni a tavola.

Quell’invito suonò come una scossa. 

– Subito.

Grace portò il pentolone in tavola, riempì i due piatti e si sedette di fianco a lui.

– Com’è andata a lavoro oggi, Dave?

Ray tentò di rispondere nonostante la bocca piena.

– Non c’è male, solito tram-tram, forse sono un po’ stanco, confuso.

– Povero il mio piccolo Dave.

Ray inghiottì il boccone a fatica. Come fosse un sasso, un macigno.

– Stasera ci pensa la tua Grace a risollevarti.

Grace gli accarezzò la guancia e gli fece un occhiolino malizioso. Ray la guardò a lungo, commosso. I due finirono di mangiare parlando del più e del meno. Una volta pulito il piatto Ray si alzò per metterlo nel lavandino con bicchiere e posate.

– Dave, Dave…

Grace lo rimproverò come un maestrina che sgrida affettuosamente un bambino che si è fatto la cacca addosso. 

– Lascia tutto qui che ci penso io. Sarai stanco, vai di là che ti raggiungo.

Ray a passo lento raggiunse il salotto. Guardò la poltrona davanti alla TV come se a quell’ora si fosse sempre seduto lì. Accese la TV. Si sedette. Con una sigaretta in bocca, si mise a guardare un quiz con delle coppie. Il conduttore faceva delle domande sulla loro vita privata. I due, separatamente, dovevano rispondere allo stesso modo per dimostrare la loro affinità. 

– Qual è il posto dove siete andati al primo incontro?

– Al bar del college.

Marito e moglie risposero all’unisono. Ray guardò una foto in cui Grace e Dave mangiavano un gelato su una terrazza. Il loro sguardo si incrociava in quell’esplosione di imbarazzo, attrazione e curiosità tipica del primo appuntamento. Si ricordò di colpo di quanto fosse bella Grace quel giorno. Il vestito azzurro mare, le unghie con lo smalto scrostato. I capelli che non stavano al proprio posto per il vento. Su quella terrazza c’era un chiasso di bambini infernale ma a loro bastava parlarsi sottovoce per sentirsi. Lui aveva preso un cono panna e nocciola, lei fragola e fiordilatte. Ciascuno aveva assaggiato i gusti dell’altro facendo finta di trovarli più buoni dei propri. Era stata una giornata perfetta. Quel giorno capì che Grace sarebbe stata la donna della sua vita.