L'allegatodi Bandenere

Dacché ricordava, aveva sempre sognato di ricoprire un ruolo importante, un ruolo prestigioso, che desse soddisfazione a sé e invidia agli amici, una posizione che lo precedesse e avanzasse. Il suo più grande sogno, custodito con gelosia e precisione, era proprio quello: di non aver bisogno di presentarsi con un triste, anonimo e infamante bigliettino da visita. E di non aver bisogno di lasciarlo, lo squallido cartoncino, a qualche mediocre che si ricordasse di lui. La sua ambizione era di essere conosciuto da tutti e “Unforgettable”, come “The Voice”, la Voce, Frank Sinatra; come le notti magiche di Italia ’90; come il profumo delle gambe di Marina al liceo. Ah, Marina. Non si era comportata granché bene, in effetti, Marina. Però, però, che importa? Lo vedi? Ogni tanto la fantasticava ancora. “Unforgettable”.
Così voleva essere, celebrato e ambito, disprezzato da quelli che non ne ricevevano le attenzioni desiderate, adulato da chi provava ad avvicinarglisi. L’adulazione l’aveva sempre schifata lui, evidente manifestazione di inferiorità e anonimato. Sì, sempre schifata. Ma per se stesso avrebbe fatto un’eccezione.
Subito dopo la laurea, conseguita con più del massimo dei voti, aveva trovato subito lavoro presso un’azienda leader di settore. Del resto, aziende che non siano “leader di settore”, a oggi, si fa fatica a trovarne. E aveva iniziato da poco più di un mese, quando successe l’inspiegabile fatto.
La prima settimana di impiego l’aveva trascorsa diligente a studiare la superficie della sua scrivania, dal momento che nessuno in ufficio era stato informato del suo arrivo e men che meno sapeva di che cosa si sarebbe occupato. Tutti facevano già tutto. Anche quando i primi due giorni si era proposto di essere utile in qualche modo, era stato ricacciato al proprio posto.
– Dottor Balossi, posso alleggerire il carico delle sue funzioni?
– Certo caro, non riesco a capire se la tua scrivania è in legno, ricomposto, plastica, vetro, cristallo o cemento. Puoi farmi avere un report per domani sera? O è troppo poco tempo?
Il lunedì della seconda settimana era stato accolto dalla sempre sorridente Dottoressa Balossi, responsabile delle risorse umane e, sì, Balossi anche lei a quanto pare.
– Buongiorno, caro! Eccoti! Ti ho preparato i bigliettini da visita. Buona giornata!
Si allontanò con i tacchi che rintoccavano sul datato pavimento ceramico, mentre lui veniva colpito da una fitta allo stomaco leggendo l’intestazione del bigliettino: “Caro – Desk Manager”. L’acido gastrico l’avrebbe sfigurato se non avesse parlato.
– Mi scusi Dottoressa Balossi, posso rubarle due secondi?
– Certo, caro. Ma facciamo uno, eh. C’è qualcosa che non va? – sorridentissima.
– No, ecco, Dottoressa Balossi – l’abbrivio energico era già in diluizione – solo, vede – mostrando il bigliettino – qui c’è scritto Caro al posto del mio nome, e Desk Manager come posizione. Io, sinceramente, non capisco.
– Ah, ma che sciocca. Certo, caro. Perdonami. Dimenticavo di dirti che qui, nella nostra azienda leader di settore, usiamo nominare Caro o Cara tutti i nuovi assunti, per evitare dannosi ed eccentrici personalismi. Quando poi si fa carriera e si raggiungono le posizioni dirigenziali, e sono certa che tu sarai uno di quelli che ci arriverà in tempi record, si sostituisce il Caro o Cara con Balossi, che come già sai è il cognome del nostro amministratore delegato. In questo modo incentiviamo il team building, motiviamo tutti a dare il massimo e ci sentiamo parte di una sola, grande famiglia, sintonizzata e capace di pensare all’unisono.
Per quanto riguarda il job title, bè, pensavo che i miei colleghi fossero stati chiari in sede di colloquio, anche se non sono dei Balossi. Noi abbiamo la necessità di promuovere all’esterno il fatto che assumiamo giovani laureati col massimo dei voti in una top università italiana, capisci? Non abbiamo niente da farti fare, al momento. Ma non sottovalutare il compito dei prossimi mesi, occuparsi della propria scrivania non è scontato: tutti lo fanno, pochissimi lo fanno in modo eccellente. Dimostrati all’altezza e troverai la tua strada per diventare un Balossi.
Il breve colloquio lo lasciò paralizzato, ma quando si rimise a sedere al suo posto, dietro la scrivania, mezzo e fine delle sue giornate, ai colleghi sembrò semplicemente silenzioso. Il che era solo rassicurante per loro. Il ragazzino nuovo non avrà da procurarcene, di grattacapi, avranno pensato in quei momenti.
Lui intanto, all’apparenza compìto, si sentiva in verità inoculato di un virus mutageno inarrestabile. Condannato a morte, peggio, già giustiziato e in terrificante attesa che la distruzione interiore portasse a compimento la sua marcia di putrefazione. Un ferro da stiro gli testava le pareti dell’intestino, e il crasso e il tenue li sentiva contorcersi l’uno sull’altro, nel tentativo di fare un nodo scorsoio e provocare il soffocamento.
Aveva un solo modo di sopravvivere, uno solo. La sua determinazione e il suo egotismo, o forse un semplice e sfrenato spirito di sopravvivenza (che sempre a vanità potremmo in fin dei conti ricondurre), gli fornì un antidoto a buon mercato, pronto per essere avvicinato alle labbra e deglutito con poco sforzo. Questo avrebbe fatto: avrebbe accettato attivamente la propria condizione, l’avrebbe persino desiderata, bramata con tutto se stesso. “Mi prenderò cura della MIA scrivania come non hanno mai visto nessuno prendersi cura di una scrivania. Diventerò un Balossi. No, di più. Diventerò IL Balossi. Allora tutti ricorderanno il mio nome. Tutti.” – si scolpì questo monito tra le fessure del cranio e decise che lo avrebbe inseguito fino alla morte.
Tanto per cominciare, iniziò a entrare sempre più presto la mattina e uscire sempre più tardi la sera. Sempre più presto, sempre più tardi. “La vedranno – rimuginava – eccome se la vedranno.” Passava il badge verso le 8 e osservava tutti arrivare alla spicciolata nella mezz’ora successiva. O meglio, quasi tutti. Qualcuno arrivava con lui, qualcuno era persino già lì da prima che lui facesse orgoglioso ingresso anticipato. Dopo qualche giorno, la cosa iniziò a dargli fastidio, serio prurito all’epidermide. Così attaccò: le 8 diventarono le 7.45, poi le 7.30. Dopo un paio di settimane, entrava fisso alle 7 e usciva fisso alle 21. Ma la sera non faceva testo, anche i più inetti si abbindolavano alla sedia in attesa che il buio facesse più buio, per dare prova di valore e attaccamento al posto di lavoro. No, la sera contava decisamente meno. Era il mattino, l’alba, a fare la differenza. A mostrare una inequivocabile e scintillante forza di volontà, rigida e quadrata. Fu così che anche le 7 iniziarono a non bastare più. “Se altri metri di giudizio non ho, se il mio unico parametro di valutazione questa scrivania deve essere, mi ci vedranno coi gomiti su per un numero di ore che neanche sospettavano potesse far parte di una giornata. Quando arriveranno, tutti, io sarò già qui. Quando se ne andranno, tutti, io sarò ancora qui. Dovranno dubitare che io me ne stacchi mai, da questa puttana di scrivania.”
Erano tre mesi che lavorava nell’azienda leader di settore quando, un mattino, fece ingresso trionfale, napoleonico, alle 6 e mezza. Non stava nella pelle, si fregava le mani come un ossesso, né riusciva a trattenere un risolino maniacale. Entrò da vincitore assoluto in ufficio, circondato da un silenzio sepolcrale e, per lui, vibrante. “Nessuno. Ah, finalmente. Non c’è … nessuno. Che silenzio fantastico.” E ridacchiava, a bassa voce. Pareva singhiozzare risatine nervose, un godimento pieno. Estremo. Sennonché, d’un tratto:
– Oh, buongiorno a te, Caro. Fatto presto stamane! Avevi paura qualcuno te la rubasse? – indicando la scrivania. Sorrideva quel tale, compiaciuto. – Amo arrivare in ufficio la mattina, non trovare nessuno e andare al bagno. Sporcarlo per primo mi dà un senso di… non saprei… neanche ci vado più al bagno a casa, io… non mi ci piglio gusto. Qui, tutt’altra cosa, un piacere profondo. A ogni modo, buona giornata a te, Caro.
E proseguì oltre, lungo il corridoio, quel tale, che magari non era neanche un Balossi.
Fu questo episodio che innescò la miccia della sua idea definitiva. Si fece sera, verso le 21, e mentre stava per raccogliere le sue cose e uscire, un’illuminazione lo trapassò, da parte a parte. La ghiandola pineale era stata fecondata e sgravava la sua progenie. Tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare a quel fastidioso sorriso che si era fatto beffe di lui. “Io non raccoglierò le mie stupide cose, stasera. Voglio vedere la faccia che faranno, tutti. Non me ne andrò a casa, per tornare domattina, il prima possibile, per vincere la gara dei perdenti. Io passerò la notte qui.”
L’intera azienda era un manto di tenebra quando finalmente gli riuscì di prendere sonno, abbandonato alla scrivania. Saranno state le due e mezza, tre. Non appena i muscoli contratti dagli intensi sforzi della giornata diedero cenno di un tentativo di rilassamento, però, un suono indecifrabile lo riportò a uno stato di veglia, confusionaria perlopiù.
Lontano, disperso nella bocca di chissà quale oscuro corridoio dell’edificio, gli parve come di sentire un uccello al neon cinguettare. Poi silenzio. Silenzio tombale. Per oltre due minuti e mezzo, tre. “Scherzi della stanchezza,” pensò. Le palpebre si accasciarono di nuovo tremando, quando una voce lirica, una voce di donna, sembrò gorgogliare, chissà dove, in quale ufficio, di quale ala. Una voce eterea che, stavolta non poteva sbagliarsi, era udibile con chiarezza, seppur arrivasse ovattata, come il pianto di una balena nelle profondità dell’oceano, a miglia di distanza, in universi lontani e temibili.
Non gli riusciva di comprendere, e il filo della paura che iniziava a snodarsi in lui lo frastornò. Si alzò in piedi, ondeggiando, con la vista offuscata e sopraffatta da tutta quella luce nera. Varcò la soglia dell’ufficio e, subito, una folata di velluto oscuro torbido gli si strofinò sulle gambe e passò oltre. Sentì una lama di terrore liquido colargli sulla schiena e raggiungergli le natiche e l’ano. Voltandosi di scatto per capire cosa gli si fosse strusciato addosso, vide una piccola ombra muoversi elegante verso il fondo del corridoio. Dalle grandi finestre poste sui due lati, il colore della luna si riversava pallido e dipinse la forma sfuggente dello strano essere mentre voltava l’angolo. In quel momento i suoi occhi incerti poterono riconoscere cosa lo avesse unto pochi secondi prima: un nero pavone, con la ruota interamente dischiusa, a mostrare senza pudori i motivi intimi e le fantasie nascoste.
Senza neanche pensarci su, si ritrovò a seguire l’animale misterico, col cuore a battere colpi potenti e fuori tempo, e il sopraffiato a complicare l’incedere molliccio e traballante. Girò anche lui l’angolo, un altro, poi un altro, un altro, e forse altri mille ancora. Poteva trovarsi ovunque nell’edificio ormai, o anche fuori. L’ambiente spaziale attorno era stretto come i lunghi e spigolosi corridoi che percorreva, e immenso come le fredde galassie che lo sovrastavano. “Unforgettable”, si mise a risuonare subito dietro di lui la Voce, calda, rotonda. Eppure voltandosi non c’era altro che il nulla. “Unforgettable”, gli sembrava di aver perso il senno, sconquassato a colpi di mannaia dal terrore dinamico che lo muoveva. Eppure la cosa peggiore era che, al contrario, si sentiva perfettamente lucido. E in balia di una catena di eventi primordiali che non potevano essere disinnescati. Avrebbe dato qualsiasi cosa per fermarsi e dormire, per smettere di ragionare febbrile. Doveva raggiungere il nero pavone e il suo inafferrabile arcobaleno di meraviglia. “Unforgettable”, risuonò di nuovo, splendido e glaciale. Doveva raggiungerlo per forza.
Fu proprio mentre si ripeteva in modo ossessivo questo proposito che l’inscrutabile animale arrestò la sua corsa. Lo vide, dall’altro capo del corridoio, prima fermarsi, poi voltarsi. Sembrava fissarlo severo nelle pupille, sembrava sapere cose che lui non avrebbe mai saputo, a cui non avrebbe mai avuto accesso. Un oceano di conoscenze nascoste, affidate alla custodia della sua infinita saggezza, nella tensione del corteggiamento.
Stava lì, fermo. Davanti a una porta.
A passi lenti, si avvicinò all’animale alieno. A ogni metro verso l’occulto, sentiva di uscire fuori da sé; a ogni centimetro una parte di lui intraprendeva un viaggio extra-corporeo di abbandono delle budella, delle viscere e dei genitali. Fin quando, estraneo a se stesso e alle sue cellule, non si trovò a un passo dall’accesso misterioso. Una larga e spessa targa troneggiava sul poderoso legno di cui era fatta la porta: “Baal Balossi – Amministratore Delegato”. L’ingresso era socchiuso e il nero pavone entrò. Ormai privato di qualsiasi volontà e desiderio, non fece altro che seguirlo, d’istinto.
Non appena superò l’uscio, venne assalito da pesanti vertigini e sentì le narici invase da fiotti di liquido caldo. Si sentiva schiacciare a terra e, anche se non poteva vederlo, aveva la chiara percezione che il pavimento gli si stesse per abbattere sulla faccia e frantumargli le ossa. Il fetore era insostenibile e mortale, di feci umane in decomposizione, per un banchetto di vermi contorsionisti, affamati. Più in là, gli sembrava di indovinare le forme di una possente scrivania. Nel tentativo di avvicinarla e crollarci sopra, si fece largo in mezzo a una foresta umida e bagnaticcia, fatta di liane di intestini feriali. Non ne poteva più: il tragico spaesamento emotivo e la furiosa illogicità dell’esperienza in cui si era riversato lo stavano sfinendo. Sarebbe collassato inerme di lì a pochi attimi, esausto e spastico, strozzato dal puzzo ripugnante; giusto il tempo di vedere ergersi da dietro la grossa scrivania una monumentale ombra nera, ispida e pelosa.
Lo trovarono la mattina dopo, verso le 8, alla sua scrivania, perfettamente seduto, ricoperto di tagli abnormi e grumi di sangue. L’espressione inscrutabile e apatica.
Era interamente spillato, come fosse un documento, allo schienale della sedia.
Un allegato all’esistenza.