Ahi a cura di Parole Migranti

La prima volta che il ragazzo venne da lei, ne fu lusingata. Aveva altri nonni a cui chiedere. Lui era quello viziato. Lo assecondavano tutti. Ma aveva scelto di passare del tempo con lei.
– Nonna Ma, mi aiuti con i compiti?
– Certo, moko.
– Tra un paio di settimane andiamo in campeggio per imparare a sopravvivere nel bush. A scuola dicono che dobbiamo sapere come cucinare e scaldarci nella foresta.
Lei ridacchiò. – Sei venuto nel posto giusto allora, ragazzo.
– Infatti nonna, mi sa di sì.
Gli indicò il camino e gli chiese di andare a recuperare l’occorrente per il fuoco. Poi, seguendo l’antico metodo che le avevano tramandato i suoi genitori, gli mostrò l’arte dell’accensione. Il ragazzo guardava avido, i suoi occhi scuri uno specchio per le fiamme che gli si sprigionavano davanti.
– Ora tu – gli ordinò mentre soffocava le fiamme in modo che lui potesse iniziare da capo.
Ma i numerosi sforzi per rianimare il fuoco fallirono. Al quarto tentativo, abbassò la testa senza guardarla negli occhi. Lei era incantata dalla sua testa china, con quel ciuffo di capelli arruffati che non aveva ancora domato il sonno.
– Dai, mokohei aha, non ti preoccupare. La nonna ha qualcosa per te. – Tirò fuori un accendino dalla cesta. Ne aveva pochi, ma il ragazzo poteva tenerne uno.
– È un po’ come barare, ma perché no? – disse. – Visto che li abbiamo, tanto vale usarli.
Il ragazzo la ringraziò e le diede un bacio sulla guancia. – Ci vediamo presto – disse e, prima di andare via, le fece un gran sorriso. Mentre lo salutava dalla porta, notò che ora camminava rilassato, con le mani in tasca e un passo più dondolante.

La seconda volta che venne aveva gli occhi rossi, e quando parlava guardava di lato.
– Mi dispiace, nonna – disse, – L’ho perso. Non ho neanche fatto in tempo a usarlo che è sparito.
Poverino. Non avvertì nemmeno un barlume di irritazione. Mentre gli dava un altro accendino, si prefigurò il sollievo che l’avrebbe travolto.
– Ah nonna, sei la migliore – disse gettandole le braccia al collo. Questa volta schizzò via dal cancello e lei non poté far a meno di ridacchiare.
– Stacci attento questa volta, ragazzo – gridò, ma non sapeva se lui avesse sentito.

Ritornò una settimana dopo.
– Ero al fiume che facevo pratica – le raccontò, – mi è scivolato dalla tasca ed è caduto in acqua. Mi dispiace nonna. Mi dispiace. Ti taglio la legna, ti spazzo il pavimento, faccio tutto quello che vuoi per rimediare. Ma devo ancora trovare un modo per accendere il fuoco al campeggio.
– Che cosa devo fare con te, ragazzo? La legna l’ha già tagliata e accatastata tuo zio due settimane fa. Lo sai che spazzo il pavimento la mattina. Non voglio farti lavorare. Voglio che stai attento alle cose che ti do.
– Sì, nonna. – Si fissava con insistenza i piedi nudi.
– Se ti do il mio ultimo accendino, poi non puoi tornare a chiederne un altro.
– Lo so, nonna. Ma tu come farai?
– Alla vecchia maniera, come ti ho fatto vedere. Un giorno imparerai bene anche tu.
Gli disse di fermarsi a mangiare. Non se la sarebbe cavata tanto facilmente. Le sedette accanto mentre lei gli raccontava le sue storie, ascoltava ogni parola, o così lei credeva. Anche se il ragazzo era un po’ maldestro, almeno faceva quello che gli veniva detto. Giocarono a carte e lui le cantò le canzoncine che inventava sugli insegnanti a loro insaputa. Suo nipote. Aveva talento, anche se era sfacciato. Quando quel pomeriggio se ne andò lei non poté fare a meno di sorridere, il sole del tardo pomeriggio le scaldava la pelle.
A parte alcune occasioni, come gli hui e i tangi, per qualche anno non lo vide molto. Passava giusto per stamparle un bacio frettoloso sulla guancia, ma non si fermava. Le mancava, anche se non c’era da preoccuparsi. Riapparve subito dopo il suo quindicesimo compleanno con un po’ di kaimoana e torta avanzati dalla festa.
– Allora non ti sei dimenticato della tua vecchia Nonna Ma, eh?
– Dai nonna, lo sai che sei la mia preferita tra tutte le kuia.
– Mah… Cosa hai combinato, ragazzo?
– Nonna, mamma dice che posso imparare a guidare!
Ae? Mmh. E chi ti insegna?
– Bè, un mio amico ha la patente, ma non abbiamo la macchina per fare pratica.
Lei batté la pipa sui gradini del portico, preparandosi a riempirla di tabacco fresco.
– Ehm, nonna?
Lo guardò. Sapeva cosa le avrebbe chiesto.
– La mia macchina è ferma in garage da anni, ragazzo. Non la uso quasi mai. Può essere pericoloso.
– Il mio amico può darci un’occhiata, nonna. Possiamo?
Lei si accese la pipa. Tirò diverse boccate di fumo. La riscaldava e la rilassava. Gli occhi scuri e tondi del suo moko erano fissi su di lei.
– D’accordo, ragazzo.
Le gettò le braccia al collo.
– Ehi, occhio alla pipa! Mettete pure in moto quel coso, basta che state attenti. Magari un giorno mi servirà. E cercate di restare tutti interi.
Vennero due giorni dopo e rimasero un po’ in garage cercando di far funzionare la vecchia auto. Quando sentì il nipote urlare, era in giardino. Dopo sentì partire il motore. Erano riusciti ad azionare l’accensione, a riavviare la vecchia carretta.
Mentre facevano retromarcia, dalla macchina si levarono rancidi gas di scarico che fluttuarono verso la casa. Che puzza, pensò, ma li salutò con la mano mentre suonavano il clacson e si allontanavano lungo il vialetto.
Da quel momento il ragazzo andò da lei ogni settimana. Entrava, le stampava un bel bacio sulla guancia, si prendeva una fetta di pane rēwena caldo dal tavolo e faceva un cenno con la testa verso il garage.
– Ti va bene se la portiamo a fare un giro, nonna? Chiedeva scavando via un pezzo di burro per il pane.
– Sì, moko. Ma riportatela entro un’ora. E state attenti.
Ma non la riportavano mai dopo un’ora. Restavano fuori fino a tardi, e lei si preoccupava perché guidavano col buio. A volte non tornavano fino al giorno successivo.
La quarta volta che presero la macchina, lei andò a letto, ma non riuscì a chiudere occhio. Era preoccupata per loro, sì. Ma anche arrabbiata. Quella era l’ultima volta, giurò a sé stessa. Voleva che suo nipote fosse felice. Ma doveva anche imparare ad ascoltare.
Ritornò il mattino dopo a piedi. I vestiti e la pelle erano anneriti. Un taglio gli sanguinava sulla guancia. Si sedette nel portico con la testa tra le mani.
– Mi dispiace tantissimo, nonna. La macchina è distrutta. Il mio amico è in ospedale.
– Ma sta bene?
– Costole e gamba rotte. Qualche ustione.
Hika! Distrutta? In che senso?
– Ha sbandato contro un palo della luce. Deve aver preso in pieno il serbatoio. Mentre ci stavamo allontanando la macchina è esplosa.
Provò tante cose, tutte insieme – sollievo… terrore… rabbia… Come potevano essere così stupidi? Fu quest’ultima emozione che le sfuggì dalle labbra. Lo rimproverò, e si trattenne appena dal colpirlo con i suoi piccoli pugni.
Per tutto il tempo lui si coprì il viso con le mani, e solo quando lei ebbe finito si accorse che il nipote tremava. Allora lo strinse tra le braccia e lui appoggiò il viso bagnato sulla sua spalla.
– Perché fai così, ragazzo? – disse, ora più dolcemente – Perché non ascolti mai? Perché non sei più prudente?
Lui singhiozzò annaspando per una boccata d’aria. Quel suono le sciolse il cuore. Avrebbe voluto rendergli le cose più facili.

Per molto tempo smise di farsi vivo. Lei era convinta che fosse per la troppa vergogna. La whakamā ti divora dentro, anche per questo era preoccupata. Voleva dirgli di lasciar perdere ma, quando lo chiamava, lui non rispondeva. Provò con la madre. Tara era d’accordo, c’era qualcosa che non andava con il figlio minore, ma anche lei ormai lo vedeva pochissimo.
Perciò, quando riapparve di nuovo a casa sua, Nonna Ma fu contenta di vederlo. Era elettrizzato e contento e raccontava dei nuovi amici che si era fatto in città e di come pensava di partecipare l’anno seguente a una gara di pesca d’altura con i fratelli. Progettavano di battere una sorta di record spingendosi dove nessuno era mai arrivato prima. La intrattenne per ore con le sue storie, saltellava qua e là, cantava e faceva imitazioni. Provò a farlo mangiare, ma lui non riusciva a calmarsi abbastanza da sedersi a tavola. Quando si fece buio, il suo chiacchiericcio contento si era trasformato in una lamentela concitata. Lei non capiva cosa lo turbasse.
– Nonna, devo mettere da parte qualche soldo, ma non ho un lavoro. Mi dai una mano? Almeno fino a quando non ne trovo uno. Voglio davvero lavorare nella pesca, ma fino alla prossima stagione non si trova granché. Con i miei fratelli stiamo cercando di racimolare qualcosa per la gara di pesca.
Una gara di pesca sembrava proprio quello di cui suo nipote aveva bisogno, quindi accettò. Andò alla cesta e tirò fuori il barattolo coi risparmi, diede al ragazzo qualche banconota.
– Spero che ti sia di aiuto, moko – disse.
– Oh sì, certo, nonna – disse, le diede un bacio sulla guancia e schizzò via come se avesse dieci anni.

Naturalmente, avrete indovinato, tornò più e più volte a chiedere soldi. Appena prima della sua ultima visita, al mercato la nonna si imbatté nel fratello maggiore del ragazzo e quando gli chiese della gara di pesca lui la guardò senza capire, poi le si avvicinò e le sussurrò, se è questo che ti ha raccontato il mio caro fratello, sta mentendo. In questi giorni è troppo impegnato a starsene in giro coi suoi amici P-head per andare a pesca.
Lo shock fu come una fitta alle tempie. Si immaginò il nipote inalare nei polmoni il fuoco che lo faceva correre come un coniglio in tutte le direzioni, le sostanze chimiche gli ribollivano nel sangue. Detestava l’idea che lui le mentisse, quasi quanto detestava essere diventata complice del suo comportamento.
L’ultima volta che riapparve al suo cancello aveva il solito sorriso sfacciato. Non mi incanti più, ragazzo, pensò. Era ora di dargli una lezione che non avrebbe dimenticato, decise. Non avrebbe permesso a nessuno dei suoi discendenti di autodistruggersi. Andò alla cesta e dal fondo agguantò l’oggetto più prezioso.
Lo raggiunse nel portico.
– Stai giocando col fuoco, ragazzo.
– Eh… cosa, nonna?
– Sai di cosa parlo. Sei venuto per altri soldi?
Chinò la testa, affondò le mani in tasca. – Sì, beh io…
– Cosa ci fai con i miei soldi, ragazzo?
– Io, mmh… – la guardò negli occhi, lei sapeva che lui poteva vederci divampare tutta la sua rabbia.
– Te li fumi, vero? Mandi i miei soldi in fiamme, ragazzo.
Il viso gli si contrasse in una smorfia. Lei doveva agire prima di perderlo del tutto. Era stanca della sua vecchia vita, ma le venne in mente che poteva usarla per dargli una lezione.
– Non è per i soldi. Ma non ti lascerò radere al suolo la casa della tua famiglia. Se hai intenzione di rubare e distruggere, ti mostro io quello che succederà. Così non dovrai viverlo sulla tua pelle.
A queste parole lui la guardò di nuovo con gli occhi spalancati. Lei alzò una mano e gli mostrò l’antica pietra focaia che luccicava. Nell’altra mano un grosso stecco di kaikōmako. Fu un attimo, il primo tocco emise una scintilla, il secondo creò una fiamma.
– Nonna, NO! – urlò il ragazzo, e le corse incontro. Lei intonava una cantilena. La fiamma si intensificava a ogni parola. In pochi secondi la avvolse e si propagò in un’infuriata palla ardente. Lui si dovette ritrarre.
Lei era ancora lì. Funziona così la vecchia magia. Vedeva suo nipote da dentro le fiamme impetuose mentre si ergeva davanti a lui. Faceva davvero paura. Avvolse la casa, il capanno, gli alberi circostanti. Il suo moko iniziò a correre e lei lasciò che le fiamme lo inseguissero – distruggendo tutto al suo passaggio. Si voltò a guardarla. Lei si affrettò verso di lui ma, quando gli fu vicino, lui balzò via, fuggì verso il ruscello vicino a casa e si tuffò, immergendosi freneticamente dove l’acqua era più profonda, in modo che le fiamme non potessero raggiungerlo.
Lei sentì che si stava placando. Ormai di lei non rimaneva un granché, a parte qualche rametto carbonizzato, i cui resti assomigliavano alle ossa di una mano, su ogni dito una fiammella si arricciava nell’ultimo respiro. Il nipote la guardò, gli occhi strabuzzati, il petto ansante.
– Guarda che scia di distruzione abbiamo lasciato, moko – disse, un sussurro di fiamme morenti, – Ecco come va a finire il gioco a cui stai giocando. L’ahi è tuo adesso, lo troverai nella foresta, come ti ho mostrato. – Lui stette a guardare fino a che rimase solo cenere, soffice e grigio chiaro come i capelli di un’anziana. Poi si tirò su e uscì dall’acqua, tornò indietro passando dal bush, fermandosi ogni tanto in perlustrazione. Quando trovò quello che cercava, raccolse il tutto e tornò a casa. Avviò il fuoco alla vecchia maniera, chiese alla famiglia di venire a vedere e raccontò loro cosa era successo, la voce della nonna gli sibilava e gli crepitava nelle orecchie a ogni fiamma arancio.


GLOSSARIO
Ae?
 in maori è una forma interrogativa che esprime stupore; corrisponde all’italiano “Ah si?”.
Ahi in maori significa “fuoco”.
Bush in inglese il termine si riferisce a territori rurali molto estesi, densamente coperti dalla vegetazione e poco antropizzati. Viene usato soprattutto in Australia, in Nuova Zelanda, Canada e Alaska.
Hei aha in maori l’espressione indica che non è necessario fare nulla in particolare; corrisponde all’italiano “non importa”, “non preoccuparti”.
Hika! in maori è un’interiezione che indica una delicata esclamazione di stupore, irritazione o sgomento; corrisponde all’italiano “accidenti!”, “caspita!”, “per l’amor del cielo!”, “santo cielo!” e simili.
Hui in maori il termine indica un raduno, un incontro o un’assemblea.
Kaikōmako in maori la parola serve per riferirsi a un piccolo albero che presenta fiori bianchi tra novembre e febbraio e frutti neri in autunno. Il nome è composto dalle parole “cibo” (kai) e “campanaro” (kōmako), in quanto sono il cibo preferito dei kōmako (o makōmako), ovvero degli uccelli chiamati “campanari della Nuova Zelanda”. I maori, per tradizione, usano l’albero per accendere il fuoco sfregando ripetutamente uno stecco appuntito in un pezzo scavato di māhoe (Melicytus ramiflorus).
Kaimoana in maori indica un piatto tipico a base di pesce e frutti di mare.
Kuia in maori il termine si riferisce a una donna anziana, ma anche a una nonna.
Moko in maori è l’abbreviazione di mokopuna ed è usato da una persona più anziana per rivolgersi a un nipote o a un giovane.
P-head in inglese si usa head, testa, quando si vuole indicare la dipendenza di una persona da qualcosa, come nel caso di coke-head, cocainomane. In Nuova Zelanda è molto diffusa la pure methamphetamine (metanfetamina pura), un tipo di anfetamina che si fuma, per questo le persone che ne fanno uso vengono chiamate p-head.
Rēwena (Paraoa) in maori la parola deriva da rewa, “patata”, e paraoa, “pane”, e indica un pane tipico lievitato con le patate fermentate.
Tangi in maori è l’abbreviazione di tangihanga e indica i riti funebri o i funerali.
Whakamā in maori il termine indica un insieme di sentimenti e comportamenti che non hanno un vero e proprio corrispettivo nella cultura occidentale. Nel complesso indicano “vergogna”, “inadeguatezza”, “insicurezza”, una volontà di “auto-umiliazione”, ma anche “timidezza” o un’eccessiva modestia.

Questo racconto è stato tradotto con il metodo della traduzione collaborativa dalle corsiste del webinar Tradurre il racconto (giugno – settembre 2021): Stefania Ceraolo, Valeria Ebana, Francesca Felici, Gioia Giannetti, Ilaria Mallardo, Martina Marchese, Caterina Venere Marino, Daniela Olivero, Monica Ridolfo, Barbara Rossi e Tiziana Zaino.
Revisione a cura di «Parole Migranti»: Cristina Galimberti, Martina Ricciardi e Ilaria Stoppa.

Special thanks to Tina Makereti for permitting «Lunario» and «Parole Migranti» to translate and publish this tale from Once Upon a Time in Aotearoa, Huia Publishers, 2010