A proposito dell'altra notte di Marzia Vradini

Per tutto il tragitto verso casa si sentì su di giri. Guidò piano e con i finestrini volutamente abbassati. Il cigno era accanto a lei sul sedile del passeggero. Quando si fermò al semaforo allungò una mano e la appoggiò sull’animale. Attraverso il sacchetto tastò il cuscino di fitte penne e, sotto, la protuberanza solida.

Per poco non se l’era perso. Il cigno stava per metà sotto la siepe, accasciato sull’erba. Da vicino era grande e candido. Per assicurarsi che non stesse solo dormendo, per prima cosa lo aveva picchiettato con la punta dello stivale. Le mani avevano iniziato a sudarle dentro i guanti. Gli aveva dato un altro colpetto con la punta della scarpa. Il volatile si stava indurendo ma manteneva ancora una certa elasticità. Fuori faceva freddo, e la temperatura sarebbe scesa ancora, e si sarebbe congelato durante la notte. Un giorno di ritardo e il cigno sarebbe stato duro come un tacchino nel freezer, e quindi inutile. Le si attorcigliarono le budella.

Dall’altra parte del canale, le luci alle finestre della villetta erano spente. Si era guardata intorno, ma non c’era nessuno sull’alzaia, quindi si era inginocchiata davanti al volatile, avvertendo l’umidità sui pantaloni. L’aria le imperlava la faccia di goccioline e aveva le ascelle sudate. Aveva portato una mano sotto la testa del cigno e l’aveva alzata dal punto in cui giaceva. Il collo era spesso e floscio fra le sue dita. L’aveva srotolato e appoggiato sull’erba, gli occhi neri spalancati, spenti, come specchi.

Quando varcò la soglia, Peter era al lavandino a sciacquare i piatti del pranzo. Si voltò a guardarla. Sul tavolo che li separava, il posto di lei era ancora apparecchiato.

– Cazzo – disse.

– Non importa – rispose lui, anche se in verità gli importava. – Che c’è nel sacchetto?

– Indovina – disse lei. Sul fondo del sacchetto il cigno giaceva tutto storto.

– È legale? – chiese Peter.

Lei ci pensò un attimo. Al suo posto aveva lasciato sull’alzaia la talpa dal pelo di velluto che si era portata in tasca per tutta la mattina.

Lo superò.

Nella stanza sul retro non c’erano finestre, quindi all’inizio era completamente buia. L’avevano trasformata a partire dalla dispensa, sostituendo il pomodoro in scatola con barattoli di borato di sodio, acidi e fil di ferro. Lei era salita in piedi sul bancone per passargli i pacchetti e lui li aveva messi in un sacco, e poi, insieme, avevano fatto in modo che quel posto finisse per appartenerle davvero, con un tavolo da lavoro e armadietti in cui disporre i primi esemplari: gli uccelli e i topi. C’era voluto un intero fine settimana. Una volta che negli armadietti non c’era stato più spazio, lui aveva buttato giù la parete che li separava dal salotto. Ora lo spazio a disposizione era davvero poco, e tutto adibito a zoo solitario.

– Pronto?

Prepararono tutto in silenzio. Lei e Peter indossarono i guanti e radunarono gli strumenti, i sali e i liquidi. Peter distese dei giornali sul tavolo e lei vi appoggiò il cigno a pancia in su. Aprirono un sacchetto della spazzatura sul pavimento e per qualche secondo l’aria si riempì di un odore di plastica. Una volta pronti, lei si portò verso il corpo.

Peter si sedette, le braccia appoggiate sui giornali. Lasciarono la porta della cucina aperta, così che i raggi del sole si riversassero dentro, contro le piastrelle. Nel cono di luce, polvere e peli di gatto fluttuavano.

Lei si occupò come prima cosa di separare le penne lungo lo sterno con i pollici e poi, seguendo la linea che aveva ricavato, incise la pelle con un bisturi e aprì l’uccello a metà. Peter cercò di non guardare il punto in cui era stato fatto il taglio. Dentro, un nido di budella umide.

Separò i due lembi di pelle e li tirò ai lati opposti del corpo, scucendolo. Con una mano su entrambi i lati, estrasse il corpo e lo passò a Peter. Lui sentì sulle dita la carne, rosa come quella delle gengive. Lo appoggiò nel sacchetto a terra. Sul tavolo rimaneva solo una giacca vuota di penne e piume.

Peter alzò lo sguardo. Pirata se ne stava seduto sul bancone, a osservare.

Peter guardò il gatto e il gatto guardò il cigno; non sapeva dire se il gatto stesse esprimendo un giudizio o semplice indifferenza.

Una volta, agli inizi della loro frequentazione, mentre erano entrambi mezzi ubriachi e si stavano scambiando aneddoti, lui le aveva raccontato che da piccolo aveva trovato in giardino un piccione con un’ala che ricordava un ombrello rotto. Le disse che il padre lo aveva coperto con un lenzuolo e poi aveva scagliato un mattone sul lenzuolo.

– Orribile – aveva detto lei. – Davvero orribile.

Peter non le aveva rivelato che aveva chiesto di poter usare lui il mattone o che, in seguito, aveva osservato il gatto che leccava la zolla d’erba dov’era stato l’uccello.

Pirata si alzò e saltò sul pavimento.

– Bravo gatto – disse Peter.

C’era ancora molto lavoro da fare e il pomeriggio procedeva implacabile. Separarono il grasso dalla pelle e lo buttarono nel sacchetto di plastica. Peter forò la testa con un trapano e lei estrasse il cervello in piccoli grumi rossi facendo molta attenzione a non macchiare le penne. Poi riempirono la cavità con argilla a presa rapida. Pulirono l’uccello nel lavandino della cucina, e la pelle vuota galleggiava nell’acqua insaponata. Nel filtro di metallo del lavello si lasciarono dietro una montagna di penne bianche. Poi lo adagiarono perché si asciugasse.

Impiegarono molto tempo a costruire il corpo con i batuffoli di cotone e lo spago. Di tanto in tanto lei lo sollevava per controllare le misure. Le sue mani si muovevano con lentezza e mentre lavorava era talmente presa che le si erano formati tre profondi solchi fra le sopracciglia. Risucchiò l’interno delle guance, concentrata, e lui pensò che fosse bellissima.

– Hai dovuto fare molta strada oggi? – le chiese.

– Un po’ – rispose lei, senza sollevare lo sguardo.

Quando fu ormai troppo buio per vedere quello che stavano facendo, Peter si alzò e fece il giro della casa per accendere le luci. In salotto trovò l’interruttore, chiuse gli occhi e trattenne uno sbadiglio. Attraverso le palpebre vide la luce che si accendeva. Rimase ad ascoltare le lampadine, il leggero ronzio con cui venivano alimentate. Alle sue spalle, in dispensa, la sentì che apriva gli armadietti. Sempre con gli occhi chiusi, cercò di riportare alla mente i divani coperti da lenzuola, gli animali negli armadietti, tutte quelle file che si trovavano in fondo alla stanza, e il piccolo cervo muntjak che guardava con occhi spenti un punto fra le labbra aperte della volpe. Quando ebbe finito, batté le palpebre e si guardò intorno. Ci aveva preso, tranne che per la volpe, che aveva la bocca chiusa.

In dispensa, lei accese la luce e spostò la pelle sul tavolo. Su di essa, la lampadina solitaria ronzava e si scaldava. Con un cucchiaio da pompelmo estrasse un occhio, poi l’altro, e li tenne nel palmo della mano, neri e gelatinosi, in attesa di Peter. A lui sembravano veri e propri pianeti ma lei ne era nauseata. Senza pensare, si pulì la mano sui jeans e lasciò una striscia di sangue sulla coscia. Prese il barattolo degli occhi dall’armadietto in fondo alla stanza, svitò il coperchio e lo capovolse. Le sfere di vetro erano ambrate e nere, e battevano le une contro le altre mentre correvano sul piano da lavoro. Ora a mani nude, tastò quella fuoriuscita. Erano fredde. Ne scelse due dal colore marmoreo più scuro e le portò al tavolo, per provare a inserirle nei bulbi. Calzavano. Una volta ricoperte di colla, le fissò. Il cuore le batteva troppo in fretta. Poiché l’unica luce nella stanza era quella sopra le loro teste, proiettavano lunghe ombre l’uno sull’altra e sul volatile.

Era quasi mezzanotte quando Peter la aiutò a inserire il corpo di cotone dentro il cigno, anche se loro non sarebbero stati in grado di dire l’ora. Lei sistemò la pelle sopra il petto e Peter la tenne ben chiusa mentre lei cuciva. Il petto si gonfiò, adesso più morbido. Pirata rimaneva all’erta, insinuandosi fra le loro gambe e sotto il tavolo, e poi virò verso l’altra stanza, camminando piano fra tutti quei mammiferi in galera. Alla fine si stirò con la schiena contro una grossa lepre e prese a fare le fusa per poi addormentarsi sul pavimento.

– Sei eccitata – disse lui.

Lei rispose: – Non essere ridicolo –, ma arrossì.

Il procedimento durò a lungo. Una volta finito, si allontanarono dalla loro opera. Il nuovo cigno giaceva capovolto in mezzo al tavolo.

– È splendido – disse lui, anche se non lo era. Il corpo pesante era pieno di bozzi e le penne erano arruffate e piegate. Qua e là ce n’era qualcuna macchiata di rosa. Peter pensava che il cigno avesse un aspetto crudele.

Lei disse: – Ho idea che gli abbiamo messo gli occhi sbagliati.

Peter sbadigliò. – Lasciamo che si asciughi.

– Sei stanco – disse lei, delusa, e tornò a sedersi al tavolo.

Lui la aggirò e le appoggiò una mano sulla spalla. Le guardò la nuca e il piccolo punto nudo dove spuntavano i riccioli.

– Non preoccuparti – disse, anche se sapeva che lei l’avrebbe fatto.

Dopo che Peter fu andato a letto, lei rimase ancora un po’ a osservare l’uccello ma non riusciva a capire che cosa ci fosse di sbagliato. Alla fine lo lasciò sul tavolo e lo girò appena, così che fosse rivolto contro il muro. Sulla porta che dava al salotto, esitò. La stanza la fissava a sua volta. Lì da qualche parte, Pirata respirava placido. Spense la luce.

Mentre saliva le scale passò la mano lungo la schiena della volpe artica che Peter le aveva regalato. Una volta aveva letto che in Australia i cani presi a botte penzolavano dagli alberi come frutti pesanti; la punizione che quei proprietari terrieri infliggevano a chi rubava loro i preziosi rognoni dalle pecore addormentate. Si sentì vacillare, come se l’equilibrio della casa si fosse silenziosamente spostato.

In bagno, trovò lo spazzolino appoggiato con il dentifricio già sopra. Quando si infilò sotto le coperte accanto a Peter, lui già dormiva. Quella notte sognò di diventare cieca e quando si svegliò la stanza era buia e quindi continuò a non vederci. Alle sue spalle sentì la pancia morbida di Peter che si sollevava e si abbassava, si sollevava e si abbassava.

Questo racconto è apparso per la prima volta in lingua originale su «Iota Magazine».

Un ringraziamento speciale va alla squadra de La bottega dei traduttori per averci affiancato durante la Translation Slam, organizzata in occasione della fiera dell’editoria “LiB – Libri in Baia”. 

Un ringraziamento altrettanto speciale va alle traduttrici Bianca Bertola, Alessandra Callà e Raffaella Laganella per la consulenza nella scelta della migliore traduzione.