Morganadi Savina Tamborini

Il vento tira forte a Venezia, ma il cappello deve stare per terra e la giacca sotto Morgana, così non prende freddo. Lei è accucciata, con gli occhi chiusi. Lo zigomo mi fa ancora male. La gente passa.
Una ragazza, con i capelli rossi e le trecce, lascia cadere qualche monetina nella coppola. Il cartello è davanti in bella vista: “Cantastorie sognatore.
Abbiamo fame. Alla vostra bontà”.
Bobbo si siede vicino a Morgana, con le gambe incrociate. Ha degli stracci al posto dei pantaloni e una giacca color sangue che gli sta grande. Chissà a chi l’ha rubata? Morgana sta ferma e si lascia toccare. Mi guarda e a un mio comando è pronta a tutto, anche azzannare.
«E mentre il sangue lento usciva/E ormai cambiava il suo colore/La vanità fredda gioiva/Un uomo s’era ucciso per il suo amore…»
Una bambina, con gli occhiali e una lente bendata, tira la mano di una donna con la gonna di lana color panna. Si fermano davanti a noi. La donna fa il broncio, solleva la manica, sbircia l’orologio al polso, tira dall’altra parte e la trascina via. La bimba si gira e manda a Morgana un bacio con la manina. Bobbo applaude e lancia un fischio con le dita in bocca. Morgana alza il muso e si gira verso di me.
«Morir contento e innamorato/Quando a lei niente era restato/Non il suo amore, non il suo bene/Ma solo il sangue secco delle sue vene.»
Bobbo si alza e fa qualche passo di danza. Piega le gambe secche come rami in inverno e dimena le braccia con i gomiti alzati. Fa delle giravolte, muove il mento avanti e indietro, e batte il tempo con le mani.
Passa un vecchio col bastone. Ha i capelli bianchi e un Borsalino grigio. La sciarpa, tirata sulla bocca, è di seta rossa, il cappotto nero e le scarpe lucidate. Si ferma e accarezza con la mano il pomello d’avorio a forma di teschio. Bobbo gli fa un inchino e inizia a canticchiare rauco in controcanto. Il vecchio infila la mano in tasca e apre il portafogli. Estrae cinque euro, si piega sorreggendosi al bastone, Bobbo l’aiuta, prende i soldi e li mette nel taschino della giacca. Morgana mi osserva e io continuo a cantare.
«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior… »
Sorrido al vecchio che si toglie il cappello, fa un ampio gesto col braccio, gira i tacchi, rotea il bastone e se ne va zoppicando. Bobbo lo segue, Morgana mi fissa. Finisco la canzone, mi avvicino al suo muso. Il dolore intercostale mi fa trattenere il fiato. «Tanto tornerà».
Raccolgo le monetine, le conto. La cena per Morgana ci scappa. A me basta l’amore delle canzoni e vivere la vita che voglio, libero come il vento che a Venezia tira forte.
Calco il cappello sulla testa. Piego il cartello e lo ficco in tasca. Morgana si stiracchia, prendo la giacca, la sbatacchio e me la infilo. La chitarra a tracolla.
Camminiamo per le calle, su e giù dai ponti. Il tanfo dell’acqua verdastra punge il naso. Tengo la coppola altrimenti vola via. Morgana punta il muso in avanti come una polena.
Arriviamo in stazione, la nostra casa al binario numero due. Il cartone per terra piegato sotto la panca di marmo è rimasto, ma la coperta e il sacco blu Ikea con tutte le nostre cose non ci sono più. Morgana scodinzola, si lecca il naso. Apro la scatoletta di pollo e tacchino. Rovescio i tocchi nel palmo della mia mano. Profumano di buono. Io mi cibo di questo odore, lei
afferra coi denti i pezzetti di carne.
Apro il cartone, mi ci siedo sopra, Morgana si acciambella al mio fianco e appoggia il muso sulla mia coscia. Imbraccio la chitarra, i polpastrelli schiacciano le corde. Il sangue raggrumato sulle nocche è sporco. Suono note improvvisate per non pensare, note per riscaldare la pelle e il cuore.
Delle voci incalzano. Grasse risate. Morgana alza il muso, drizza le orecchie, digrigna i denti e io suono.
È Bobbo che torna, canta Volare a squarciagola. Con lui ci sono il Duca lo spilungone e l’energumeno Borbone. Si passano il bottiglione, si sorreggono e si strattonano, incespicano e strillano. Ci vedono e corrono verso di noi, Bobbo cade e gli altri lo rialzano. Appoggio la mano sul fianco. Si bevono i miei soldi e ridono. Suono per non pensare, voglio sognare con le parole e cullarmi delle note. Curare le ferite, amare la vita, la vita che voglio, libero al vento che fischia come i treni.
I tre si piazzano davanti a me e Morgana si alza, ha la coda tra le zampe, è pronta ad ammazzare.
Si sostengono a vicenda con le braccia sulle spalle, si danno colpi bassi e manate sulla testa, chi non ha il boccione fa i capricci, spintona gli altri. Il nettare della discordia, il trofeo da invidiare. Smetto di suonare. Bobbo si lamenta, frigna come un bambino, vuole volare sulle note di Volare. Batte i piedi, congiunge le mani, dà delle gomitate al Duca e al Borbone. Borbone si protende e mi appoggia una mano sulla spalla. – Se non suoni tu, matto, suoniamo noi.
Morgana mi guarda, chiudo gli occhi e stringo la chitarra al mio petto.
Li riapro e i tre sono a terra con le gole sgozzate. Morgana si lecca il muso sporco di sangue. Il sangue del Duca e di Borbone. Il sangue di Bobbo, il malfattore. Mi alzo e canto Volare in loro onore.